sanità
Migranti e salute: basta bufale, ecco tutto quello che bisogna sapere
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La salute dei migranti che arrivano nel nostro paese è uno degli esempi oggi più eclatanti di quello che Claire Wardle e Hossein Derakhshan, in un recentissimo rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa, chiamano Information disorder, come termine sostitutivo rispetto all’abusato “Fake News”. Lo è per due ordini di motivi: anzitutto perché l’accoglienza nei confronti dei migranti, è percepita da molti come una minaccia del proprio status quo, generando paura e quindi odio; secondo, perché la medicina, e più in generale la scienza, usa un linguaggio spesso complesso, la cui padronanza richiede anni di studio, dal momento che i fenomeni che spiega sono essi stessi complessi.
La conseguenza in questo caso è che risulta difficile comunicare i dati in maniera efficace, per quanto pubblici e facilmente accessibili e verificabili. Eppure questi dati sulla non-minaccia che i migranti rappresentano per la nostra salute pubblica ci sono e parlano chiaro: primo, i migranti non ci stanno portando malattie infettive. Le persone che sbarcano sono sane, se non qualche episodio di scabbia e poco altro, ma solo molto vulnerabili, specie se finiscono per vivere in condizioni di povertà e di non inclusione sociale. Secondo, il sistema di sorveglianza sanitaria nel nostro paese è solido. Chi sbarca, ma anche chi vive nei centri di accoglienza di diverso tipo, è comunque controllato ed eventualmente curato.
Abbiamo in più di un’occasione ( qui ) provato a fare il punto, dati alla mano e facendoci aiutare da esperti in salute pubblica che si occupano di salute dei migranti in arrivo e in transito, ma dai commenti che abbiamo ricevuto è evidente che non siamo riusciti a essere sempre efficaci nel raccontare come stanno le cose.
Fermo restando che quello che ci preme è fare informazione, abbiamo dunque deciso di estrapolare le domande più frequenti da parte dei commentatori de L’Espresso e abbiamo chiesto di rispondere in modo chiaro a ognuna di esse a una persona che si occupa ogni giorno di migranti e della loro salute a Roma, la Dottoressa Pier Angela Napoli, Direttore UOC Tutela degli Immigrati e Stranieri della ASL Roma 2.
Basta dire che i migranti minano la nostra salute: sono vaccinati, più degli italiani
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Mentre stiamo affacciati alle salde porte d’Europa con lo sguardo verso il Mediterraneo, sulla questione migranti e salute pubblica siamo soliti usare due pesi e due misure. Noi, gli autoctoni, in troppi casi, e contro le evidenze della medicina, ci sentiamo giustificati a sentirci esitanti di fronte all’opportunità di vaccinarci, a sollevare delle obiezioni, ma al tempo stesso siamo inflessibili con loro, gli immigrati, rei di riportare in Italia malattie che il nostro paese avrebbe debellato. Come se la responsabilità della stabilità della salute pubblica di un paese fosse oggi sbilanciata sullo straniero che arriva e non sulla comunità che lo accoglie.
Fortunatamente, i dati e i fatti dicono decisamente il contrario: i migranti non stanno minando in alcun modo la nostra salute.
Tutto origina da un preconcetto che ci portiamo dietro da decenni di migrazioni: quello secondo cui chi proviene da paesi più poveri di noi non sarebbe mai stato vaccinato contro le più comuni malattie: morbillo, tetano, rosolia, polio, tubercolosi. In realtà, i dati mostrano chiaramente che oggi le cose sono cambiate. I paesi del bacino del Mediterraneo, compresi quelli che fungono da transito nelle rotte migratorie verso l’Europa, offrono in media coperture vaccinali molto elevate alla propria popolazione, anche più alte di quelle italiane ( qui i dati ) e nella maggior parte dei casi offrono gratuitamente ai migranti in partenza o in transito verso l’Europa la maggior parte dei vaccini in commercio. Ai bambini, ma anche agli adolescenti e agli adulti.
Lo mette nero su bianco un rapporto pubblicato qualche settimana fa dall’Istituto Superiore di Sanità che raccoglie i risultati del progetto ProVacMed (“Programmes for Vaccination in the Mediterranean area”) che per la prima volta ha mappato l’offerta vaccinale in 15 paesi del Mediterraneo non appartenenti all’Unione Europea, sia nei confronti dei cittadini residenti, che dei migranti in entrata, che il più delle volte transitano per questi paesi con l’obiettivo di varcare le porte d’Europa. Tuttavia i paesi vicini dell’UE stanno diventando con maggior frequenza sempre più destinazioni a lungo termine o addirittura finali per un numero crescente di migranti misti.
Cattive acque
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Il 2 settembre del 1854 a Londra, precisamente al numero 40 di Broad Street, la figlia di Thomas e Sarah Lewis di 5 mesi muore di colera. È il primo caso di un’epidemia che colpi le aree limitrofe e una delle più virulente che l’Inghilterra ricordi. Proprio in Broad Street infatti era collocato un pozzo nero dove la signora Lewis era solita sciacquare i pannolini della figlia. Non lontano dal pozzo nero vi era la pompa d’acqua che riforniva l’intera via, fra abitazioni ed esercizi, che proprio in quell’agosto del 1854 risultò contaminata dalle scorie provenienti dal pozzo nero, a causa dell’imperfezione dell’impianto idrico che avrebbe dovuto mantenere le cisterne isolate.
In un contesto come quello della Londra Vittoriana, che è la stessa degli scenari di Oliver Twist e della Gin Lane di William Hogarth, dove le famiglie vivevano in 15 persone in poche stanze buie, sporche e senza servizi igienici e possibilità di lavarsi le mani, dove si mangiava e si defecava nello stesso posto, l’epilogo fu drammatico. Così come lo furono le epidemie, sempre di colera, del 1849 e del 1866. Un dato su tutti: l’aspettativa di vita di un giovane nato nel centro di Liverpool nel 1851 era di 26 anni, mentre quella di un nato nelle campagne del Devon di 57 anni.
In questo contesto emerge la figura di John Snow, medico che per primo studiò dal punto di vista epidemiologico queste epidemie, cioè andando oltre lo sguardo della filosofia naturale che cercava le cause partendo dalla teoria invece che dall’esperimento, per preferire invece sopra tutto l’osservazione, che sola può produrre i dati, sui quali possiamo produrre correlazioni. Ciò permise a Snow di inferire che le epidemie di colera londinesi non erano frutto – come si riteneva negli ambienti medici – dell’azione dei “miasmi”, cioè dei cattivi odori che, per qualche ragione non precisata, se inalati, avrebbero potuto innescare la malattia. Il colera è un virus – capisce Snow – che si diffonde in contesti precisi e seguendo regole precise.
La rivoluzione di John Snow è la rivoluzione dello “scetticismo cortese” come lo definisce brillantemente l’epidemiologo Tom Jefferson, curatore della seconda edizione di Cattive acque. Sul modo di trasmissione del colera, in uscita in questi giorni per Il Pensiero Scientifico. Un’edizione tradotta e annotata di Sul modo di trasmissione del colera, scritto proprio da Snow, con l’aggiunta di copia delle preziosissime mappe originali che l’autore aveva realizzato per cercare le correlazioni tra la distribuzione delle pompe dell’acqua e la diffusione dei casi.