Allarme clima, troppi i paesi che emettono più gas serra del 1990

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Barack Obama ha lanciato la sua campagna sul clima, ma a poche settimane dalla Cop 21, la conferenza sul clima prevista per il 7-8 dicembre a Parigi, ci sono ancora molti paesi che oggi emettono più gas serra rispetto a 25 anni fa.

Non a caso l’obiettivo della Conferenza di Parigi è ancora una volta concludere un accordo vincolante e universale sul Clima che sia accettato da tutti i paesi, per attuare, fra le altre cose una completa messa al bando dei famosi CFC (clorofluorocarburi), responsabili dell’allargamento del buco dell’ozono, entro il 2030 e ridurre le emissioni di alcuni gas serra, al di sotto delle soglie rilevate nel 1990.
A oltre 20 anni di distanza, quello che è stato fatto non basta. Molti paesi hanno ridotto anche fortemente le emissioni, ma non tutti i paesi l’hanno fatto, nonostante i dettami del Protocollo di Kyoto. Entrato in vigore nel 2005, il protocollo prevedeva la riduzione del biossido di carbonio e di altri cinque gas serra, (metano,ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo) in una misura non inferiore all’8,65% rispetto alle emissioni registrate nel 1985 entro il 2015.

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Che aria respiri? Da una start up di Berkeley ecco mappa e sensori per misurare l’inquinamento

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Utilizzare la rete per creare consapevolezza su ciò che stiamo effettivamente respirando, e proteggerci adeguatamente. Per David Lu, studente di ingegneria ambientale nato e cresciuto a Shanghai e in visita all’università di Berkeley, si tratta di una questione personale, che tocca la quotidianità di milioni di suoi connazionali, e non solo, e che l’ha portato giovanissimo a mettere a punto il più piccolo sensore al mondo, facile da portare con sé come un portachiavi.

Il funzionamento è molto semplice: si illumina di verde se i livelli sono entro la soglia, di rosso se non lo sono. Si chiama Clarity  e rileva il livello di inquinamento presente nel luogo in cui ci troviamo.
Nelle metropoli cinesi o indiane, le concentrazioni di PM 2.5 sono infatti altissime, anche oltre 500 microgrammi per metro cubo, quando il limite consigliato sarebbe 25 microgrammi.

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Dissesto idrogeologico, ecco una fotografia dell’Italia (in costante emergenza)

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A pochi giorni dalla frana in Cadore che ha scosso la comunità bellunese, provocando tre morti, ci risiamo. Questa volta dall’altro capo dello stivale, in Calabria, dove 200 millimetri di pioggia hanno messo in ginocchio interi paesi, in particolare le zone diCorigliano Calabro e Rossano. Aree evacuate, linee ferroviarie bloccate, persone intrappolate, proprio a pochi giorni dalla presentazione a Palazzo Chigi, dei dettagli del piano per la messa in sicurezza delle principali città metropolitane italiane: 1,3 miliardi di euro per opere antialluvione, di cui 600 milioni già stanziati per quelle considerate più a rischio.

Per quanto violente siano queste calamità, non si tratta però di eccezioni e soprattutto non sempre sono le città metropolitane ad essere maggiormente colpite. Ogni anno si rilevano circa 1.000 frane in Italia, e il dissesto idrogeologico è ben distribuito lungo la penisola, tanto che secondo recenti stime dell’Ispra aggiornate a marzo 2015 sarebbero quasi 2 milioni le persone esposte a possibili alluvioni di grave entità, cioè con un tempo di ritorno fra 20 e 50 anni, oltre 5 milioni quelle esposte a un rischio medio alto, con un tempo di ritorno stimato cioè fra i 100 e i 200 anni, e oltre 8 milioni e mezzo di italiani sarebbero esposti a un rischio medio basso.

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Sì, la tassa sui condizionatori è una bufala Ma le imposte sui consumi sono un problema

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La grande paura di queste torride giornate estive è stata la paventata “tassa sui condizionatori domestici“: un balzello rivelatasi però una bufala, dato che l’imposta riguarderà solamente i grandi impianti.

Ma se non c’è nessuna nuova tassa sui consumi domestici, il tema resta comunque “caldo”. Sì, perché la tassazione dei consumi energetici è un argomento tutt’altro che secondario per il sistema fiscale italiano che fatica ad adeguarsi ai moniti europei.

Per l’Europa la cosiddetta fiscalità ambientale, quella cioè che va a incidere su energia, trasporti ed emissioni inquinanti, dovrebbe pesare sempre di più nei prossimi anni sul totale delle imposte versate dai contribuenti, a favore di una riduzione di altre tasse più penalizzanti per la crescita, come quelle sul lavoro. Questo auspicavano per esempio le raccomandazioni all’Italia del semestre europeo 2013 e 2014.

Nel nostro Paese però stiamo vivendo una sorta di paradosso: paghiamo molte imposte ambientali in termini assoluti rispetto al resto d’Europa, ma alla fine tutto questo ha un peso limitato rispetto al totale dei versamenti dei cittadini italiani che, insieme a un’elevata tassazione ambientale, finiscono per pagarne una altrettanto salata sul reddito da lavoro e d’impresa. Questo nonostante la legge delega 23 dell’11 marzo 2014 , che all’articolo 15 fissa per il governo italiano l’obiettivo di pensare a nuove forme di fiscalità ecologica destinate prioritariamente alla riduzione della tassazione sui redditi, in particolare sul lavoro generato dalla green economy.