Infertilità maschile e disfunzione erettile. Come stanno le cose

SALUTE – Di recente è apparso su Nature Reviews Urology, un articolo a firma di due ricercatori italiani dell’Università di Firenze – il dottor Francesco Lotti e il professor Mario Maggi – sull’infertilità maschile e sulla disfunzione erettile. Un articolo che fa il punto sui dati a livello mondiale in merito a questi due problemi e alla loro correlazione. L’infertilità colpisce il 7-12% degli uomini e, fra chi ha problemi di infertilità, la percentuale di persone che soffre di disfunzioni sessuali (quali problemi di erezione, eiaculazione e scarso desiderio sessuale) è elevata. Ne abbiamo parlato con Francesco Lotti, endocrinologo e andrologo.

Iniziamo con qualche numero: quanto è diffusa l’ infertilità maschile e quali sono le cause?

L’infertilità affligge circa una coppia su dieci e nel 50% dei casi l’uomo ha una certa responsabilità, da solo o come concausa. Tuttavia, solo nella metà dei casi siamo in grado di individuare la causa dell’infertilità maschile. Nel resto degli uomini l’origine può essere pre-testicolare (15% dei casi), testicolare (75%) e post-testicolare (10%); nel 15% dei casi è attribuibile ad anomalie genetiche. Le cause pre-testicolari comprendono il cosiddetto ipogonadismo ipogonadotropo o disfunzioni sessuali severe. L’ipogonadismo ipogonadotropo, congenito o acquisito, si caratterizza per la presenza di bassi livelli di testosterone plasmatico secondari e alterazioni dell’ipotalamo e/o dell’ipofisi, la ghiandola del cervello assimilabile ad una “centralina di controllo” che secerne ormoni di regolazione per altri organi endocrini periferici. Le disfunzioni sessuali che si associano a infertilità maschile invece sono quelle caratterizzate da un difetto nella deposizione del seme in vagina, quali l’aneiaculazione, ovvero l’assenza patologica di emissione del liquido seminale, e le forme più severe di disfunzione sessuale, come l’inabilità alla penetrazione e l’eiaculazione precoce ante portam, cioè prima di entrare in vagina.

Le cause testicolari invece comprendono qualsiasi affezione del testicolo associata a una compromissione della spermatogenesi e includono quelle congenite, quali anomalie del cariotipo e microdelezioni del cromosoma Y, e quelle acquisite come orchite, torsione e trauma testicolare, chemio e radioterapia. Infine, le cause post-testicolari comprendono cause congenite quale l’agenesia bilaterale dei dotti deferenti, che spesso dipende da una mutazione del gene della fibrosi cistica, e cause acquisite, quali l’ostruzione dei dotti eiaculatori post-infezione o infiammazione o associata a cisti prostatica mediana, la vasectomia e gli anticorpi anti-spermatozoi.

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Salute: quanto incide lo status socio-economico?

Una persona di 60 anni oggi proveniente da una classe sociale più modesta ha la stessa velocità di camminata di un individuo di 66 anni più ricco. È quello che emerge da uno studio apparso sul BMJ a cui hanno partecipato anche ricercatori italiani, afferenti al Progetto Lifepath.
Ciò non sta certo a significare che fumo, obesità e via dicendo non impattano sulla nostra salute come pensavamo, anzi. Sono proprio i noti fattori di rischio che tutti ormai conosciamo i “colpevoli” di questo gap. La classe sociale è la cartina di tornasole delle conseguenze dell’insieme di questi fattori. L’importanza di questo studio è aver provato a focalizzare l’attenzione non sul singolo fattore di rischio (l’obesità, il diabete, l’ipertensione), ma sull’intero contesto di vitadegli individui, che si può riassumere con lo status socio-economico, in cui si esprimono i fattori di rischio.
Dal punto di vista delle strategie globali innovative in materia di salute, finora l’impatto negativo dei fattori di rischio è principalmente valutato utilizzando parametri come la mortalità, mentre più ampie misure di benessere come la funzione fisica hanno ricevuto finora meno attenzione. «Non dovremmo limitare la nostra analisi alla lunghezza della nostra vita, ma studiare anche la qualità del nostro invecchiamento», afferma Mika Kivimaki,  docente all’University College di Londra. E per riuscire in questo è necessario partire – come ha insegnato Sir Michael Marmot – dalle condizioni socio-economiche, e ancor prima dai gap nell’istruzione. «Concentrandoci sull’invecchiamento sano e sul benessere funzionale, miriamo a fornire ulteriori prove per mettere a punto politiche sanitarie più generali che affrontino le avversità socioeconomiche prima di tutto, oltre ai fattori di rischio standard» conclude Kivimaki.

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Stiamo sconfiggendo la Tubercolosi troppo lentamente

SALUTE – Secondo quanto emerge da un rapporto pubblicato dall’ECDC il 24 marzo scorso in occasione della Giornata Mondiale sulla Tubercolosi, il numero di nuove diagnosi nella regione europea è sceso del 4,3% ogni anno nell’ultimo decennio, ma si tratta di un progresso troppo lento rispetto a quanto prevedono la Strategia End TB delle Nazioni Unite e gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile per il 2030. Nel complesso in dieci anni i casi di TB sono diminuiti di un terzo, passando dai 410 mila del 2007 ai 290 mila del 2016.

Nel 2016 in Europa sono stati segnalati infatti 297.132 casi di tubercolosi provenienti da 52 paesi, pari a 28 casi per 100.000 abitanti. Di questi, 58.994 afferivano ai 30 paesi UE, con un tasso di incidenza pari a 11,4 casi per 100.000 abitanti. Per l’Italia c’è una buona notizia: abbiamo avuto 4032 casi di tubercolosi nel 2016, un numero molto inferiore rispetto a Germania, Gran Bretagna, e Francia.

In proporzione inoltre, si muore sempre meno. I tassi di mortalità nell’Unione Europea si sono dimezzati in 10 anni, e in Italia siamo stabili su 0,6 decessi per 100 mila. In totale abbiamo avuto 330 morti per TB in Italia nel 2016.

Tuttavia, dal punto di vista delle cure, e quindi anche della mortalità, i due problemi principali oggi della Tubercolosi sono da una parte il connubio con l’HIV e dall’altra le sue forme resistenti ai farmaci. Due problemi che purtroppo spesso si sovrappongono. Il 4,4% dei casi di TB nel 2016 ha riguardato individui con l’HIV: 826 persone. Fra i paesi non UE la percentuale sale al 14%.

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Tubercolosi, immigrazione e Italia. Tutti i numeri

Il 24 marzo scorso in occasione della Giornata Mondiale della Tubercolosi, l’ECDC (Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) ha pubblicato i dai relativi alle morti per tubercolosi nel 2016 in Europa: 4300 decessi su oltre 5 milioni di morti complessive. Nel 2015 i decessi erano stati 4500, e in generale il trend è andato diminuendo negli ultimi 10 anni, nonostante il numero di nuovi casi sia purtroppo cresciuto nello stesso periodo.

La buona notizia è che l’Italia rimane un paese a bassa incidenza di tubercolosi (<20 casi/100.000), anche oggi, dopo anni di migrazioni. Dal 2012 al 2016 in Italia il tasso di notifica di TB è diminuito in media del 1,8% ogni anno.

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