Mostra a Roma per i 90 anni dell’Istituto Luce

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Aperta al Vittoriano a Roma una mostra monumentale per celebrare ma soprattutto raccontare i 90 anni dell’Istituto Luce. Tra video è fotografie uno specchio della nostra storia

pesso siamo così impegnati a dissertare sulla crisi dell’informazione di oggi, o comunque sui suoi limiti e le sue contraddittorietà, guardando magari con nostalgia il giornalismo del passato, che talvolta ci dimentichiamo che, sebbene questi limiti e queste contraddittorietà sussistano senza dubbio alcuno, il mondo dell’informazione del secolo scorso quanto a criticità non aveva nulla da invidiare al panorama contemporaneo. Un misto tra riso e indignazione ci pervade quando pensiamo al “biscione” o alla faziosità di alcuni telegiornali di qualche inverno fa.

Nell’ottica del «come eravamo» ha aperto i battenti a Roma il 4 luglio scorso presso il Vittoriano una mostra interamente dedicata ai 90 anni dell’Istituto Luce intitolata Luce. L’immaginario italiano, visitabile fino al 21 settembre prossimo. Parola chiave della mostra:multimedialità, con migliaia di ore di documentari e milioni di fotografie.

Perché anche se spesso associamo l’Istituto Luce agli anni del dopoguerra e alla nascita della televisione italiana, in realtà l’Istituto di anni ne ha quasi 100, essendo stato fondato nientemeno che da Benito Mussolini nel 1924 con il nome di Unione Cinematografica Educativa. Insomma, nell’epoca in cui Giacomo Matteotti faceva il suo ultimo e sfortunato discorso alla Camera dei Deputati, unitamente alle sue azioni più buie, il regime dava il via anche agli albori di quella che oggi chiamiamo “comunicazione di massa”, sebbene a differenza di quanto accade nella Germania nazista di Goebbels, l’Istituto non fosse ufficialmente alle dirette dipendenze degli organismi di governo.

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Gli infrarossi scoprono un Picasso segreto

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I fan di Harry Potter la chiamerebbero «La camera dei segreti». Un’analisi agli infrarossi ha infatti permesso ai ricercatori di scoprire che famoso quadro «La stanza blu» di Pablo Picassonasconde in realtà un altro quadro sempre dell’artista spagnolo.
Nel 1901, mentre dipingeva La Chambre Bleue, Picasso poteva essere descritto fondamentalmente come un diciannovenne spagnolo al suo secondo soggiorno parigino, provato per il recentesuicidio dell’amico Carlos Casagemas, sparatosi alla testa in un bar a causa di un amore infelice.
« È pensando che Casagemas era morto che mi sono messo a dipingere in blu» affermerà anni dopo lo stesso artista. È infatti il noto «periodo blu» che durerà dal 1901 fino al 1904, quando al colore del profondo cielo il giovane Pablo preferirà il rosa. Gli anni de «Il vecchio chitarrista» e di «La Celestina», molto prima delle celebri Demoiselles d’Avignon, realizzato nel 1907.

Oggi un team di scienziati ed esperti della Phillips Collection, a Washington, della National Gallery of Art, Cornell University e del Museo di Winterthur nel Delaware ha scoperto un dipinto nascosto sotto i colori accesi di The Blue Room, raffigurante una figura maschile con baffi e cravatta e che appoggia il viso sulla propria mano. Un filo nella vita di Picasso forse non ancora noto alle cronache.

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1994-2014: vent’anni senza Massimo Troisi

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Il 4 giugno 1994 se ne andava prematuramente una delle voci più caratteristiche della comicità partenopea, da La smorfia a Ricomincio da Tre, dall’umorismo di Non ci resta che piangere alla liricità de Il Postino.

Quando si pensa alla Napoli di Eduardo, delle marionette, di Pulcinella, di Totò, degli scugnizzi, è un po’ come avere davanti un riso sardonico, misto tra «sfottò» e drammatica liricità. Quellospirito tutto meridionale che ha distinto il comico dall’umoristico, quel sorriso beffardo che fatica a distinguere tra «miseria e nobiltà».

Sono passati vent’anni da quando Mario Ruoppolo cantava poesie alla sua Beatrice, vent’anni dalla lettera al Santissimo Savonarola e dalla storica partita a scopa con Leonardo Da Vinci. Vent’anni che si è spenta la voce di Massimo Troisi, a 12 ore dalla fine delle riprese deIl Postino. E a vent’anni dalla sua scomparsa, San Giorgio a Cremano, un piccolo paese alle porte di Napoli, dove l’artista è nato e cresciuto, lo celebra oggi con una serie di eventi. Il 4 giugno 1994 infatti la morte colse Massimo Troisi, a 41 anni, come conseguenza di una disfunzione cardiaca di cui l’artista era a conoscenza fin da bambino e che l’aveva portato già nel 1976 negli Stati Uniti per un complesso intervento al cuore.
Anche se il ricordo dell’artista è avvolto dalla malinconia tipica di chi se ne va molto prima del tempo, l’arte di Troisi evoca spontaneamente il riso, ancora una volta un riso duplice, mai comico, fin dai tempi del trio I Saraceni con Lello Arena ed Enzo Decaro, e de La Smorfia.

«Ad unire tre tipi come noi è stata la constatazione che non esisteva un cabaret propriamente napoletano. Ma recitiamo da sempre, da napoletani veraci. Si, abbiamo sempre fatto spettacolo, non solo in scena, ma anche a scuola, per la via, nella vita spicciola di ogni giorno»

racconterà di sé lo stesso Troisi: fare spettacolo sempre, non solo sul palcoscenico o davanti alla telecamera. Essere attori.

«Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male» soleva dire dal canto sui Eduardo De Filippo. Proprio questa è la spontaneità di Ricomincio da tre, il primo film di Massimo, uscito nel 1981 quando l’artista era solo ventottenne, e di Morto Troisi, Viva Troisi, che l’attore mise in piedi accanto a due comicità così diverse dai registri linguistici così lontani comeRoberto Benigni e Carlo Verdone.

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A Milano in mostra Bruno Munari, tra vita e design

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In mostra fino al 7 settembre una serie di opere dell’artista milanese, scomparso nel 1998, tra vita, arte, tecnica e materia.

Uno degli spiriti del XX secolo è certamente quello dei lunghi tubi d’acciaio, delle costruzione futuriste che andavano dritte al cielo, del design industriale e dell’arte che nasceva come un virgulto dal tronco della macchina. Il secolo che ha visto il decollare dell’industria, la presunta supremazia della tecnica e del disegno industriale come forma grafica. All’interno di questo spirito si è mossa una personalità come Bruno Munari, uno dei designer che ha caratterizzato maggiormente la sperimentazione artistico-tecnologica del Novecento. E Milano, che gli diede i natali nel 1907, oggi lo celebra con una mostra in corso al Museo del Novecento dal titolo Munari Politecnico. Chi s’è visto s’è visto,fino al 7 settembre. La mostra è molto ricca e ripercorre le tappe artistiche e biografiche del designer milanese sin dai suoi esordi. La mente di Munari percorrerà intensamente l’intero Novecento, per dimostrare con l’acutezza delle sue opere che l’arte e la tecnica non sono l’una una negazione dell’altra, e soprattutto che l’avanzare di quest’ultima non rende meno autentica o meno fantasiosa l’espressione artistica. «Fantasia» fu infatti una parola molto cara a Munari, tanto da sceglierla nel 1977 come titolo di uno dei suoi più celebri scritti.

L’arte per lui deve essere «concreta» e proprio su questa base fonderà nel 1948 il “Movimento Arte concreta” insieme ad altri intellettuali di spicco nell’estetica dell’epoca, come Atanasio Soldati,Gianni Monnet e Gillo Dorfles, che ci offre ancora oggi, a 104 anni, la sua voce. Prima però Munari ancora giovane aveva già fatto la conoscenza di molti fra gli artisti e intellettuali che stavano segnando un’epoca, a partire da Filippo Tommaso Marinetti, il padre del movimento futurista de «la bellezza della velocità» e a Parigi André Breton.
Una delle opere per cui Munari è più noto è certamente il linguaggio dei segni delle sue «forchette parlanti» che egli propose nel 1958 e che non mancano di sortire ancora oggi una sorta di bambinesca meraviglia in chi le guarda per la prima volta. Parlare attraverso le cose e il loro modificarsi.

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