Valutare l’impatto dei rischi climatici sul sistema finanziario

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L’urgenza di stimare l’impatto dei rischi climatici sul sistema finanziario è sempre più riconosciuta tra gli studiosi e professionisti. Se da ogni parte – o quasi – si invocano con urgenza politiche orientate alla sostenibilità e resilienza, in grado di arrestare il riscaldamento globale e mitigare le conseguenze che già hanno iniziato a colpire il nostro pianeta, dall’altro lato non possiamo chiudere gli occhi davanti al fatto che la finanza globale ruota anche intorno a ciò che ha creato il problema climatico, come ad esempio i combustibili fossili, dove consapevolmente o meno investitori grandi e piccoli hanno investito il proprio denaro.
In questa direzione ha lavorato un gruppo di ricercatori dell’Università di Zurigo, che su
Nature Climate Change ha pubblicato la propria metodologia per testare come l’introduzione rapida di nuove politiche climatiche stresserebbe il mercato azionario globale. «Nel nostro studio abbiamo osservato che una grossa parte dei portafogli azionari degli investitori, in particolare per i fondi di investimento e per quelli pensionistici, riguarda settori che verrebbero toccati da cambiamenti nelle politiche climatiche» commenta Stefano Battiston, uno dei ricercatori che ha lavorato al progetto.
L’analisi si è basata sui dati delle partecipazioni di tutte le società quotate in Europa e negli USA, sui dati di bilancio delle prime 50 banche europee quotate e sulle esposizioni finanziarie nei diversi settori.
Il test ha permesso ai ricercatori di avanzare due previsioni: primo, che l’introduzione di politiche ambientali nuove dovrebbe avere piccole conseguenze sulle principali banche europee, ma un effetto più marcato sui fondi pensione. Inoltre, che politiche climatiche rapide e stabili non implicherebbero un rischio sistemico, cosa che invece accadrebbe con più facilità se le nuove misure venissero introdotte in modo incerto.

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La matematica del cuore

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Vincere un ERC Advanced Grant non è facile, vincerne due in pochissimi anni è davvero notevole. Soprattutto se nel mezzo ci sono anche due ERC Proof of Concept Grants.

È la storia di Alfio Quarteroni, matematico italiano di fama mondiale per i suoi numerosi studi sulle innovative applicazioni della matematica, che attualmente lavora presso l’Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna, e che tornerà in Italia alla fine del 2017, proprio per lavorare al suo nuovo progetto da quasi 2,5 milioni di euro al Politecnico di Milano, che è peraltro una delle realtà italiane che si è aggiudicata più ERC Grants negli ultimi anni.

Questa volta Quarteroni punta al cuore, letteralmente. iHEART, an integrated heart model for the simulation of the cardiac function, rappresenta infatti il primo tentativo al mondo di creare un modello completo del cuore umano, che comprende tutte e dinamiche fisiche che messe insieme chiamiamo vita: la componente elettrica, meccanica, fluidodinamica e via dicendo. Sebbene diversi gruppi nel mondo stiano lavorando da vent’anni per costruire modelli matematici delle varie funzioni cardiache, questa è la prima volta in cui si studierà un modello integrato.

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Ancora grandi le differenze di salute in Italia

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L’ultimo rapporto Osservasalute, redatto dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute delle Regioni italiane è un corposo documento di oltre 400 pagine, e dunque complesso da sintetizzare, ma un punto di vista sempre interessante emerge inforcando le lenti delle disuguaglianze, gli output di salute derivanti dai gradienti geo-socio-culturali e osservare come si comportano gli elementi più vulnerabili del sistema. Chi ha cioè meno risorse di partenza e dunque meno mezzi per contrastare queste disuguaglianze, che si traducono anzitutto in un maggiore impatto delle malattie croniche. Queste ultime, secondo gli ultimi rilevamenti affliggerebbero nel complesso 4 italiani su 10. Una media che probabilmente non stupisce, se si considera il numero crescente di over 65.

Proviamo dunque a restringere il campo, con l’aiuto degli ultimi dati Istat: ebbene, un italiano su 5 fra i 25 e i 44 anni soffre di almeno una malattia cronica, e il 6% di questo gruppo ne presenta almeno due. Il punto cruciale è però il gradiente: la prevalenza di cronicità che nella classe di età 25-44 anni fra i laureati è del 3,4%, mentre fra la popolazione con il livello di istruzione più basso e pari al 5,7%. Uno stacco di oltre due punti.

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