Dieci anni di LEA

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Abbiamo cominciato a conoscere il termine LEA ormai quasi 15 anni fa.
I Livelli Essenziali di Assistenza sono stati fissati dal DPCM del 29 novembre 2001, che per la prima volta in Italia ha stabilito nero su bianco che l’assistenza sanitaria dovesse essere garantita e accessibile a tutti a livello regionale.
I LEA sono infatti le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket.
Oggi a distanza di oltre un decennio il Ministero della Salute ha pubblicato un documento approfonditosullo stato attuale dei LEA regione per regione con aggiornamento all’anno 2012. Un primo monitoraggio dei risultati di dieci anni di azione, per capire – anche in relazione all’aggiornamento del decreto relativo al Sistema di Garanzia per il monitoraggio dell’assistenza sanitaria previsto dal Patto per la salute 2014-2016 – se c’è ancora del lavoro da fare per raggiungere standard efficienti. E soprattutto per un’omogeneità dal punto di vista sanitario che dovrebbe caratterizzare un paese. Oltre a permettere di individuare più facilmente le aree dove è più necessario intervenire a livello economico.
Il primo aspetto sottolineato proprio dal report del Ministero è proprio la questione delle differenze regionali in termini di prevenzione, controllo, assistenza domiciliare agli anziani e disabili, tasso di ospedalizzazione e cura, argomento di cui Scienza in Rete si era già occupata ampiamente anche qui. Un’elevata eterogeneità sia per quanto riguarda la domanda di prestazioni sanitarie, sia nell’erogazione delle prestazioni, dei livelli essenziali di assistenza da parte delle reti di offerta.

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Essere omosessuali in Africa

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Essere omosessuali nel continente nero è ancora oggi un problema enorme. Perché se ci sono dei paesi in cui l’omosessualità è esplicitamente legale, nella maggior parte degli stati africani se sei omosessuale ben che ti vada vai in galera; se ti va male puoi finire ai lavori forzati, venire condannato a morte o, se sei donna, subire il corrective rape, che altro non è che uno stupro di gruppo. Per non parlare dei paesi in cui non esiste una legge apposita che condanni l’omosessualità, ma in cui vige una morale sul pudore che di fatto perseguita anche i rapporti con lo stesso sesso. Lo testimonia la recente legge contro gli omosessuali che prevede la prigione a vita per gli omosessuali, promulgata dal presidente del Gambia, Yahya Jammeh. Lo stesso leader noto per aver affermato qualche tempo fa “I gay e le lesbiche li vorrei uccidere con le mie mani, come zanzare”.

Tante Afriche
«In realtà, a parte la sua denominazione geografica, l’Africa non esiste» scriveva il reporter polacco Ryszard Kapuscinski. Anche quanto a morale sessuale, così come nella maggior parte dei settori della vita pubblica e privata, l’Africa è un crogiolo di culture tale che pare impossibile tracciare delle linee comuni. Ogni stato ha le proprie leggi e soprattutto le proprie pene, anche assai diseguali fra di loro, anche fra paesi che sembrano a noi occidentali molto simili perché accomunati dalla geografia o dalla storia. Dal Sudafrica in cui è legale addirittura il matrimonio omosessuale, fino a paesi come Mauritania, Sudan, Nigeria e Somalia, dove la legge prevede ancora oggi anche la pena di morte.

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Come i green jobs creano lavoro: 7 grafici

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L’Italia che innova c’è, ed è parecchio verde. Un settore, quello dell’impresa green, che secondo i dati più recenti produce più occupazione, più innovazione e un maggior fatturato rispetto a chi non scommette su servizi e prodotti eco-sostenibili ed eco-efficienti. Sia che si tratti di misure per ridurre l’impatto inquinante dato dalla propria produzione, della costruzione di nuovi edifici che puntano sulle smart grid, o di offrire servizi ai cittadini volti a ridurne l’impronta ecologica, nel gran mar della crisi, pare esista almeno un settore in cui si intravede un barlume di speranza, specie per i giovani.

Secondo i dati Unioncamere, raccolti nel report GreenItaly 2014, le assunzioni nell’ambito dei green jobs – cioè le nuove figure professionali legate all’innovazione verde delle imprese – stimati per l’anno in corso sarebbero 50.700, cioè il 13,2% del totale previsto per il 2014. Numeri importanti, se solo cinque anni fa, nel 2009, rappresentavano il 10% del totale delle nuove assunzioni. E considerando anche il gruppo dei lavoratori definiti “ibridi”, il cui lavoro non è finalizzato in modo diretto alla produzione di beni o servizi green, la percentuale diventa del 61%. In altre parole il 61% delle nuove assunzioni previste per il 2014, che sono 234 mila, riguarderà figure che gravitano più o meno direttamente intorno allo sviluppo della green economy.   –

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Amianto, quei 15mila mesoteliomi in vent’anni

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Dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni Ottanta l’Italia è stata il secondo maggiore produttore europeo di amianto in fibra dopo l’Unione Sovietica e il maggiore d’Europa.
Dal 1945 al 1992, quando sono stati vietati la produzione e l’uso di amianto, ne erano state prodotte 3.748.550 tonnellate, che sono state la causa nel periodo 1993-2008, secondo quanto riportato da Inail tramite il Registro Nazionale Mesoteliomi (ReNaM) nell’ultimo report di fine 2012, di 15.845 casi di mesotelioma maligno (MM), una forma tumorale correlata proprio all’esposizione alle fibre aerodisperse dell’amianto. Un pericolo, quello della contaminazione, che in realtà, come abbiamo raccontato nella puntata precedente, anche oggi è ben lungi da essere eliminato.

Negli ultimi 50 anni infatti, l’amianto non è stato utilizzato solo in edilizia, sebbene il settore copra il 14% dei casi di chi ha contratto la malattia. Negli anni Sessanta e Ottanta si usava l’amianto negli impianti di depurazione potabilizzazione e distribuzione dell’acqua, per confezionare filtri per il vino, per l’isolamento di forni di panettieri e pasticceri. E ancora nei caseifici, nel comparto della ceramica idrosanitaria, nella concia delle pelli come talco, nella riparazione di ferri da stiro, come supporto per le operazioni di saldo-brasatura dei fondi delle pentole, nelle cucine elettriche o a gas, nei tostapane e negli asciugacapelli. E soprattutto nell’industria sanitaria e farmaceutica.
Negli ospedali la presenza di amianto è stata accertata infatti negli apparecchi di sterilizzazione, nelle lavanderie e stirerie e addirittura nei carrelli riscaldati portavivande e nelle incubatrici per neonati. E anche nei distributori automatici di bevande calde e nei container prefabbricati utilizzati per accogliere le persone in zone colpite da calamità naturali come terremoti o inondazioni. E non da ultimo, nei binari delle ferrovie.

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