Epidemiologia ambientale: cosa dobbiamo imparare dal caso di Gela

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«Tra le cose che ci ha insegnato l’esperienza trentennale sull’epidemiologia ambientale nelle aree contaminate non trascurerei il fatto che se essa non si accompagna a strategie mirate di prevenzione primaria, rimane zoppa e non riesce ad andare lontano». Con queste parole Fabrizio Bianchi, responsabile dell’unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, apre la riflessione sullo stato dell’arte intorno al caso di Gela, in occasione della ventottesima edizione della Conferenza Internazionale di Epidemiologia Ambientale che si è tenuta a Roma nei giorni scorsi.
Il caso di Gela, in Sicilia, è emblematico di una situazione che accomuna diverse aree del nostro Paese, dove dopo cinque decenni di contaminazioni documentate ad un certo punto si sono interrotti i processi produttivi inquinanti ma non sono state attuate misure di bonifica definitive per invertire la rotta. È stata a lungo richiamata la necessità di studi eziologici e di azioni di prevenzione primaria ma poco o niente è stato fatto su questo piano.

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Ambiente, percezione e paranormale

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Si chiama “patternicity” o anche apofenia, l’istinto tutto umano di trovare relazioni di significato fra eventi apparentemente – e spesso realmente – scollegati fra di loro, di unire i puntini tracciando i contorni di immagini che solo noi vediamo. Stiamo parlando di strane luci nel cielo che vengono interpretate sovente come velivoli non meglio identificati, oppure ombre che ci evocano l’immagine sfocata di un nostro caro che non c’è più. L’uomo per sua natura è portato ad attribuire significati agli eventi, intenzionalità agli oggetti, e anche decidendo di mantenere uno sguardo scettico, il punto rimane comunque riuscire a dare una spiegazione ai fenomeni a cui assistiamo. Il nostro cervello non ammette ambiguità.

La domanda che si pone Armando De Vincentiis, coordinatore del CICAP Puglia, nel suo interessante e curioso libro “Ambiente, percezione e paranormale”, ultimo nato nella collana Scientia et Causa di C’era una volta edizioni, di cui De Vincentiis è anche curatore, è quale sia il ruolo dei fenomeni naturali e climatici nella costruzione di fenomeni classificati come paranormali e nella conseguente interpretazione semantica che ne diamo. Può essere l’ambiente a decidere per la nostra mente?

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Gestire disastri naturali con lo smartphone: ecco I-REACT

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In caso di calamità come incendi, allagamenti e ondate di calore l’aspetto più importante, e anche il più difficile per la sicurezza di persone e cose, è rendersi conto per tempo del loro imminente arrivo. L’idea messa a punto dal consorzio I-REACT, coordinato dall’Istituto Superiore Mario Boella (ISMB) di Torino e a cui partecipa fra gli oltre 20 membri anche la Fondazione Bruno Kessler di Trento, è quella di realizzare una piattaforma che riesca da un lato a raccogliere in tempo reale tutte le informazioni che possono significare l’arrivo di alluvioni, incendi e colpi di calore, e dall’altro a informare per tempo e a coinvolgere nell’intervento la popolazione su queste situazioni di rischio. Un progetto che conta su un finanziamento europeo di 6.6 milioni di euro da qui al 2019.

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Un florovivaismo sostenibile è prima di tutto culturale

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In Italia il florovivaismo rappresenta il 5% della produzione agricola totale, ma l’estetica del giardino è spesso considerata un hobby, più che una materia di studio e di riflessione filosofica e scientifica. Il risultato è che si finisce per approcciare quella che è di fatto una nobile forma d’arte, unicamente come si attinge in maniera completamente aleatoria da una tavolozza di fronte a una tela bianca.
L’estetica del giardino, e più in generale del verde, urbano e non, sottende però degli aspetti tutt’altro che soggettivi. Stiamo parlando dei costi legati alla gestione urbana degli spazi verdi, dell’uso e dellospreco di risorse idriche, dei costi per i trasporti di specie vegetali esotiche e molto esigenti quanto a clima e trattamento, una volta deportate in Italia. L’estetica del verde non basta, è necessaria un’estetica che sia anche etica, e per esserlo deve pensarsi come sostenibile, in termini di costi energetici e di pianificazione territoriale.
Questa è l’idea alla base del progetto Anthosart di Enea, finanziato dal MIUR in collaborazione con la Società Botanica Italiana e il Forum Plinianum, per la creazione di un software contenente tutte le informazioni sulla flora autoctona italiana, area per area, con l’obiettivo di collegare e di trasferire l’expertise scientifica di orti botanici e banche del germoplasma al settore florovivaistico per la progettazione e la gestione sostenibile del verde urbano. «Non si tratterà solo di un catalogo, ma di un tool dove si potranno selezionare le specie con le caratteristiche morfologiche, ecologiche ed estetiche più funzionali a seconda del progetto che si desidera realizzare e del luogo nel quale è situato, migliorando sostanzialmente la sostenibilità della realizzazione» spiega Patrizia Menegoni di Enea. «Vogliamo contribuire in modo significativo alla sostenibilità economica e ambientale delle produzioni florovivaistiche, alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio genetico autoctono e alla promozione lungo tutta la filiera di specie idonee ai vari luoghi di impianto».
Per gli antichi il genius loci era l’entità sovrannaturale che apparteneva a un certo luogo fisico, la sua identità immanente, un concetto che si è mantenuto con il passare dei millenni, modificandosi in quell’insieme di caratteri socio-culturali, linguistici, antropologici e fisici che caratterizzano un ambiente, che sia rurale o urbano.

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