Non solo Pirelli, ecco l’Italia sempre più cinese

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È notizia di questi giorni che anche la Pirelli, sarà aquisita da Chem China, l’azienda cinese a controllo statale che dovrebbe diventare socio di maggioranza, ed è solo l’ultimo degli spostamenti di baricentro verso Est. Secondo KPMG nel 2014 l’Italia si è piazzata al sesto posto per attrazione di investimenti cinesi, mentre solo quattro anni prima, nel 2010 non rientrava nemmeno all’interno della top 10.

I rapporti economici fra il nostro paese e la Repubblica Popolare sono sempre più stretti. Lo scorso ottobre il Premier Renzi ha siglato accordi con la Cina per 8 miliardi di euro, tra i quali spicca l’accordo tra Enel e Bank of China grazie al quale il gruppo italiano avrebbe ottenuto potenziali linee di credito per i prossimi cinque anni fino a un miliardo di euro. Durante lo stesso incontro, il premier Cinese Li Kegiang ha dichiarato di essere interessatissimo a potenziare i rapporti con il mercato italiano, in particolare l’import del Made in Italy.

Ad oggi però i rapporti commerciali sono tutt’altro che simmetrici: quello che l’Italia investe e guadagna grazie al mercato cinese è molto, molto di più rispetto alla presenza cinese in Italia, anche se questo comporta in molti casi strategie per avere buoni rapporti con il Governo cinese, come partecipare a viaggi organizzati dal Partito, invitare i funzionari a visitare le aziende, o in alcuni casi istituire gruppi del Partito Comunista all’internodelle aziende.

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Go East! La crescita urbana del Sudest asiatico

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«Singapore, vado a Singapore, vi saluto belle signore». Così recitava un noto ritornello all’inizio degli anni Settanta, oggi più vero che mai. Secondo recenti dati di Euromonitor infatti, più di un terzo di tutte le destinazioni turistiche scelte nel 2013 appartengono proprio alla regione del Sudest asiatico. Sei città della top ten sono asiatiche, compreso l’intero podio, costituito nell’ordine da Hong Kong, Singapore e Bangkok, con una media di 20 mila arrivi annui.

Il Sud-Est Asiatico piace, e forse una delle ragioni è la sua caratteristica di essere, e soprattutto sembrare, sempre in movimento. Nulla è immobile, tutto cresce, crolla, si trasforma, a una velocità a tratti impensabile per il Vecchio Continente. L’espansione urbana è infatti un fenomeno indiscutibile degli ultimi anni per questa regione, e va senza dubbio di pari passo con uno sviluppo economico tangibile. «Fino a qualche decennio fa l’economia mondiale ruotava intorno a quella statunitense e in misura minore a quella europea, mentre oggi la vera locomotiva sono appunto i paesi asiatici, in particolare quelli a reddito medio alto, che stanno mostrando una crescita maggiore e più rapida» ci racconta Alessandro Pio, Scientific Advisor presso l’Istituto di Studi Politici Internazionali (ISPI).

Dell’urbanizzazione in questi paesi parla un recente dossier pubblicato dalla World Bank intitolato East Asia’s changing urban landscape che fornisce un’interessante panoramica sui numeri di questa crescita dal 2000 al 2010. Un primo dato crudo: se tutta la nuova popolazione urbana, circa 200 milioni di persone, si riunisse in un unica nazione, essa occuperebbe la sesta posizione nella classifica mondiale. A oggi la regione del Sudest asiatico allargata (comprendendo quindi anche Cina, Giappone, Corea e Mongolia) ha 869 aree urbane con più di 100 mila abitanti, di cui 8 con oltre 10 milioni e 14 con una popolazione compresa fra i 5 e i 10 milioni. Numeri importanti che necessitano di infrastrutture in proporzione in grado di erogare servizi, generando al tempo stesso profitti e attirando capitali stranieri.

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30 anni di vaccini, ecco come ci hanno salvato la vita

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Il vaccino è servito. Come ha mostrato in maniera graficamente evidente il Wall Street Journal proprio qualche giorno fa, la diffusione dei vaccini negli Stati Uniti è stata decisiva per l’abbattimento di numerose malattie, specie infantili, a partire dagli anni Trenta fino a oggi.

Wired ha provato a prendere spunto dal noto giornale americano per raccontare l’impatto dei vaccini nel nostro vecchio continente, durante gli ultimi trent’anni, e una cosa è certa: i casi di morbillo, parotite, rosolia, pertosse, epatite A e B si sono quasi azzerati nella maggior parte degli stati europei. Per non parlare di malattie come la polio o la difterite, il cui impatto era già stato fermato in modo decisivo nei decenni precedenti. Certo, non in tutti i paesi si può dire di aver vinto, ma i grafici qui proposti mostrano molto chiaramente un abbattimento dei casi delle principali malattie infettive infantili, in particolare a partire dai primi anni 2000.

I dati sono quelli forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità(OMS) attraverso il database CISID, che permette di filtrare i dati che si desidera consultare per anno e per malattia. Noi abbiamo deciso di considerare qui i casi per 100 mila abitanti, in modo da fornire un termine di paragone più efficace fra i diversi stati europei.

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La geografia delle risorse energetiche

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Negli ultimi 40 anni abbiamo fagocitato energia come mai l’umanità aveva osato fare nel corso della sua storia. Ne abbiamo prodotta e consumata più del doppio, generando quasi quattro volte l’energia elettrica del 1973 e producendo letteralmente il doppio delle emissioni di CO2. Lo raccontano i dati raccolti dall’International Energy Agency (IEA) nel dossier intitolato Key World Energy Statistics 2014.

Secondo IEA, dal 1973 a oggi il fabbisogno di energia globale è passato da 6106 Mtoe (Million Tonnes of Oil Equivalent, milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) a 13371 Mtoe, mentre i consumi finali rispettivamente da 4672 Mtoe a 8979 Mtoe. Sono raddoppiate le produzioni di greggio, di carbone, di energia idroelettrica e di gas naturale, mentre l’energia nucleare è addirittura dieci volte quella del 1973. Inoltre l’energia elettrica prodotta è passata dai 6129 Twh di 40 anni fa ai 22668 Twh del 2012.

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