Asili e bonus da 80 euro, per le neo-mamme il problema è il lavoro

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Fare figli nell’età della grande depressione è una scelta non scontata. Ci sono i costi da affrontare in termini di asili nido, pannolini ed eventuale latte in polvere. Poi ci sono i costi possibili in termini di vita professionale per le neo mamme, il 22% delle quali nel 2012 ha lasciato il lavoro a due anni dalla nascita del proprio figlio. Nelle regioni del Sud questa fetta copre un terzo del totale. Nel 2005, prima della crisi, la media nazionale era del 18%.   In questo contesto il bonus di 80 euro mensile alle neomamme proposto dal Governo per il 2015 difficilmente produrrà effetti in termini di aumento delle nascite – e meno che mai in termini di partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Più significativo dovrebbe rivelarsi invece l’impegno del “1000×1000”, preso lo scorso settembre del Premier Renzi: istituire 1000 asili nido in 1000 giorni. Se quanto a coperture statali per le scuole materne l’Italia è ai primi posti in Europa, finiamo infatti al limite della classifica per quanto riguarda i servizi dedicati alla primissima infanzia.   Quel che emerge oggi dalle rilevazioni Istat è sì che le neomamme potranno comprare qualche pacco di pannolini in più, ma se non fossero costrette a rimanere a casa perché gli asili nido costano troppo o perché l’azienda non può per varie ragioni concedere loro un part-time, forse quegli 80 euro al mese potrebbero spenderli comunque e le risorse risparmiate potrebbero essere disponibili per gli asili.

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Il lato oscuro degli iscritti ai sindacati

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“Facciamo sentire la nostra voce, schierandoci dalla parte del lavoro. Facciamolo insieme” esortava Susanna Camusso allavigilia della manifestazione nazionale del 25 ottobre, e ridendo e scherzando, secondo i conti degli organizzatori a schierarsi dalla parte del lavoro a Piazza San Giovanni sono state 1 milione di persone.

La CGIL Nazionale infatti ne conta 42.400, la CISL Nazionale 8.710, la UIL Nazionale 2.882 e l’UGL Nazionale 2.127. No, non sono i numeri dei tesserati, ma quello dei follower su twitter dei profili nazionali dei principali sindacati italiani, nel momento in cui stiamo scrivendo. Principali perché sono gli unici ad avere la rappresentatività, ovvero il potere di firmare accordi vincolanti per tutti i lavoratori di un determinato settore. Numeri ben precisi quelli di twitter, ma viene da chiedersi a chi si rivolgano davvero Susanna Camusso & Co. dato che, come già abbiamo anticipato nella puntata precedente, i numeri dei sindacati non sono e non possono essere chiari.

Ma autunni caldi a parte, quanti sono davvero gli iscritti ai sindacati in Italia, 100 mila, 1 milione? Pare che prima ancora che la risposta a essere sbagliata sia la domanda. Ad oggi in Italia i sindacati stessi non sanno con precisione quanti sono i loro iscritti. O meglio, lo sanno solo per quanto riguarda il pubblico, ma non per il privato.

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Manifestazione del 25 ottobre: quanto contano davvero i sindacati?

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Dopodomani Susanna Camusso vuole portare in Piazza San Giovanni contro il Jobs Act un milione di lavoratori.

Una bella prova di forza, di cui i sindacati, Cgil in testa, hanno un gran bisogno. Sì perché, a conti fatti e al di là della battute del premier, se Dio e Marx sono morti, nemmeno il sindacato non si sente troppo bene.

In questi giorni da più parti viene sollevata la questione dell’obsolescenza dell’istituzione sindacale, una forma di tutela su cui gli italiani parrebbero riporre sempre meno fiducia. C’è chi afferma, basandosi su dati evidentemente non ancora definitivi relativi al 2014, che gli italiani si sentirebbero sempre più lontani dai sindacati, altri che i tesseramenti sarebbero drasticamente crollati negli ultimi anni. E il recente incontro del 7 ottobre scorsofra il Premier Renzi e i vertici di CGIL, CISL, UIL e UGL non pare aver chiarito molto la situazione. E la domanda rimane: quanta Italia è rappresentata davvero dai sindacati? E soprattutto, ha senso porsi la domanda sulla legittimità dell’istituzione sindacale dal punto di vista del numero degli iscritti? La risposta da più parti, specie tra chi nei sindacati ci lavora, è dubbia.

Tuttavia, se vogliamo attenerci ai numeri ufficiali resi noti dai Big Threecioè CGIL, CISL e UIL, in realtà in certi casi i numeri rivelano addirittura una crescita rispetto al 2012. 5.686.210 italiani iscritti alla CGIL, 4.372.280 alla CISL e 2.216.443 alla UILnell’ultimo anno di sui abbiamo i dati completi, il 2013. In altre parole l’equivalente di tutti gli abitanti del nord-est, Emilia-Romagna compresa.

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Biomedicale, il boom del business di un mondo che invecchia

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“Il vero miracolo della medicina moderna è di natura diabolica: consiste nel far sopravvivere non solo singoli individui, ma popolazioni intere, a livelli di salute personale disumanamente bassi.” Quando lo scrittore Ivan Illich metteva nero su bianco questo pensiero però, il mondo era parecchio diverso da come è oggi. L’obiettivo della medicina del XXI secolo è sì farci vivere più a lungo, ma anche in buone condizioni, e secondo le statistiche, il business di un mondo che invecchia sta sentendo meno la crisi rispetto all’intero settore industriale. Il settore biomedicale tiene duro, anche se il grosso della produzione made in Italy finisce sul mercato estero.

Secondo l’ultimo rilevamento Istat su salute e Italia, dal 2005 al 2013 la percentuale di italiani con più di 3 malattie croniche è aumentata di un punto percentuale, e se consideriamo gli over 65, ben il 41% di essi soffre di multicronicità. A livello globale, l’OCSE prevede inoltre nel 2030 una persona su tre sarà over 30. Un aspetto sociologico questo, che si riflette evidentemente anche dal punto di vista economico della ricerca scientifica. Più la gente invecchia più necessita non solo di farmaci, ma anche di monitoraggio, di protesi, di sistemi in grado di facilitarne l’esistenza. Un’intera struttura di servizi alla persona, che per funzionare ha bisogno di apparecchiature sempre nuove.

Il mercato tira insomma, ma meno in Italia. Secondo quello che emerge da un recente report di Assobiomedica sul mercato dei dispositivi medici italiani, a fare la differenza è appunto l’esportazione. Quasi l’80% di ciò che produciamo in Italia viene esportato. Al contrario, l’80% di quello che viene commercializzato in Italia non è italiano. Il mercato dei dispositivi biomedici nel 2011 – cioè in piena crisi – rilevava 3.037 imprese operanti nel settore e 1.118 imprese di produzione per circa 7 miliardi di euro di fatturato. Per fare un paragone, pensiamo che nello stesso anno un colosso come Luxottica fatturava 6,2 miliardi di euro. A differenza dell’industria degli occhiali, il biomedicale è composto sostanzialmente da piccole aziende, che però nel 2011 hanno dato lavoro a 107mila persone.

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