Speciale LEA – Nuovi LEA e pazienti autistici: cosa cambia
La scuola superiore? E’ ancora un fatto di classe (sociale)
Reblogged from L’Espresso
Il fatto che 7 diplomati su 10 abbiano intenzione di iscriversi all’università non è sufficiente per poter dire di essere sempre più vicini a rendere davvero equo l’accesso all’università. Il gradiente sociale che emerge se si considera la classe socio-economica di appartenenza dei giovani diplomati a seconda del tipo di diploma è infatti drammaticamente evidente. Anche se frequentare un liceo pubblico costa allo stesso modo di un istituto tecnico o di uno professionale, un terzo di chi si diploma al liceo proviene da famiglie di classe sociale considerata “elevata”, mentre solo il 17 per cento da famiglie che lavorano nell’esecutivo.
Lo mostrano i dati raccolti da AlmaDiploma , la “sorella” di Almalaurea che ogni anno cerca di fare il punto sulle condizioni dei ragazzi prima che essi arrivino all’università. Per capire meglio di cosa stiamo parlando vale la pensa sciogliere un po’ questa nomenclatura. Secondo le categorie di AlmaDiploma la classe sociale considerata “elevata” è rappresentata da liberi professionisti (medici, avvocati), dirigenti, docenti universitari e imprenditori con almeno 15 dipendenti.
La classe “media impiegatizia” comprende impiegati con mansioni di coordinamento, direttivi o quadri intermedi e insegnanti, mentre la “classe media autonoma” coadiuvanti familiari, soci di cooperative e imprenditori con meno di 15 dipendenti. Infine, la classe del lavoro esecutivo è composta da operai, da qualsiasi forma di lavoratore subalterno e assimilato e da tutti coloro che sono considerati “impiegati esecutivi”, con contratti di varie forme e colore.
Immunoterapia: chi vince e chi perde contro il cancro
Reblogged from Scienza in Rete
Una slot machine del casinò: per sbancare è necessario ottenere un allineamento della giusta combinazione di figure sullo schermo. Forzando un po’, il ruolo dell’immunoterapia nella lotta ai tumori potrebbe richiamare alla mente queste infernali macchinette, che a seconda dei casi possono regalare una guarigione e in molti altri casi dare ancora la vincita al banco. Durante le sessioni dedicate all’immunoterapia del Congresso europeo di oncologia tenutosi a fine gennaio ad Amsterdam (ECCO 2017) l’impressione generale che si riceveva era di speranza mista a cautela, come in tutte le rivoluzioni terapeutiche che si rispettano.
Fuor di metafora, l’immunoterapia è un’opzione sempre più concreta anno dopo anno – già negli ultimi 3 anni i passi in avanti sono stati molti anche quanto a offerta terapeutica in Italia. Nel caso del melanoma avanzato, per esempio, dopo uno stallo durato decenni ora abbiamo circa il 20% di pazienti ancora vivi a 10 anni di distanza grazie a queste nuove cure. Tuttavia è presto per parlare di risposte valide per tutti. I risultati – spiega Ton Schumacher, immunologo in forza del Netherland Cancer Institute – dipendono dalle circostanze. Da molte circostanze.
Ogni tumore è un mondo a sé
“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. L’incipit di Anna Karenina torna utile anche per introdurci al tema di fondo della cura dei tumori, vale a dire l’eterogeneità dei tumori e delle risposte immunitarie da un paziente all’altro. C’è poi il problema della tossicità di questi nuovi farmaci, ossia quell’insieme di effetti collaterali che si stanno riscontrando nelle varie sperimentazioni, che vanno dalla semplice diarrea alla polmonite, alla nefrite, all’epatite in alcuni casi, a seconda del malato.
La soluzione passa necessariamente da terapie sempre più mirate al singolo paziente, a seconda del profilo genetico-molecolare del tumore e del suo microambiente. Peccato che sia ancora troppo presto per applicare una vera “medicina di precisione” alla cura dei tumori, in grado oltre tutto di superare le varie forme di resistenza alle nuove terapie che i tumori riescono a mettere in campo grazie alla loro instabilità genetica e al dialogo continuo con il sistema immunitario.