Droga, l’allarme: sempre più in crescita quelle sintetiche

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Secondo le stime, il mercato della droga ha prodotto nel 2013 un giro di denaro di 24,3 miliardi di euro, dominato per la maggior parte ancora da cannabis, eroina e cocaina. Al contempo però il panorama si sta facendo anno dopo anno più eterogeneo e complesso da monitorare, con nuove sostanze che vengono sintetizzate e vendute e di cui spesso non si conoscono appieno gli effetti sulla salute.

Nel 2015 il numero di nuove sostanze psicoattive notificate per la prima volta al sistema di allerta rapido dell’Ue è salito a 98, contro le 24 contate nel 2009, per la maggior parte cannabinoidi sintetici. Preoccupante è anche la crescita del numero di oppiacei sintetici (esclusa quindi l’eroina) presenti oggi sul mercato: nel 2013 11 paesi europei segnalavano che oltre il 10 per cento dei trattamenti per la tossicodipendenza da oppiacei sintetici era dovuta a sostanze che non erano l’eroina. Solo un anno dopo, nel 2014, questo 10 per cento veniva superato in 18 paesi.

Secondo l’ultimo Rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Emcdda) si tratta di un problema tutt’altro che secondario in un’ottica di salute pubblica, e non solo in termini di infezioni come HIV ed epatite.

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La ricerca pubblica in Italia: quali risorse?

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Nella scorsa puntata abbiamo visto come se la cavava l’università italiana quanto a numero di iscritti, corsi di studio e personale docente, secondo l’ultimo report ANVUR, pubblicato proprio in questi giorni.
L’università però è sì didattica, ma anche ricerca. Il primo dato che emerge è una sostanziale stabilità della spesa in ricerca e sviluppo nel nostro Paese. La quota di Pil che investiamo in R&S è il 1,31%, ancora lontana dalla media dei Paesi europei (1,92 per UE 28) e dei Paesi OCSE (2,35%). Insomma, se utilizziamo questo come parametro, siamo meglio solo di Russia, Turchia, Polonia e Grecia. Inoltre, anche se consideriamo i finanziamenti del MIUR sia come ricerca corrente che finalizzata, i dati riportati da ANVUR sono poco confortanti. Stabile invece il personale dipendente di enti pubblici ma fortemente in calo il numero di posti di dottorato: un quarto in meno nell’ultimo anno, complice anche l’introduzione del regolamento che prevede l’obbligo che il 75% dei posti di dottorato sia con borsa di studio.

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Educazione imprenditoriale a scuola: Italia maglia nera

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Come raccontavamo qualche settimana fa, in Italia a scegliere la libera professione non sono in molti rispetto al resto d’Europa. Le ragioni che emergono da studi e sondaggi sono molte, dalla pressione fiscale elevata, alla burocrazia asfissiante. Ci siamo però chiesti se non ci fosse di mezzo in qualche modo anche la formazione imprenditoriale.

Non si può dire con certezza che si tratti di una conseguenza diretta, ma sicuramente nel sistema scolastico italiano – a differenza della maggior parte dei paesi europei – non c’è spazio per l’educazione imprenditoriale, intesa come fiducia in se stessi, presa di iniziativa, creatività, progettualità e pianificazione, competenze finanziarie minime, capacità di gestire le risorse e il rischio, di lavorare in team e di saper cogliere le occasioni per crearsi un proprio business. E non siamo parlando solamente di formazione universitaria: il gap con il resto d’Europa quanto a educazione imprenditoriale nasce fra i banchi della scuola primaria.

Il risultato è da un lato che gli italiani hanno in media competenze finanziarie più scarse rispetto ai colleghi europei (dato OCSE PISA 2012), dall’altro una scarsa percezione dell’importanza della formazione imprenditoriale nel proprio percorso scolastico. Secondo gli esperti, l’Italia mostra uno dei tassi più bassi di percezione di quanto la formazione imprenditoriale è incorporata nella formazione scolastica. A raccontarlo un recente report della Commissione EuropeaEntrepreneurship Education at School in Europe pubblicato lo scorso febbraio.

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Fame, un mondo diviso tra denutriti e obesi

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In un ipotetico gruppo di 10 persone, sedute in cerchio una accanto all’altra, ne troveremmo una denutrita e 4 in sovrappeso. Ancora oggi nel mondo l’11 per cento della popolazione, cioè 1 persona su 9, è denutrita, mentre il 40 per cento è sovrappeso o addirittura – 1 su 10 – obesa.

Se il gruppo fosse composto da bambini, a essere denutriti sarebbero 2,5 bambini su 10, e altri 1,5 su 10 sarebbero gravemente sottopeso. Insomma, non è vero che ovunque nel mondo stiamo riuscendo a sconfiggere la fame: non è così in Africa Subsahariana e non è così nelle regioni meridionali e occidentali dell’Asia e in Oceania, dove oggi le persone hanno meno disponibilità di cibo rispetto a 25 anni fa.

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