Pesticidi: per EFSA il rischio per i consumatori europei rimane basso

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Melanzane, banane, broccoli, olio d’oliva, succo di arancia, piselli, peperoni, uva da tavola, grano, burro e uova: nel 2015, nel 97,2% dei casi i livelli di pesticidi riscontrati i questi alimenti che consumiamo in Europa rientra nei limiti imposti dall’Unione Europea.
Nel complesso il 53% dei campioni analizzati è risultato privo di residui di pesticidi, mentre il 43,9% ne conteneva piccole quantità, comunque al di sotto dei valori soglia. I tassi di superamento più elevati si sono registrati per i broccoli (3,4% dei campioni) e uva da tavola (1,7%). Rari invece sono risultati i superamenti dei valori nell’olio d’oliva, nel succo d’arancia e nelle uova di gallina.  Nessun superamento è stato registrato nei campioni di burro analizzati. Per quanto riguarda in particolare gli alimenti di origine animale, su 7.822 campioni  analizzati, in oltre 6000 (84%) non sono stati rinvenute tracce di residui quantificabili, e solo per 33 campioni (lo 0,4%), si è identificato un superamento dei valori consentiti. Poca differenza invece fra le percentuali complessive e quelle del biologico, dove il 99,3% dei campioni è risultato completamente privo di residui o con quantità nei limiti di legge.
Sono i dati resi noti l’11 aprile scorso da EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, in un rapporto che ha coinvolto 84.341 campioni, analizzati in 30 Paesi europei, per un totale di 774 pesticidi, una media di circa 220 ricercati per campione. Per l’Italia si conta un totale di 381 pesticidi esaminati, con una media di 116 pesticidi ricercati per alimento. Si tratta di alimenti per i quali vige il Regolamento (EC) 396/2005 che regola i limiti che si applicano a diversi prodotti alimentari e stabilisce il limite massimo applicabile per difetto.
Nel complesso – precisa EFSA – i dati sono rassicuranti: sulla maggior parte di ciò che mangiamo in Europa, compresi gli alimenti che importiamo da paesi terzi (che hanno costituito il 25% degli oltre 84 mila campioni esaminati) possiamo stare tranquilli.

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Scienza e religione: prove tecniche di intesa

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Che un gruppo di eminenti scienziati ed ecclesiastici si ritrovi per confrontarsi sull’evoluzione del dialogo fra scienza e religione è un evento raro, ma che era nell’aria. Non a caso, più di un anno fa Giuseppe Remuzzi e Richard Horton avevano auspicato dalle pagine di Lancet – e di scienzainrete – una ripresa del dialogo fra scienza e religione dopo il segnale di grande attenzione verso le potenzialità della ricerca scientifica lanciato da Papa Francesco con l’Enciclica “Laudato si'”.

Ed ecco che l’incontro proposto in quella occasione ha finalmente avuto luogo pochi giorni fa presso il Nobile Collegio Farmaceutico con il titolo The Future of Humanity through the Lens of Medical Science: Rewriting the Contract. A 400 anni dal processo di Galileo si ritenta quindi un dialogo per provare a dirimere le attuali controversie etiche poste dalla scienza. Insomma, nientemeno che la domanda delle domande, cui hanno cercato di rispondere, fra gli altri, gli stessi Richard Horton e Giuseppe Remuzzi, il Cardinale Gianfranco Ravasi, i Premi Nobel Eric Chivian e Mario Capecchi, la senatrice Elena Cattaneo e Silvio Garattini dell’Istituto Mario Negri.

Già nel 1927, all’indomani del Quinto Congresso Solvay che consacrò la meccanica quantistica, Bohr, Heisenberg e colleghi discutevano animatamente sul dialogo fra scienza e religione in un mondo che la scienza si accingeva a cambiare, come racconta dettagliatamente lo stesso Heisenberg in un suo scritto raccolto in “Fisica e oltre” (qui). Novant’anni dopo abbiamo assistito alle drammatiche conseguenze di alcune applicazioni della scienza. La ricerca progredisce ponendo nuovi dilemmi morali, ma offrendo anche nuove soluzioni ad alcune emergenze contemporanee. Parliamo per esempio delle conseguenze dei cambiamenti climatici, degli sviluppi possibili dell’editing genetico, e dell’intelligenza artificiale per le generazioni future.

Il convegno si è strutturato intorno a quattro perni principali. Si è iniziato parlando dei cambiamenti climatici e delle conseguenze sulla vita dell’uomo, dalle cosiddette “migrazioni ambientali” ai numerosi problemi di salute per la popolazione, fra la globalizzazione delle nuove malattie infettive e l’incidenza crescente della multicronicità, che da un lato è fisiologica, dovuta all’invecchiamento della popolazione, dall’altro è gravata dall’inquinamento. Un dato su tutti per esempio – messo in luce da John Sweeney – è il seguente: se la temperatura dovesse aumentare di 1,5 gradi centigradi nei prossimi decenni, il 40% delle città del mondo sarebbe da considerarsi “stressed”; se i gradi in più dovessero essere 4, allora sarebbe l’80% delle zone urbane del mondo a dover convivere – troppo tardi – con le conseguenze dei nostri errori.

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