Stranieri residenti. Per una filosofia della migrazione

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“Porta di Lampedusa — Porta d’Europa” Un monumento per i migranti deceduti e dispersi in mare di Mimmo Paladino (Flickr: Vito Manzari)

«A essere chiamata in causa è la filosofia, il cui compito è decostruire l’ovvietà, far implodere ciò che pretende di essere normativo e che ricorre alla forza del diritto per ammantarsi di legittimità». Questo è il solco entro cui si snoda “Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione” (Bollati Boringhieri, 2017) scritto da Donatella Di Cesare, filosofa, docente di Filosofia teoretica all’Università “La Sapienza” di Roma.

Un libro prima di tutto politico, e in questo senso filosofico, che ha come punto di partenza il fatto che la migrazione non è una “questione” da risolvere ma un’epica che accade e con cui siamo chiamati a confrontarci. Un fenomeno che richiede uno sguardo che sappia andare oltre la “logica dei flussi”, per porsi invece come ridefinizione semantica delle categorie linguistiche e politiche a cui siamo abituati. “Per inquadrare il fenomeno delle migrazioni oggi risultano fuorvianti sia i parametri statistico-quantitativi, che i canoni socio-economici. È tempo — chiosa l’autrice — di una prospettiva politico-esistenziale” tramite cui osservare prima ancora di catalogare.

Il migrante è colui che ci minaccia nella misura in cui “smaschera lo stato” per usare una felice espressione dell’autrice, perché accoglierlo prevede un’implicita decostruzione del concetto di stato-nazione e di tutta la sua iconografia, fondata da millenni sul diritto all’appartenenza geografica.

Il primo e più immediato motivo per cui questo testo è necessario è che non esiste ancora una filosofia della migrazione vera e propria — spiega Di Cesare — nonostante le premesse promettenti dell’ultimo secolo: dalla fenomenologia di Husserl, al pensiero di Hannah Arendt, a partire da quel saggio We Refugees dato alle stampe nel 1943, fino a Derrida, il cui approccio decostruttivo pare in qualche modo assunto come metodo strutturale.

Il solco entro cui si può muovere una filosofia delle migrazioni è quello di una fenomenologia dell’alterità. Anche se l’autrice non li nomina mai esplicitamente, sembrano percepirsi le trame di quella filosofia dell’empatia che connette Max Scheler ed Edith Stein, secondo cui l’emergere della propria individualità e di quella dell’altro avvengono contemporaneamente.

Tuttavia, leggendo i contributi della storia della filosofia più o meno recente in merito, si ha appunto l’impressione di avere davanti tante case ormai abitate, a cui manca però l’ultimo piano, che finisce per rimanere abbozzato, come nude strutture metalliche che si proiettano verso l’alto.

L’ultimo passaggio, quello che manca per tradurre i traguardi della fenomenologia dell’alterità in una filosofia della migrazione, è quello che si propone di compiere l’autrice, proponendo “una fenomenologia che senza cedere alla volontà di affermare, dominare, addomesticare lo straniero, neutralizzandone la carica esplosiva, si limiti a indicarne il luogo, una vera topografia che finisce per rivelarsi anche una topologia.” Il luogo, il suolo. Qui sta la dirompenza di questa nuova epica, che ci costringe a ripensare il nostro millenario rapporto con la terra lungo due direttive: da un lato come concepiamo la nostra identità in relazione al possesso di suolo; dall’altro il significato di sentirsi comunità.

Accettare di non poter scegliere con chi coabitare e accettare di non avere il diritto di pretendere questo diritto implica di re-imparare ad abitare e a co-abitare. “Dobbiamo svincolare l’abitare dall’avere — spiega l’autrice — […] sciogliendo il nesso cruciale e millenario fra nazione, suolo e monopolio.” Insomma, si tratta di mettere in discussione i pilastri ideologici su cui abbiamo fondato la nostra “democrazia” occidentale, basati sul fraintendimento fra diritto all’appartenenza, che pianta le sue radici nella democrazia ateniese, e diritto alla partecipazione.

La svolta — scrive l’autrice — non la scelta fra ius soli ius sanguinis, ora fulcro del dibattito politico in Italia, poiché sono entrambi criteri di appartenenza, che prevedono per definizione la presenza di “candidati” all’inclusione e di valutatori. Si tratta di concetti zavorra ereditati secondo l’autrice dalla polis ateniese, chiusa ed escludente nei confronti dello straniero.

Atene è uno dei tre modelli storici di cittadinanza assunti dall’autrice, accanto all’Impero Romano, fondatore della cittadinanza giuridica indipendente dal luogo di nascita, e infine al mondo ebraico, dove emerge la figura di Rut la moabita, l’estranea per eccellenza, la gher, la straniera residente, discendente delle figlie di Lot, e quindi figlia bastarda di figli bastardi, ma per questo origine della stirpe di Davide.

Rut è storicamente l’emblema del gher, di “colui che abita”, il luogo dove la cittadinanza coincide (finalmente) con l’ospitalità. Ed è un luogo che non presuppone i confini dello stato-nazione come fondativi di un’identità comunitaria.

Bansky, Calais Jungle http://www.ufunk.net/en/artistes/banksy-calais-migrants/

È ben evidente l’afflato anarchico, quasi utopistico, di una rivoluzione anzitutto linguistica che stando alla situazione attuale, ben esemplificata dagli haters che popolano il web e dalla difficoltà di dialogare su questioni complesse, sembra essere ancora molto lontana. Anarchico deve iniziare a essere il nostro sguardo — spiega Di Cesare — così come anarchiche sono le rotte di chi viene dal mare, che cercano di trapassare le frontiere nazionali, già rese instabili dalla globalizzazione. Eppure nel mondo reale aumentano i muri, a partire da quelli fisici. Siamo di fronte al naufragio della filosofia dell’alterità, se l’Altro in questione arriva su di un barcone.

Per questo l’immenso pregio di questo libro è averci obbligato a mettere alla prova i risultati della nostra filosofia di fronte a un’epica che mette in discussione la nostra millenaria storia delle idee e le strutture politiche basate sul possesso di suolo.

E in questo senso i versi di quest’epica si rivolgono a noi come un richiamo che proviene da queste rotte anarchiche e sembrano riecheggiare il passo del Libro di Isaia «Sentinella, a che punto è giunta la notte? Sentinella, a che punto è giunta la notte?». La sentinella risponde: «Vien la mattina, poi anche la notte. Se volete interrogare, interrogate pure; ritornate, venite».

@CristinaDaRold

Cattive acque

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Il 2 settembre del 1854 a Londra, precisamente al numero 40 di Broad Street, la figlia di Thomas e Sarah Lewis di 5 mesi muore di colera. È il primo caso di un’epidemia che colpi le aree limitrofe e una delle più virulente che l’Inghilterra ricordi. Proprio in Broad Street infatti era collocato un pozzo nero dove la signora Lewis era solita sciacquare i pannolini della figlia. Non lontano dal pozzo nero vi era la pompa d’acqua che riforniva l’intera via, fra abitazioni ed esercizi, che proprio in quell’agosto del 1854 risultò contaminata dalle scorie provenienti dal pozzo nero, a causa dell’imperfezione dell’impianto idrico che avrebbe dovuto mantenere le cisterne isolate.

In un contesto come quello della Londra Vittoriana, che è la stessa degli scenari di Oliver Twist e della Gin Lane di William Hogarth, dove le famiglie vivevano in 15 persone in poche stanze buie, sporche e senza servizi igienici e possibilità di lavarsi le mani, dove si mangiava e si defecava nello stesso posto, l’epilogo fu drammatico. Così come lo furono le epidemie, sempre di colera, del 1849 e del 1866. Un dato su tutti: l’aspettativa di vita di un giovane nato nel centro di Liverpool nel 1851 era di 26 anni, mentre quella di un nato nelle campagne del Devon di 57 anni.

In questo contesto emerge la figura di John Snow, medico che per primo studiò dal punto di vista epidemiologico queste epidemie, cioè andando oltre lo sguardo della filosofia naturale che cercava le cause partendo dalla teoria invece che dall’esperimento, per preferire invece sopra tutto l’osservazione, che sola può produrre i dati, sui quali possiamo produrre correlazioni. Ciò permise a Snow di inferire che le epidemie di colera londinesi non erano frutto – come si riteneva negli ambienti medici – dell’azione dei “miasmi”, cioè dei cattivi odori che, per qualche ragione non precisata, se inalati, avrebbero potuto innescare la malattia. Il colera è un virus – capisce Snow – che si diffonde in contesti precisi e seguendo regole precise.

La rivoluzione di John Snow è la rivoluzione dello “scetticismo cortese” come lo definisce brillantemente l’epidemiologo Tom Jefferson, curatore della seconda edizione di Cattive acque. Sul modo di trasmissione del colera, in uscita in questi giorni per Il Pensiero Scientifico. Un’edizione tradotta e annotata di Sul modo di trasmissione del colera, scritto proprio da Snow, con l’aggiunta di copia delle preziosissime mappe originali che l’autore aveva realizzato per cercare le correlazioni tra la distribuzione delle pompe dell’acqua e la diffusione dei casi.

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