Una riflessione, due paure e qualche domanda

Chagall_Blaue ZirkusSono due le principali paure che sento come silenziose presenze accanto a me da quando ho iniziato a entrare nel mondo del giornalismo. In realtà penso si tratti di paure comuni a molte professioni, ma io di questo mi occupo, E tant’è.

La prima, la più grande, riguarda la capacità di giudicare le situazioni, le persone, valutare le occasioni, le opportunità. Sarà che non sono una grande osservatrice e il più delle volte ho la sensazione di aver perso la maggior parte dei dettagli delle cose. Si tratta di un timore che può tradursi in due opzioni entrambe poco auspicabili: da una parte finire per prendere troppo per buona la mia visione delle cose con il rischio di aver completamente preso pan per focaccia, e dall’altra finire per utilizzare occhiali non miei. Rischiando in entrambi i casi di giudicare opportunità e persone in maniera affrettata e sbagliata.

La seconda paura è di essere tanto distratta da non accorgermi di aver finito per sostituire il tentativo di essere autorevole in quello che dico e faccio con la troppa considerazione di me stessa. E io trovo che un’eccessiva considerazione di sé sia sempre un’errata visione di sé, salvo per personalità davvero notevoli per l’umanità, ma non è certo il mio caso.

Si tratta – penso – di due fenomeni legati fra di loro, il che rende la paura ancora più feroce: l’opinione che abbiamo di noi stessi, che purtroppo per la maggior parte è alimentata dall’opinione che il nostro contesto ha di noi, ci condiziona nelle scelte, e credo che lo faccia in maniera piuttosto negativa, finendo per farci assumere atteggiamenti meno aperti verso gli altri e verso strade meno battute, realtà meno note, di quanto potremmo permetterci. E trovo che oggi rispetto a ieri, proprio per la presenza dei social che ci fanno sentire tutti quanti in un grande co-working mondiale, il fenomeno assuma una portata non irrilevante.

Insomma, per riassumere, il nocciolo è questo paradosso e la paura è di non districarsi nel modo giusto. Di essere da un lato cieca e dall’altro maleducata, nell’accezione più ampia e pregnante del termine. Mi piace molto la parola “maleducazione”,  trovo sia una parola purtroppo passata di moda, quando invece ve ne sarebbe gran bisogno. Con il fatto che se ne vedono di ogni fra tweet e bacheche, sembriamo quasi anestetizzati di fronte alla cattiva educazione. (E qui il pensiero mi va in automatico alla “nobile semplicità e quieta grandezza” Winckelmanniana, che nel mio mondo ideale dovrebbe pervadere il mondo come una pioggia di polverina magica).

Tutti ci troviamo ad assistere talvolta per esempio a dei rifiuti a priori su persone o realtà che magari per la nostra personale esperienza non ci spieghiamo. Livori, giudizi affrettati, ma altrettanto sicuri e tranchant che poi passano di bocca in bocca. Critiche feroci senza fondate ragioni, tentativi di sminuire – si spera involontariamente – il lavoro degli altri. (Tranne quando si tratta di giornali che non pagano. Lì di solito i giudizi rapidi e i livori sono sempre ben fondati e normalmente ci si può fidare).

Io per prima mi sono sentita talvolta come una “nave senza nocchiero”, per citare quello lì. Spinta da ciò che “si dice” su quella o sull’altra persona, o pronta a guardare fuori dal mio oblò per captare fantomatici “segnali” di stare seguendo la rotta giusta, di twittare le persone giuste e – assolutamente! – non altre, perché non sono apprezzate da quello o da quell’altro; di interagire con le persone giuste, di avere la foto profilo giusta (in questi giorni noto con perplessità che se da giornalista uomo non hai una bella foto in camicia e braccia incrociate, meglio se in bianco e nero, cerchi di rimediare il prima possibile), e senza dimenticare di mostrare quell’ironia tutta squisitamente facebookiana del “non te lo dico ma te lo faccio capire visualizzando ma non likando”. Sì, esattamente il concetto di pregiudizio di conferma. Come mi insegnano gli studiosi ben più esperti di me su queste cose, ognuno di noi vive dentro una “bolla” dal punto di vista della correlazione fra interessi e persone con cui li condividiamo. E da lì nasce – penso – il paradosso che mi fa così paura.

La prima arma contro questa paura è forse proprio ironizzarci su. La seconda strada, accanto all’ironia, è il periodico bisogno di fermarsi. Specie dopo periodi lavorativamente molto intensi, per riflettere e ricollocare quanto fatto, le persone incontrate, il loro valore, il mio valore verso di loro. Quanto sento di aver ricevuto, professionalmente ma soprattutto umanamente, che alla fine è la vera cosa importante di tutta la baracca, e al contempo anche la vera difficoltà che citavo all’inizio, quella di giudicare nel modo più giusto per noi ogni persona, evento, occasione che incontriamo.

Mi capita di chiedermi se forse una soluzione è quella di discutere meno, di confrontarsi di meno. Ripenso agli insegnamenti di Calvino: “Il gran segreto è celarsi, eludere, confondere le tracce”, ma è una risposta che personalmente non mi convince. Penso che il valore per chi fa questo lavoro deriva anzitutto dal confronto con gli altri, dal sentire molte campane, dal sentirsi ispirare dagli altri, sentirsi anche rivoluzionare dagli altri.

Qual è quindi la giusta misura per eludere questo paradosso che tanto ci appiattisce e talvolta ci imbruttisce?

Il post è aperto.

 

Credits: M. Chagall, The Blue Circus

Lavorare da Belluno. Elogio della solitudine iperlocale

Non è facile spiegare il perché di una scelta come quella di vivere in provincia senza cadere nel retorico e senza esporsi troppo nel raccontare la propria intimità. È molto più semplice esternare il “come” piuttosto che “perché” lavoro in giro per l’Italia, talvolta anche fuori Italia, vivendo fieramente a Belluno. A dire il vero è la prima volta che mi metto a ordinare le idee nero su bianco, e ringrazio super Michele Sacchet che mi ha lanciato questa sfida, oltre a essere colui che mi ha aiutato a trovare la casa che desideravo proprio qui a Belluno, quella da cui lavoro appunto dalla montagna, e dal cui balcone scrivo anche ora guardando il Nevegal.

Per farla breve, io sono una giornalista e mi occupo prevalentemente di salute, sanità e ambiente. Questo è quello che dico quando voglio tagliare corto, cioè quasi sempre, dal momento che raccontare il mio lavoro non è semplice, perché quando dico che sono una giornalista ci si figura l’immagine bohemienne della cronista che passa le giornate alla ricerca di notizie che appunta su brogliacci sgualciti e che scrive durante la notte. E la reazione è: “ma e come fai da Belluno, scusa?” In realtà il mio lavoro è tutta un’altra cosa. Io sono una libera professionista che fra le altre cose scrive articoli giornalistici per riviste scientifiche e non, prevalentemente online, ma che oltre a questo offre servizi di ufficio stampa, gestione social media e consulenza per progetti di comunicazione di diverso tipo sempre in ambito sanitario per enti pubblici (ASL, Congressi Scientifici, Progetti Universitari) o privati (case editrici scientifiche, agenzie di comunicazione).
Pur facendo base prima a Longarone e ora da Belluno, non ho mai lavorato finora con realtà bellunesi, anche se spero accadrà prima o poi. Collaboro con giornali e riviste che hanno sede altrove, a Milano, a Roma, a Trieste, a Perugia, a Torino, a Venezia, a Pisa, e lo stesso vale per il resto delle attività che svolgo, dei progetti in cui vengo coinvolta. (Più dettagli qui )

Il punto centrale è la possibilità di lavorare in remoto, cosa che è resa possibile da internet, che mette a disposizione piattaforme gratuite come Slack – solo per citarne una – che permettono di collaborare con colleghi che fisicamente si trovano da altre parti d’Italia o del mondo. Abbiamo Skype per parlarci anche faccia a faccia gratuitamente ovunque nel mondo e fare interviste agli esperti (e fare anche degli apertivi spritz alla mano con amici dall’altra parte del globo!), Google Drive e Dropbox per condividere documenti e lavorarci a 4 o più mani come se ci trovassimo sullo stesso tavolo. E soprattutto abbiamo la rete, che ci permette anche da casa nostra di accedere a documenti, informazioni, database, come se mi trovassi in un ufficio cittadino qualsiasi.
Poi, se si presenta la necessità di essere sul posto per qualsivoglia ragione, fortunatamente basta prendere un treno o un aereo. Il mio personale compromesso è aver scelto una casa in un luogo tranquillo e verde, ma dal quale potessi raggiungere a piedi la stazione ferroviaria, dato che di treni ne prendo parecchi.

Certo, non tutti i lavori si prestano a questo tipo di modalità operativa, ma credo che la maggior parte dei lavori fra virgolette “intellettuali” oggi lo permettano. E credo – e questo è il nocciolo di questo mio piccolo contributo – che tutto questo possa portare vantaggi tangibili sia alla nostra dimensione personale, ma anche al vivere in provincia, e più in generale nel diffondere la cultura del “contro-inurbamento”, nel senso della non necessità di un inurbamento forzato.

Scuserete la lunga premessa in cui ho dovuto blaterare su quel che faccio, ma altrimenti sarebbe parso un po’ oscuro ciò che segue. E mi perdonerete se ora questo post diventa a tratti ancora più personale. In me il “come” e il “perché” citati in apertura vanno necessariamente a braccetto. In questi pochi anni da che ho iniziato a lavorare ho cercato di adattare la mia immagine di come deve essere il lavoro a un’idea di vita che ritenessi più giusta per me. Ovviamente il nocciolo della faccenda è che io sono fatta così: a me piacciono la natura, la calma, i luoghi non affollati. Mi piace che intorno a me ci siano piante e fiori e mi piace poter dire di no e dedicare il mio tempo il più possibile a cose che mi interessano sul serio. Non mi piacciono i palazzoni, il traffico, non mi piace chi crede di vivere “nel mondo” solo perché ha molta gente intorno. Sono cresciuta a Longarone in un contesto verde, e quella è la mia partenza, e anche il mio arrivo.
Proprio ieri ho letto “Le Otto Montagne” di Paolo Cognetti. Meraviglioso, ho avuto gli occhi lucidi in più di un passaggio. Uno invece mi ha fatto sorridere: “Non l’hanno mica scelto – disse. Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace” – “E chi c’è in basso?” – “Padroni, Eserciti. Preti. Capi reparto. Dipende.”
Forse per me stare qui ha anche un effetto terapeutico per bilanciare il fatto che il mio lavoro è essere connessa tutto il giorno, interagire continuamente con persone, specie via social media, dove si discute poco e si litiga tanto. E dove viene fuori il peggio di noi.

La solitudine, non si può non nominarla. L’ho usata anche nel titolo. Non aggiungo altro in proposito a ciò che disse Fabrizio De André

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