Tubercolosi, immigrazione e Italia. Tutti i numeri

Il 24 marzo scorso in occasione della Giornata Mondiale della Tubercolosi, l’ECDC (Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) ha pubblicato i dai relativi alle morti per tubercolosi nel 2016 in Europa: 4300 decessi su oltre 5 milioni di morti complessive. Nel 2015 i decessi erano stati 4500, e in generale il trend è andato diminuendo negli ultimi 10 anni, nonostante il numero di nuovi casi sia purtroppo cresciuto nello stesso periodo.

La buona notizia è che l’Italia rimane un paese a bassa incidenza di tubercolosi (<20 casi/100.000), anche oggi, dopo anni di migrazioni. Dal 2012 al 2016 in Italia il tasso di notifica di TB è diminuito in media del 1,8% ogni anno.

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Raggi UV e lesioni al DNA: come fermarle

RICERCA – È cosa nota che i raggi ultravioletti, a cui ci esponiamo quando per esempio prendiamo il sole senza un’adeguata protezione, danneggiano il nostro DNA. Per fortuna l’organismo quasi sempre è in grado di riparare rapidamente questi danni, evitando di trasformare il danno in un possibile tumore. Il problema è – appunto – che non sempre siamo così fortunati. Talvolta l’organismo non è capace di sistemare queste “lesioni” nella doppia elica, che causano alterazioni della struttura dei cromosomi e possono portare allo sviluppo di tumori oppure a morte cellulare.

Capire perché talvolta il meccanismo di riparazione non funziona e che cosa accade è dunque da tempo al centro della ricerca biomedica, e oggi uno studio dell’Università Statale di Milano è riuscito per la prima volta a identificare una famiglia di proteine che aiuta la riparazione del DNA senza accumulare alterazioni cromosomiche, prevenendo quindi la morte cellulare e la pericolosa instabilità genomica. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Molecular Cell.

“Il primo passo importante è stato capire perché alcune lesioni venivano riparate dall’organismo mentre altre no – spiega a OggiScienza Marco Muzi Falconi, fra gli autori dello studio – e siamo riusciti a osservare che la riparazione automatica non avviene se abbiamo due lesioni vicine l’una all’altra, ognuna su uno dei due filamenti di DNA. Solitamente le lesioni non sono così vicine, ma questa situazione si può avere nel caso appunto dei raggi UV, oppure se l’organismo viene sottoposto a chemioterapia con farmaci a base di derivati del platino” continua Muzi Falconi.

Una volta osservata questa peculiarità, i ricercatori hanno studiato come l’organismo interagisce con queste lesioni cercando invano di ripararle, comprendendo che alla base entrano in gioco una proteina specifica, EXO1, che comincia a degradare il cromosoma, e un’altra famiglia di proteine che cerca di sistemare quanto la prima ha distrutto. Questa attività di degradazione in realtà ha un aspetto positivo: allerta la cellula del problema e avvia la riparazione dei danni al DNA. Di contro però, se EXO1 viene lasciata agire in modo indisturbato degrada il DNA in maniera incontrollata, portando alla rottura dei cromosomi.

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«Il Paradiso è altrove» di Mario Vargas Llosa

gStrano.

Uno di quei libri che vuoi leggere fortemente ma fai molta molta fatica all’inizio. Una scrittura che non travolge, ma fidelizza. E dopo le prime 200 pagine ti rendi conto di esserci irrimediabilmente dentro, e le altre 200 le bevi, e non vorresti doverne uscire.

Divoro da sempre libri o storie che riguardano Gauguin, uno dei miei artisti prediletti, ma non sono mai soddisfatta. C’è sempre un qualche cosa che trovo artificioso, postumo.
Ho sempre pensato che la sua storia non potesse essere così bohemienne, così fascinosa e calda come viene solitamente narrata. Tutta ispirazione.

Ecco, ne “Il Paradiso è altrove” questo libro ho finalmente trovato quell'”espirazione” che cercavo nella narrazione dell’utopia della vita e dell’opera di Koke.

Un’utopia che non è all’altezza di quella di sua nonna Flora Tristan, narrata anch’essa in questo libro e che sa farci sentite ancora oggi piccoli piccoli.

Che poi io di carattere non sono attratta dalle utopie. Ma almeno ora ho sentito quello che ero certa ci fosse dietro la sua storia e la sua incredibile arte.

 

Infarto: come capire chi colpirà

SALUTE – Il problema principale per un cardiologo è capire quando una persona che non presenta sintomi è verosimilmente a rischio di essere colpita da infarto miocardico. Sebbene vi siano dei fattori di rischio ben noti, come il diabete, l’ipertensione o avere il colesterolo alto, non è al momento possibile capire se un individuo sano svilupperà o meno un evento cardiaco importante.

Anche sottoponendo tutta la popolazione sana a coronarografia o tac coronarica (cosa evidentemente impossibile e inopportuna dato il rapporto costo-efficacia, oltre che per l’elevata invasività della coronarografia non saremmo comunque in grado di affermare in maniera deterministica se una persona asintomatica svilupperà una patologia cardiaca grave oppure no.
Sappiamo che statisticamente all’interno di una certa popolazione una percentuale avrà un infarto, ma non siamo in grado di dire chi sarà colpito.

Come possiamo prevedere dunque se una persona che oggi ha una lesione coronarica iniziale e silente, domani svilupperà una qualche malattia cardiaca? Se finora non era possibile dare risposta a questa domanda, oggi una strada per riuscire a prevedere con precisione il rischio soggettivo di una persone ci potrebbe essere e passa per la genetica.

È quello a cui sta lavorando un team di ricercatori del Centro Cardiologico Monzino di Milano, dove una squadra di cardiologi, radiologi, emodinamisti e ricercatori, individuerà le caratteristiche radiologiche, molecolari o genomiche che identificano precocemente i soggetti a maggior rischio di sviluppare un infarto a medio-lungo termine. L’idea di fondo è quella di studiare il trascrittoma, cioè le caratteristiche dell’RNA circolante in persone senza alcuna manifestazione di malattia cardiaca, ma con TAC coronarica indicativa di parziale ostruzione delle coronarie, per poi seguire la persona per un certo periodo sottoponendola a tac coronarica periodica, e osservare se ci sono correlazioni fra i pattern di RNA e l’insorgenza di eventi cardiaci nel futuro.

Lo studio in questione si chiama EPIFANIA ed è già stato avviato, coinvolgendo 400 persone, con l’obiettivo di raggiungerne 1000, e seguirà i pazienti per un periodo di 5 anni.

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