Il rapporto fra americani e privacy spiegato in 10 punti

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Molti sociologi sostengono che una delle maggiori conseguenze a cui ci ha portato l’avvento della digitalizzazione è un vertiginoso aumento della complessità del sistema. Una complessità che nasconde una profonda ambivalenza: da un lato internet ha significato una maggiore possibilità di connessione, di scambio di dati, di condivisione, e quindi di partecipazione, dall’altro ha portato con sé una perdita di controllo del singolo cittadino sulle informazioni che lo riguardano.

È innegabile che oggi scegliere di condividere un’informazione in rete, per quanto ci si sforzi di renderla privata, significa comunque accettare di farcela sfuggire di mano. E il risultato è che il cittadino, l’utente, finisce per voler partecipare con la convinzione di trarne dei benefici in termini di servizi – e non si può negare che questo accada – ma al tempo stesso sente che più lo fa, più aumenta il suo senso diinsicurezza. E non parliamo solo di intercettazioni di email o telefonate, ma anche, per esempio, di tutto il mondo dello IoT, l’internet delle cose.

Un cittadino insomma che per partecipare deve anzitutto delegare. A confermare questo trend sono gli stessi americani, che sono stati interpellati nientemeno che da Pew Research per un periodo di due anni e mezzo, per analizzare lo stato dellaprivacy negli Stati Uniti.

Ecco cosa evidenzia il report di Pew Research, in 10 punti e 3 grafici.

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Politica, gli italiani si informano di più ma non partecipano

Reblogged from WIRED ITALIA

Quanta e quale partecipazione ci debba essere nella democrazia è uno dei cuori del dibattito politico dai tempi delle poleis greche, e se da un parte oggi misurare la partecipazione politica significaportare in piazza San Giovanni più gente possibile, dall’altra c’è chi come il Movimento 5 Stelle rilancia a suon di sondaggi onlineper portare l’Italia fuori dall’euro.
Che si usino mezzi secolari o contemporanei però il dato è piuttosto netto: gli italiani affermano di interessarsi della cosa pubblica, ma quelli che partecipano sono un’esigua minoranza. Inoltre, nel nostro paese chi non lavora o non ha una situazione lavorativa ottimale partecipa molto meno alla vita politica, sia attivamente, cioè militando all’interno di partiti o sindacati, che indirettamente, ovvero semplicemente informandosi o parlando di politica.

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E al loro dio goloso non credere mai

LeftHand_2Come altri aspiranti giornalisti della rete prima di me, anche io oggi ho peregrinato un po’ nel web per cercare di capire quale fosse il panorama italiano dei periodici cartacei che si occupano di scienza. Mi è capitata tra i primi risultati di Google Search questa pagina, che ha attirato – seppur nella semplicità della sua grafica – la mia attenzione, poichè riportava un elenco di 40 riviste a periodicità mensile presenti in Italia. Bestia – mi sono detta usando un francesismo – le possibiltà sembrano proprio non mancare! L’entusiasmo tuttavia si è spento dopo poco, nel momento in cui ho cominciato a ispezionare ogni singola rivista a cui rimandavano i links contenuti nella tabella. Dunque – mi sono detta – escludendo:

– i periodici di psicologia, psicanalisi, criminologia, fitness o misteri irrisolti, che poco hanno a che fare con i settori scientifici che stavo cercando;

– le riviste online che – seppur ottime piattaforme – sono in realtà sono siti di associazioni, politiche e non;

ed eliminati i siti aggiornati al 2001 (con un brillante post in prima pagina sulla caduta delle Torri Gemelle, ma che non danno certo limpressione di essere freschissimi), ne emerge un quadro decisamente diverso. A questo punto escludiamo anche i periodici definitivamente chiusi (che continuano a comparire nella tabella…..perchè??) e quelli che sono diventati siti web, che mi ricordano  l’associazione per cani abbandonati in cui ho preso il mio Biagio, la quale pubblica una volta l’anno su carta le migliori storie di adozioni andate a buon fine. Beh..il numero si riduce drasticamente.

Insomma, taglia qui che taglia lì, su un elenco invitante di 40 possibilità di declinare tutte le mie sboccianti idee, ne rimane un numero che si può contare sulle dita delle proprie mani.

Ora, probabilmente è questo sito a cui faccio riferimento ad essere oramai obsoleto, e probabilmente sono stata sfortunata ad essere rimandata algoritmicamente proprio a quello..certo è che tutto questo fa riflettere, non tanto sulla situazione dell’editoria in Italia, argomento su cui non ho ad oggi la preparazione per dire nulla, quanto sulla caratteristica del web di fare spesso da contenitore, più che da contenuto. Senza chiedersi cioè se quello che propone tra i suoi primi risultati sia proprio quello che all’utente serve sapere. Ma per fare questo – si sa – non basterebbe un algoritmo, nemmeno oggi.

Trovate il sito di cui parlo qui.

Credits: Wikipedia Commons, LeftHand 2.png by AS990.