[§) 5 anni da “data journalist”. Qualche considerazione (e un po’ di ottimismo)

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Credits: Bansky, naturalmente.

Alla fine del 2013 stavo discutendo la mia tesi di master in giornalismo scientifico digitale alla SISSA di Trieste, che aveva come tema proprio un case study di data journalism*, e ricordo di essermi molto seccata all’ennesima obiezione da parte della commissione sul fatto che questo “datajournalism” di cui anche in Italia si era cominciato a parlare da circa un anno, non fosse in realtà nulla di che. Che fosse maggiore l’enfasi che mettevamo sul nome rispetto alla rivoluzione concettuale sul modo di fare giornalismo. “I dati sono sempre esistiti, e anche excel sono almeno vent’anni che lo usiamo” mi veniva detto. Insomma la solita vecchia storia stat rosa pristina nomine, ecc ecc.

Sul momento mi ero arrabbiata perché come sempre quando ci si trova a vivere dal di dentro l’inizio di qualcosa che si sta formando, quando si respira entusiasmo da tutte le parti, è difficile non pensare di trovarsi nel bel mezzo di una rivoluzione. Ora, a 5 anni di distanza da che ho iniziato a occuparmi di datajournalism, continuo ad arrabbiarmi quando mi si dice “ma dai, che datajournalism, i dati sono sempre esistiti”, ma oggi mi arrabbio per motivi diversi rispetto a 5 anni fa.

In sintesi, quando ho cominciato rispondevo a questa obiezione asserendo che l’elemento rivoluzionario del dataj era la possibilità di accedere grazie al web a un’enorme mole di dati, che possono essere studiati e analizzati grazie ad altri super tools e poi visualizzati in maniera incredibile tramite ulteriori strumenti come Tableau Public, rendendo la navigazione interattiva. Nella mia mente avevo le inchieste del Data blog del Guardian, di The Upshot del New York Times, di Pro Publica, di The Atlantic e via dicendo, che durante le lezioni del master mi avevano aperto il primo varco sull’universo del data. Oppure i racconti di come venivano costruite queste grandi inchieste data-driven, direttamente dalla voce di Simon Rogers e di Aron Pilhofer che ho sentito per la prima volta parlare a pochi metri da me al Festival del Giornalismo di Perugia.

Non sto dicendo che 5 anni dopo io abbia smesso di pensare che questa sia una prospettiva importantissima per il datajournalism, ma credo almeno altrettanto nel “datajournalism quotidiano“, nell’importanza cioè dei piccoli lavori, degli articoli più agili dove si usano i dati per contestualizzare le storie, le affermazioni di questo o di quel politico, i fatti spiccioli. Ecco, se discutessi ora la mia tesi di master risponderei che ha senso parlare di datajournalism come metodo per contribuire a diffondere la cultura dell’argomentazione, che trovo sia assai deficitaria fra la popolazione. Contribuire a divulgare l’abitudine di riferirsi a una fonte quando si parla, di utilizzare il metodo scientifico anche quando si fa informazione non scientifica.

Per questo credo che nel 2018 il dataj come categoria a se stante nel giornalismo esista ancora, purtroppo, e che la risposta passi prima di tutto nel datajournalism oserei dire da cronaca.

È evidente qui che il fattore economico è centrale. Se vivessimo in un momento storico di vacche grasse per l’editoria, in cui si comprendessero davvero le potenzialità dell’innovazione invece di fondare a ogni piè sospinto nuovi giornali di carta dal profumo antico, ogni giornale potrebbe finanziare inchieste su inchieste e pagarle quanto richiede un complesso lavoro di analisi dei dati. A questo proposito sento spesso citare il fatto che il data non paghi e per certi versi è così: sono ben rari gli editori disposti a pagare quello che richiede un complesso lavoro di analisi dei dati. Spesso perché loro stessi non hanno idea di che cosa significhi in termini di tempo lavorare con i dati. Questo però non significa che fare dataj non paghi. Io, come altri, vivo del mio mestiere di giornalista freelance e  in questi 5 anni ho collaborato con una quindicina di diversi giornali e riviste occupandomi di data (del dataj da cronaca, come lo intendo io) e ho sempre concordato un rapporto sforzo-retribuzione dignitoso per il mio “dataj quotidiano”.

Certo, il problema enorme di far capire alle redazioni italiane quanto è importante l’approccio data-driven rimane, e le cose non sono molto diverse rispetto a 5 anni fa. Mentre il Wall Street Journal ha aperto un Lab Ricerca e Sviluppo che fa delle cose pazzesche con l’intelligenza artificiale in redazione, qui ancora c’è chi paga gli articoli a riga.

Due aspetti su cui ho parzialmente cambiato idea rispetto a 5 anni fa sono per prima cosa il ruolo centrale della visualizzazione all’interno del datajournalism, che ora per me è addirittura secondaria. Secondo, l’importanza di avere a che fare con tanti dati. Ora penso che si possa fare un pezzo di datajournalism utile anche senza impazzire. Che sia più importante, semmai, incrociare più fonti diverse per testare la validità di un’osservazione. Poi certo, qualora ci fossero modo e risorse per mettere in campo un’inchiesta complessa, ben venga.

Iniziamo dal discorso sulla visualizzazione, e in particolare sulla mappa. Quando ho cominciato sono stata fortunatissima: mi sono ritrovata a frequentare il primo master giornalistico in Italia dove si è cominciato a parlare di dataj, dal momento che vi insegnavano i professionisti che in quel momento (era il 2012) avevano da poco iniziato a scoprire questa “novità” che da un paio d’anni aveva iniziato a far parlare di sé grazie ai visionari editor del Guardian, del New York Times, di Pro Publica, The Atlantic. Parlo del gruppo dell’allora redazione di Wired che aprì il primo datablog grazie alla lungimiranza di persone come Guido Romeo ed Elisabetta Tola, che furono i miei insegnanti al master. In quello stesso periodo ho iniziato a frequentare quello che allora era l’appena nato gruppo bolognese di Spaghetti Open Data, un team che eccezionale è dire poco, fra cui si annoverano nomi ben noti del mondo del dataj italiano: i Dataninja Andrea Nelson Mauro e Alessio Cimarelli, Matteo Brunati ed Erika Marconato, Andrea Borruso, Carlo Romagnoli, Giulia Annovi e tanti altri che non posso nominare tutti se no questo post diventa un libro. Grazie a loro ho partecipato ai miei primi Hackathon e ho messo il naso (anche se ci ho sempre capito poco) nel meraviglioso mondo dell’Open Data.

Per me sono stati mesi, anzi direi un paio d’anni, incredibili, dove ho capito che il data (quello senza j) è un movimento eterogeneo, dalle molte anime, e una di queste è il datajournalism. Fare data journalism però non è mappare, non è (solo) fare bellissime visualizzazioni, non è raccontare i dati. Dataj per me è prima di tutto raccontare i problemi e le criticità che emergono dai dati.

Un ultimo aspetto su cui mi capita di riflettere è la differenza fra fact checking e datajournalism. Penso sarete tutti d’accordo con me se dico che oggi si parla tanto di fact checking, di sicuro più di quanto si parli di datajournalism. Di fatto però si tratta di due anime del giornalismo molto simili, fondate entrambe sulla necessità  di fondo di fare chiarezza e mettere a tacere le baggianate. (In realtà ho scoperto nella mia esperienza che dal punto di vista del giornalista fare un pezzo di dataj e uno di fact checking richiede un tipo di lavoro diverso, ma non mi dilungo qui, semmai ci dedicherò un altro post.)

In ogni modo quello che secondo me ha differenziato la percezione di fact checking e data journalism sono stati proprio questi due aspetti: la visualizzazione da una parte e l’idea di dover per forza saper gestire miliardi di occorrenze su excel dall’altra. Non mi spiego in altro modo il fatto che spesso quando mi capita di parlare con colleghi anche molto in gamba, alla mia domanda “ma perché non fai una cosa data driven su questo  tema che segui?” la risposta è “no no, con i numeri non voglio avere a che fare, non sono portat*.” Però magari sono bravissimi fact checkers nei loro pezzi.

Per concludere questo sproloquio, dopo 5 anni di data journalism quotidiano mi sento di dire che il datajournalism non è decollato. Siamo in pochissimi a occuparcene nel nostro lavoro quotidiano, direi che bastano due mani a farla grande per contarci tutti. Ed è un’occasione persa. Vale invece la pena farsi avanti, impegnarsi, perché lo spazio e soprattutto gli spunti per iniziare a lavorare un po’ tutti data-driven ci sono anche qui.

A patto – a mio avviso – che ci si specializzi.

La mia modestissima opinione è che padroneggiare gli strumenti da soli non basti più, appunto perché non erano gli strumenti la novità. Il data-journalism di per sé oggi non può (più) dar diritto ad alcun lavoro se non abbiamo ben chiari i problemi che vogliamo raccontare. Se puntiamo sulla combo invece, credo che di prospettive ce ne siano.

@CristinaDaRold 


(* La tesi si intitolava #NonSoloSci e verteva sun un lavoro di data journalism sulle conseguenze ambientali ed economiche del turismo di massa in Val Gardena. Lo potete trovare in due puntate qui

Se sei capitato qui tramite social e non sai chi sono e quindi perché sto blaterando di giornalismo, puoi trovare qualche info qui.

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Fake news? Meglio information disorder

Reblogged from Scienza in Rete

Non più “fake news” ma “information disorder”, in modo da descrivere tutte le sfaccettature di questo prisma complesso che è la comunicazione oggi. Questo è il passaggio che propongono Claire Wardle e Hossein Derakhshan in un rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa dal titolo – appunto – Information Disorder Toward an interdisciplinary framework for research and policymaking.

Il problema secondo gli autori è che il tema della “lotta” contro le fake news sia mal posto sin dalla sua definizione lessicale. Il termine fake news, tanto usato sia dai giornali sia dai poteri forti globali, è dal punto di vista degli autori – e come dar loro torto – un ombrello che abbraccia molti aspetti del comunicare umano (e non umano). Un articolo pubblicato ad agosto di quest’anno ha studiato 34 articoli accademici pubblicati dal 2003 al 2017 sul tema fake news, facendo emergere una moltitudine di significati e di contesti diversi: ci sono la satira e la parodia, i contenuti diffusi in maniera imprecisa per leggerezza o per fretta, ci sono poi i veri e propri impostori, che fabbricano contenuti appositamente falsi per screditare taluno o talaltro. E ancora, va ricordato che il termine fake news comprende non solo i fatti falsi, ma anche le correlazioni errate, non basate su prove sufficienti. Siamo davanti a un inquinamento dell’informazione, per usare l’espressione degli autori.

Mis-information, dis-information, mal-information

La proposta è di spostare l’attenzione dal dilagare delle notizie errate al problema della mancanza di fiducia nel giornalismo e della qualità delle fonti. “Ci si fida oggi più dei propri familiari e amici che degli esperti del New York Times” spiegano gli autori. Secondo i dati pubblicati a settembre 2017 al BBC World all’interno di una survey condotta su 18 paesi, il 79% dei rispondenti si sarebbe detto preoccupato di leggere notizie false.

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Il debunking a toni forti non funziona. Che fare?

OggiScienza

A quanto pare il debunking non funziona come antidoto contro le fake news perché finisce per raggiungere solamente chi già è d’accordo con le posizioni espresse. Crediti immagine: Pixabay

COSTUME E SOCIETÀ – Talvolta è sufficiente dare un nome a qualche cosa perché questa diventi un ente tangibile, magari addirittura una moda, qualcosa di irrinunciabile, ancora prima di aver valutato attentamente tutte le sue caratteristiche e averne stabilito l’efficacia. Con il risultato che si finisce per usare (e spesso osannare) questo qualche cosa, concetto o strumento che sia, in maniera completamente acritica. È il caso del famoso “debunking”, quel “modo” di fare giornalismo che si costituisce solitamente come attacco frontale ai complottisti per contrastare il propagarsi di fake news. Avere a disposizione parole utili è poi importantissimo per creare hashtag vincenti per intensificare la rete di diffusione sui social media.

Oggi un giornalista che decide di misurarsi con i…

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#nonsolosci: prima puntata

800px-Val_GardenaEcco la prima puntata di #nonsolosci, un progetto data giornalistico per raccontare attraverso i numeri il turismo sciistico nelle nostre Alpi nell’era del global warming. Si comincia con la Val Gardena, sul portale datajournalism.it. Se vi interessa cliccate qui, intanto sotto una piccola anticipazione.

Le perle non sono gemme molto durevoli. Ciò non significa che siano fragili, ma sicuramente non sono resistenti come il diamante o lo zaffiro. Oggi, la Val Gardena, nonostante la crisi globale, continua a dimostrarsi un sistema fiorente dal punto di vista turistico ed economico. Tuttavia, alla luce dei cambiamenti climatici in atto e ai conseguenti costi ambientali ed economici necessari per il mantenimento di questa potente macchina turistica, sembra il momento giusto per chiedersi se si possa continuare con la stessa strategia applicata negli ultimi trent’anni o se invece non sia necessario cominciare a invertire la rotta. In altre parole, se un sistema turistico alpino basato principalmente sullo sci sia ancora una prospettiva vincente oppure no, sia dal punto di vista economico che da quello ambientale.

Credits: wikipedia Commons, by Dmitry A. Mottl.