Prima guerra mondiale: dopo 100 anni i caduti rimangono un mistero
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Un secolo dopo gli storici litigano ancora sulle stime dei caduti, ma un dato è chiaro: è stata davvero la guerra più grande
Non è passata alla storia come la Grande Guerra per caso. Secondo le stime più recenti che rimbalzano in rete la Prima Guerra Mondiale ha causato circa 26 milioni di morti tra militari e civili, un numero molto maggiore di qualsiasi altra guerra avvenuta in precedenza. Anche se la più sanguinosa guerra della nostra storia oggi rimane la seconda Guerra Mondiale con più di 50 milioni di vittime, il primo conflitto mondiale, del cui inizio oggi si celebrano i 100 anni, rimane un vero e proprio giro di boa per il modo di fare la guerra dell’uomo, sia per le armi utilizzate, che per il numero di paesi e di soldati coinvolti.
Parlare di numeri quando si tratta di un argomento complesso come una guerra e soprattutto risalente a molto tempo fa però è pericoloso, fondamentalmente per due ragioni: primo, perché i grandi numeri sono scarsamente significativi se non vengono contestualizzati, secondo, poiché quando si tratta di fonti storiche è quasi impossibile che lo scenario descritto sia univoco.
La conta dei morti durante il primo conflitto mondiale è un esempio calzante di questa masnada di numeri tra cui è difficile giostrarsi, specie perché le fonti molto spesso non distinguono tra morti e «vittime» ivi compresi i feriti, o ancora più sovente tra le morti tra i militari e tra la popolazione civile. La differenza però c’è, eccome. 26 milioni di morti sono una cifra tanto enorme quanto incontrollabile, poiché comprende morti in battaglia, morti civili, morti per epidemie scoppiate in seno o a causa della guerra, basti ricordare per esempio le ondate di influenza spagnola che decimarono l’Europa tra il 1917 e il 1918. Dinamiche queste difficilmente quantificabili, specie in un contesto storico dove il concetto di «banca dati» praticamente non esisteva. È bene sottolineare dunque che i numeri devono rappresentare in argomenti come questo non tanto la cifra precisa di quante croci dovrebbero essere piantate, ma la stima – seppur quanto più precisa possibile – di un ordine di grandezza.
Alcol: un russo ne beve come due italiani e mezzo
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Sono 3,3 milioni le morti causate dall’alcol nel 2012 a livello mondiale, secondo l’Oms. L’Italia non se la cava male, ma in Veneto e Lombardia è record di gruppi di aiuto
L’abuso di alcol rappresenta in Italia, soprattutto nelle regioni del Nord, un problema molto diffuso, tanto che ad oggi anche solo considerando la rete Alcolisti Anonimi, nel nostro paese sono presenti più di 450 gruppi, un quarto dei quali in Veneto. A ben vedere però l’Italia non sembra posizionarsi male rispetto alla media europea quanto ad abuso di sostanze alcoliche, almeno da quanto emerge dal report pubblicato qualche giorno fa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, intitolato Global status report on alcohol and health, che mappa il consumo di alcol a livello mondiale e nazionale. Secondo l’OMS nel 2012 le morti legate al consumo di alcol nel mondo sono state 3,3 milioni, più o meno come se in un solo anno fossero spariti tutti gli abitanti della Toscana. È un dato, quello delle morti al livello mondiale per una qualche causa, che desta sempre parecchio scalpore, ma in questo caso sono i dati relativi alle singole aree geografiche a raccontare una storia più interessante.
Quanti sono i bevitori nei vari continenti? E soprattutto, quanti sono gli astemi? La situazione già a prima vista è fortemente disomogenea, e ciò è dovuto al fatto che dal punto di vista culturale – religioso soprattutto – le usanze delle varie popolazioni in merito sono assai diverse. Ne è esempio il caso del Medio Oriente, con una percentuale di adulti astemi, dove con popolazione adulta si intendono gli individui sopra i 15 anni, molto alta, sfiorando, secondo dati OMS relativi al 2010, il 90%. In assoluto sono comunque i paesi cosiddetti “occidentali” ad avere le più basse percentuali di astemi, e in questa occasione noi europei battiamo addirittura i cugini americani. Sempre riguardo la mappatura degli individui astemi, in Italia le persone che negli ultimi 12 mesi non hanno fatto uso di alcol sono di più rispetto alla media europea, un terzo del totale, contro un sesto di media in Europa, ed è inutile dirlo, sono le donne a bere di meno.
2035: verso quale energia? Meno petrolio più rinnovabili
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La storia ci ha dimostrato a più riprese quanto si riveli spesso erroneo basare le proprie scelte su previsioni numeriche, per quanto complesse, soprattutto se i protagonisti coinvolti giocano su scala mondiale e se la questione di cui si parla poggia le fondamenta su dinamiche dalla portata incommensurabile, come gli interessi economici, la finanza, la geopolitica.
Quello degli investimenti futuri legati alla domanda e alla produzione di energia è uno dei casi principe di questa difficoltà, e al contempo uno degli ambiti dove viene dipinto il maggior numero di scenari possibili, più o meno catastrofici. Per cercare di far convergere le statistiche elaborate fino a oggi, di recente l’International Energy Agency (IEA) all’interno del World Energy Outlook ha pubblicato un nuovo report speciale che cerca di tirare le fila su ciò che paiono raccontare i vari scenari che si prospettano per il nostro pianeta da qui al 2035.
A livello metodologico il dossier si caratterizza per lo sforzo di sintetizzare due scenari, considerati come i più significativi a cui fare riferimento: il New Policies Scenario e lo scenario 450: il primo, usato solitamente dall’IEA come riferimento, tiene conto degli impegni di massima delle politiche e dei piani nazionali che sono stati annunciati dai vari paesi, rispetto alla riduzione delle emissioni di gas serra, il secondo invece è uno scenario presentato nel World Energy Outlook che definisce un percorso energetico coerente con l’obiettivo di limitare l’aumento globale della temperatura a 2°C, limitando la concentrazione di gas serra in atmosfera di circa 450 parti per milione di CO2.