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Reblogged from PJ Magazine

In mostra fino al 7 settembre una serie di opere dell’artista milanese, scomparso nel 1998, tra vita, arte, tecnica e materia.

Uno degli spiriti del XX secolo è certamente quello dei lunghi tubi d’acciaio, delle costruzione futuriste che andavano dritte al cielo, del design industriale e dell’arte che nasceva come un virgulto dal tronco della macchina. Il secolo che ha visto il decollare dell’industria, la presunta supremazia della tecnica e del disegno industriale come forma grafica. All’interno di questo spirito si è mossa una personalità come Bruno Munari, uno dei designer che ha caratterizzato maggiormente la sperimentazione artistico-tecnologica del Novecento. E Milano, che gli diede i natali nel 1907, oggi lo celebra con una mostra in corso al Museo del Novecento dal titolo Munari Politecnico. Chi s’è visto s’è visto,fino al 7 settembre. La mostra è molto ricca e ripercorre le tappe artistiche e biografiche del designer milanese sin dai suoi esordi. La mente di Munari percorrerà intensamente l’intero Novecento, per dimostrare con l’acutezza delle sue opere che l’arte e la tecnica non sono l’una una negazione dell’altra, e soprattutto che l’avanzare di quest’ultima non rende meno autentica o meno fantasiosa l’espressione artistica. «Fantasia» fu infatti una parola molto cara a Munari, tanto da sceglierla nel 1977 come titolo di uno dei suoi più celebri scritti.

L’arte per lui deve essere «concreta» e proprio su questa base fonderà nel 1948 il “Movimento Arte concreta” insieme ad altri intellettuali di spicco nell’estetica dell’epoca, come Atanasio Soldati,Gianni Monnet e Gillo Dorfles, che ci offre ancora oggi, a 104 anni, la sua voce. Prima però Munari ancora giovane aveva già fatto la conoscenza di molti fra gli artisti e intellettuali che stavano segnando un’epoca, a partire da Filippo Tommaso Marinetti, il padre del movimento futurista de «la bellezza della velocità» e a Parigi André Breton.
Una delle opere per cui Munari è più noto è certamente il linguaggio dei segni delle sue «forchette parlanti» che egli propose nel 1958 e che non mancano di sortire ancora oggi una sorta di bambinesca meraviglia in chi le guarda per la prima volta. Parlare attraverso le cose e il loro modificarsi.

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