[§) La ballata del freelance

**Disclaimer** Siccome alcune persone hanno interpretato questa ballata come un grido d’aiuto (cosa che non è), ci tenevo a rassicurare il lettore che non è successo nulla, sto bene, il lavoro per fortuna non manca e neppure il mio reddito. Questo è un racconto che include molti aspetti che definirei ridicoli e paradossali della fiscalità italiana per chi comincia ala libera professione, alcuni li ho sperimentati io, altri no. E penso che anche se nessuno solitamente lo vuole ammettere per orgoglio, siamo un po’ tutti Marietta.
Prendetela dunque come una “ballata sulla fiscalità italiana della libera professione”, forse così si capisce meglio.. 🙂

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Dopo l’ultimo bicchier di vino
e posata la corona di alloro,
fra strette di mano e il CV nel taschino
Marietta si appresta a entrar nel mondo del lavoro.

“Freelance” – si dice – non suona mica male,
e poi dirlo in inglese è tutta un’altra storia..
Il mondo è grande, connesso e globale
e poi “il successo è cosa meritoria”.

Già si immagina Marietta, che non è benestante,
dopo qualche anno di duro lavoro,
dire ai suoi genitori tutta pimpante,
di potersi mantenere se non altro con un certo decoro.

Povera giovine, ancora non sa di sicuro
ciò che Piketty e colleghi vanno dicendo da anni:
nessuno mette via soldi solo col lavoro duro,
senza un patrimonio di famiglia che ripara i danni.

Così Marietta lavora ed è ben contenta
perché per fortuna sua e grazie allo Stato
con il regime dei minimi si accontenta
di non pagare un conto così salato.

Arriva infin il giorno di pagare
e Marietta, che tanto questo primo anno aveva lavorato,
fra tasse, Inps e acconti da saldare
su 10 mila, la metà li deve dare allo Stato.

La nostra eroina però non si dà per vinta
“È il primo anno, si sa che si paga per due
l’anno prossimo lavorerò con più grinta”,
Anche se le mani sono sempre “due”.

Dopo un paio d’anni di versamenti all’erario
(perché è partita da zero la nostra eroina)
Marietta può recarsi dal concessionario
per acquistare la sua prima macchinina.

Ma anche se è parca come le hanno insegnato,
e sceglie un’auto di poche pretese,
la giovane che solo due anni ha lavorato,
di certo non può far fronte a tutte le spese.

Anche perché si avvicina l’estate
e Marietta sa che deve risparmiare
perché di nuovo fra Inps, Irpef e acconti a palate,
deve fare attenzione a non sforare!

Così bisogna firmare un bel finanziamento,
(“e con la firma della mamma, che son più sereno”)
che fra tan e taeg è comunque un aumento
ma almeno il conto in banca rimane più pieno.

Ma più di tutto Marietta deve stare attenta
a non lavorare troppo, a non forzare la catena,
perché se supera quei fatidici TRENTA
si apre sotto di lei la terribile Geenna.

Sì perché se sei giovane e bravo nel tuo lavoro
e potresti ambire a fatturare un po’ di più,
per lo Stato diventi automaticamente pieno d’oro
e nell’inferno del Regime Ordinario rischi di cader giù.

In Italia se arrivi anche solo 35 mila
puoi dire addio in toto alle agevolazioni giovanili,
e fra tasse, previdenza e acconti in fila
al primo netto mensile sono solo esclamazioni scurrili.

Si pone dunque per Marietta un annoso problema:
rinuncio a un buon lavoro per non superare ‘sti trenta,
o provo ad ampliare del mio lavoro il sistema
sperando di non finire a mangiare pane e polenta?

Il primo anno, invero, non se ne fa niente,
fra la rata dell’auto e il risparmio per l’affitto.
Perché senza soldi per la caparra all’agente
nessuno ti affitta un appartamento solo perché ne hai diritto.

L’anno dopo, fuori casa e con l’auto per metà pagata,
Marietta fa il salto per ampliare il suo lavoro.
Nuovi clienti, fermento e speranza di una vita più agiata
pur senza pretesa di navigare nell’oro.

Ma a conti fatti a meno che più di 40 mila euro non fatturi
convien ancora rimanere sotto i trenta
che con le aliquote da pazzi di questi anni oscuri
Altrimenti il tuo netto ancora più basso diventa.

“Ma cosa fai, ti chiudi delle porte?”
Le dice la nonna cercando di donar conforto,
Non importa, sii fiduciosa che sei brava, e sii forte,
che mal che vada si trova il modo di darti supporto.

E così nonostante i maggiori proventi
ma senza patrimoni o rendite di sorta,
Marietta che a pagar si reca sull’attenti
quasi rimane davanti all’estratto conto morta.

Quei 15 mila che ha guadagnato in più rispetto ai trenta
son tassati come fossero sessanta!
Senza capire che proprio in quell’intervallo da sessanta a trenta
Sta la distanza fra ricchezza e povertà, che è tanta.

Considerato tutto, anche gli acconti
dei soldi anche ancora non sa se guadagnerà,
Marietta guarda i suoi conti in banca pronti
in un baleno a ridursi alla metà.

Pensa dunque: “allora basta, torno al regime forfettario
guadagno meno, ma in proporzione ho meno tasse,
almeno non regalo così tanto all’erario”.
E sperava la sventurata che il suo sogno di avverasse.

Ma puntuale come un orologio arriva il NO dello Stato:
Se più di 30 mila hai fatturato l’anno precedente
non hai diritto a passare quest’anno al regime agevolato
Insomma Marietta, non se ne fa niente.

“Un anno devi stare nel regime ordinario,
ma senza sforare i 30 pur pagando tutte le tasse e gli acconti,
per poterti guadagnare l’anno dopo il diritto al forfettario
e sperare finalmente in un netto che faccia quadrare i conti.”

30 mila euro di fatturato nel regime ordinario
son meno di 1500 euro al mese (e da non sforare!)
che fra affitto, auto e il paniere vario,
di sicuro non significa un futuro in cui sperare.

Insomma, Marietta l’ha capita infine la morale:
se paghi soldi che non hai mai fatturato
e per un anno lavori meno pagando tante tasse uguale,
finalmente il diritto a esser chiamato “povero” te lo sei di nuovo guadagnato.

@CristinaDaRold

Pic credits: Bansky, Follow your dream, cancelled.

 

Lavorare da Belluno. Elogio della solitudine iperlocale

Non è facile spiegare il perché di una scelta come quella di vivere in provincia senza cadere nel retorico e senza esporsi troppo nel raccontare la propria intimità. È molto più semplice esternare il “come” piuttosto che “perché” lavoro in giro per l’Italia, talvolta anche fuori Italia, vivendo fieramente a Belluno. A dire il vero è la prima volta che mi metto a ordinare le idee nero su bianco, e ringrazio super Michele Sacchet che mi ha lanciato questa sfida, oltre a essere colui che mi ha aiutato a trovare la casa che desideravo proprio qui a Belluno, quella da cui lavoro appunto dalla montagna, e dal cui balcone scrivo anche ora guardando il Nevegal.

Per farla breve, io sono una giornalista e mi occupo prevalentemente di salute, sanità e ambiente. Questo è quello che dico quando voglio tagliare corto, cioè quasi sempre, dal momento che raccontare il mio lavoro non è semplice, perché quando dico che sono una giornalista ci si figura l’immagine bohemienne della cronista che passa le giornate alla ricerca di notizie che appunta su brogliacci sgualciti e che scrive durante la notte. E la reazione è: “ma e come fai da Belluno, scusa?” In realtà il mio lavoro è tutta un’altra cosa. Io sono una libera professionista che fra le altre cose scrive articoli giornalistici per riviste scientifiche e non, prevalentemente online, ma che oltre a questo offre servizi di ufficio stampa, gestione social media e consulenza per progetti di comunicazione di diverso tipo sempre in ambito sanitario per enti pubblici (ASL, Congressi Scientifici, Progetti Universitari) o privati (case editrici scientifiche, agenzie di comunicazione).
Pur facendo base prima a Longarone e ora da Belluno, non ho mai lavorato finora con realtà bellunesi, anche se spero accadrà prima o poi. Collaboro con giornali e riviste che hanno sede altrove, a Milano, a Roma, a Trieste, a Perugia, a Torino, a Venezia, a Pisa, e lo stesso vale per il resto delle attività che svolgo, dei progetti in cui vengo coinvolta. (Più dettagli qui )

Il punto centrale è la possibilità di lavorare in remoto, cosa che è resa possibile da internet, che mette a disposizione piattaforme gratuite come Slack – solo per citarne una – che permettono di collaborare con colleghi che fisicamente si trovano da altre parti d’Italia o del mondo. Abbiamo Skype per parlarci anche faccia a faccia gratuitamente ovunque nel mondo e fare interviste agli esperti (e fare anche degli apertivi spritz alla mano con amici dall’altra parte del globo!), Google Drive e Dropbox per condividere documenti e lavorarci a 4 o più mani come se ci trovassimo sullo stesso tavolo. E soprattutto abbiamo la rete, che ci permette anche da casa nostra di accedere a documenti, informazioni, database, come se mi trovassi in un ufficio cittadino qualsiasi.
Poi, se si presenta la necessità di essere sul posto per qualsivoglia ragione, fortunatamente basta prendere un treno o un aereo. Il mio personale compromesso è aver scelto una casa in un luogo tranquillo e verde, ma dal quale potessi raggiungere a piedi la stazione ferroviaria, dato che di treni ne prendo parecchi.

Certo, non tutti i lavori si prestano a questo tipo di modalità operativa, ma credo che la maggior parte dei lavori fra virgolette “intellettuali” oggi lo permettano. E credo – e questo è il nocciolo di questo mio piccolo contributo – che tutto questo possa portare vantaggi tangibili sia alla nostra dimensione personale, ma anche al vivere in provincia, e più in generale nel diffondere la cultura del “contro-inurbamento”, nel senso della non necessità di un inurbamento forzato.

Scuserete la lunga premessa in cui ho dovuto blaterare su quel che faccio, ma altrimenti sarebbe parso un po’ oscuro ciò che segue. E mi perdonerete se ora questo post diventa a tratti ancora più personale. In me il “come” e il “perché” citati in apertura vanno necessariamente a braccetto. In questi pochi anni da che ho iniziato a lavorare ho cercato di adattare la mia immagine di come deve essere il lavoro a un’idea di vita che ritenessi più giusta per me. Ovviamente il nocciolo della faccenda è che io sono fatta così: a me piacciono la natura, la calma, i luoghi non affollati. Mi piace che intorno a me ci siano piante e fiori e mi piace poter dire di no e dedicare il mio tempo il più possibile a cose che mi interessano sul serio. Non mi piacciono i palazzoni, il traffico, non mi piace chi crede di vivere “nel mondo” solo perché ha molta gente intorno. Sono cresciuta a Longarone in un contesto verde, e quella è la mia partenza, e anche il mio arrivo.
Proprio ieri ho letto “Le Otto Montagne” di Paolo Cognetti. Meraviglioso, ho avuto gli occhi lucidi in più di un passaggio. Uno invece mi ha fatto sorridere: “Non l’hanno mica scelto – disse. Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace” – “E chi c’è in basso?” – “Padroni, Eserciti. Preti. Capi reparto. Dipende.”
Forse per me stare qui ha anche un effetto terapeutico per bilanciare il fatto che il mio lavoro è essere connessa tutto il giorno, interagire continuamente con persone, specie via social media, dove si discute poco e si litiga tanto. E dove viene fuori il peggio di noi.

La solitudine, non si può non nominarla. L’ho usata anche nel titolo. Non aggiungo altro in proposito a ciò che disse Fabrizio De André

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