Il lavoro è ancora una questione di “genere”

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Se sei donna sei un “capitale umano” che, a parità di costo, renderà di meno a lungo termine. Viviamo in una società in cui una donna laureata produce nel corso della propria vita lavorativa 1,2 volte quanto è costato istruirla, mentre un uomo 2,5 volte tanto. In termini di denaro, si intende, ma sono numeri, questi, che colpiscono se vogliamo parlare di gender gap professionale. Specie alla luce del fatto che le donne nei Paesi ricchi oggi studiano almeno quanto gli uomini. Sono gli ultimi dati OCSE, contenuti all’interno dell’edizione 2015 di Education at a Glance, che si riferiscono alla media dell’area OCSE.
E in Italia? Nel nostro Paese una donna laureata renderà allo Stato di meno di quello che ritorna da aver istruito un uomo. Almeno – magra consolazione – una laureata produce più guadagno per un Paese in termini ancora una volta meramente economici, rispetto a una donna diplomata: 65 mila dollari in media, contro i 48 mila di una donna diplomata. Un uomo laureato – per contro – rende allo stato 127 mila dollari, un diplomato 70 mila. Questo perché un laureato in media guadagnerà più di un diplomato, e quindi pagherà più tasse rispetto a una persona dal reddito inferiore.

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Troppi antibiotici, e spesso non servono

Reblogged from datajournalism.it

L’antibiotico resistenza, cioè il fenomeno secondo cui un batterio può diventare resistente a un certo farmaco che dovrebbe invece combatterlo, è un fatto oramai divenuto allarmante. Solo in Europa l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che l’antibiotico-resistenza causi ogni anno circa 25 mila morti e che costi oltre 1,5 miliardi di dollari, tradotto in spese per l’assistenza sanitaria e perdita della produttività.

Il 30% degli antibiotici non serve

Secondo quanto riporta un report pubblicato quest’estate da AIFA, dal titolo “L’uso dei farmaci in Italia, 2014”, noi italiani nel 2012 avremmo consumato 27,6 DDD (sigla che sta per Defined Daily Dose, cioè dose giornaliera prestabilita) di antibiotici per 1000 abitanti ogni giorno. La media europea è 21,5 DDD/1000 die, e dall’80% al 90% di queste prescrizioni avviene nell’ambito della medicina generale, cioè quando ci rechiamo dal nostro medico di base. Il punto è che una prescrizione su 3 è superflua. Secondo il report di AIFA infatti, il 41% delle prescrizioni per la cura di malattie respiratorie sarebbe superfluo, così come il 31,6% dei trattamenti per tonsilliti e faringiti, il 35,8% di quelli per la bronchite e ben il 42,3% delle prescrizioni per curare le forme meno gravi di cistite. Un consumo eccessivo di antibiotici che si riscontra soprattutto al sud e nelle donne.

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Health inequities in the European Region

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Europe is on track to achieve the Health 2020 target to reduce premature mortality from cardiovascular diseases, cancer, diabetes mellitus and chronic respiratory diseases by 1.5 percent annually until 2020. However, there are other challenges for the European Region, like those concerning health inequalities among countries.

Recently, WHO presented the Health Report 2015, published every three years, which aims to collect data from all the WHO databases concerning the main health topics. This edition has two goals: reporting on progress towards the Health 2020 targets in the Region so far, for instance on premature mortality linked to risk factors, life expectancy or the health coverage, and highlighting new frontiers in health information. Data are mainly taken from Health for All database, the Global Status of NCDs 2014 and the EU detailed Mortality database.

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OCSE: troppo internet a scuola non aiuta l’apprendimento

Reblogged from datajournalism.it

Quello che emerge da un recente report OCSE sembra avere quasi dell’incredibile. Siamo abituati a dare per scontato che potenziare sempre di più la digitalizzazione dei ragazzi, specie a scuola, sia cosa buona e giusta per allineare i nostri giovani agli standard europei, ma a quanto pare ciò è vero solo fino a un certo punto. L’informatizzazione nei sistemi scolastici non pare infatti colmare quello che è il gap fra gli studenti più dotati e quelli meno dotati.

Secondo l’OCSE la possibilità di usare il pc e internet a scuola e fuori da scuola aiuterebbe nell’apprendimento, ma se questa opportunità si trasforma in un’esagerazione in termini di ore passate sul web, i benefici non sarebbero poi così tanti, sia nell’apprendimento stesso, che nel comportamento dei ragazzi in relazione agli orari scolastici. E c’è di più, l’informatizzazione non sarebbe in realtà un livellante sociale: l’impronta dello status socioeconomico dei diversi paesi sui risultati scolastici dei propri studenti è ancora forte, e questo perché la digitalizzazione non coinvolge tutti allo stesso modo. Le disuguaglianze sociali in merito al numero di devices posseduti per famiglia fra i paesi OCSE, sono ancora assai evidenti.

1 studente su 6 si sente solo a scuola

Ma vediamo più da vicino questi dati. Anzitutto il 96% degli studenti nei paesi OCSE dichiara di avere una connessione internet a casa, e il 70% di essi usa quotidianamente internet a scuola: per studiare e per fare i compiti, per condividere documenti ma soprattutto per comunicare con i propri compagni attraverso chat o email. Ma soprattutto, 1 studente su 6 fra chi si considera un extreme internet user, afferma di sentirsi solo a scuola.

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