Go East! La crescita urbana del Sudest asiatico

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«Singapore, vado a Singapore, vi saluto belle signore». Così recitava un noto ritornello all’inizio degli anni Settanta, oggi più vero che mai. Secondo recenti dati di Euromonitor infatti, più di un terzo di tutte le destinazioni turistiche scelte nel 2013 appartengono proprio alla regione del Sudest asiatico. Sei città della top ten sono asiatiche, compreso l’intero podio, costituito nell’ordine da Hong Kong, Singapore e Bangkok, con una media di 20 mila arrivi annui.

Il Sud-Est Asiatico piace, e forse una delle ragioni è la sua caratteristica di essere, e soprattutto sembrare, sempre in movimento. Nulla è immobile, tutto cresce, crolla, si trasforma, a una velocità a tratti impensabile per il Vecchio Continente. L’espansione urbana è infatti un fenomeno indiscutibile degli ultimi anni per questa regione, e va senza dubbio di pari passo con uno sviluppo economico tangibile. «Fino a qualche decennio fa l’economia mondiale ruotava intorno a quella statunitense e in misura minore a quella europea, mentre oggi la vera locomotiva sono appunto i paesi asiatici, in particolare quelli a reddito medio alto, che stanno mostrando una crescita maggiore e più rapida» ci racconta Alessandro Pio, Scientific Advisor presso l’Istituto di Studi Politici Internazionali (ISPI).

Dell’urbanizzazione in questi paesi parla un recente dossier pubblicato dalla World Bank intitolato East Asia’s changing urban landscape che fornisce un’interessante panoramica sui numeri di questa crescita dal 2000 al 2010. Un primo dato crudo: se tutta la nuova popolazione urbana, circa 200 milioni di persone, si riunisse in un unica nazione, essa occuperebbe la sesta posizione nella classifica mondiale. A oggi la regione del Sudest asiatico allargata (comprendendo quindi anche Cina, Giappone, Corea e Mongolia) ha 869 aree urbane con più di 100 mila abitanti, di cui 8 con oltre 10 milioni e 14 con una popolazione compresa fra i 5 e i 10 milioni. Numeri importanti che necessitano di infrastrutture in proporzione in grado di erogare servizi, generando al tempo stesso profitti e attirando capitali stranieri.

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Singapore: le due facce della macchina del progresso

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Il 28 ottobre scorso molti media nel mondo riportavano la notizia di un cittadino malese di 29 anni, in prigione dal 2009 a Singapore per traffico di droga e condannato per questo alla pena capitale, avrebbe visto commutarsi la pena di morte in ergastolo dopo averne accertato disabilità mentale e depressione al momento del reato. Una nuova legge, infatti, ha da poco stabilito che i giudici hanno diritto di tramutare la pena di morte in ergastolo per i trafficanti di droga affetti da “anomalie mentali”. In poche parole chi risulta affetto da una qualche forma di depressione o simili si salva, altrimenti muore, o più precisamente viene impiccato all’alba del venerdì.

Ma questo non è che un esempio del fatto che in uno dei paesi considerati più sviluppati al mondo, vigono ancora oggi pene severissime per chi trasgredisce la legge. E non parliamo solo di pena di morte, ma anche di fustigazione, prevista anche per i minorenni. Un paese il cui sviluppo economico fischia da cinquant’anni come una locomotiva in piena corsa, ma che allo stesso tempo rivela un welfare che arranca e diritti umani e civili praticamente inesistenti. Ancora una volta a raccontarcelo sono i dati.

La vera tigre fra i quattro dragoni

Non vi è dubbio che Singapore, specie agli occhi dell’Occidente, sia oggi sinonimo di sviluppo economico, lavoro, prosperità. Singapore ha terzo PIL pro capite al mondo, che nel 2012 era parti a 60.000 dollari USA: più del doppio dell’Italia e quasi due volte la Svizzera e la Germania. Davanti solo Qatar e la discussa economia Lussemburghese. Singapore è l’unica fra quelli che negli anni Novanta venivano definiti i quattro dragoni asiatici – Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud e appunto Singapore – che oggi si trova ancora fra i primi cinque paesi al mondo per PIL pro capite.

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