Io sto mentendo: la logica delle neuroscienze

ChancelWindowTruthIl celebre paradosso del mentitore ci ha insegnato che con il solo ragionamento non è possibile capire se una persona sta mentendo o sta dicendo il vero. Oggi invece la scienza pare convinta di aver trovato il grimaldello giusto per risolvere il problema.

Negli anni i neuro scienziati hanno tentato più volte di mettere a punto degli strumenti artificiali in grado di dare finalmente scacco matto ai mentitori, attraverso le cosiddette macchine della verità, il cui uso parte dal presupposto che variazioni improvvise di parametri fisiologici, quali ad esempio pressione sanguigna o respirazione, sono indicatori del fatto che in quel momento l’individuo sta deliberatamente mentendo. Lo stress dunque, come indicatore di menzogna.

Oggi però, macchine della verità di questo tipo non sembrano più sufficientemente elaborate per essere considerate modelli scientifici attendibili. Per questa ragione negli ultimi decenni gli scienziati hanno spostato il fuoco dell’analisi dai parametri fisiologici al monitoraggio dell’attività cerebrale. Proprio utilizzando strumenti di monitoraggio cerebrale, un gruppo di ricercatori dell’Università di Milano- Bicocca ha recentemente osservato che ci sono delle aree del cervello precise che si attivano quando si dice una bugia. In particolare, attraverso delle tecniche di imaging neuronale, basate cioè sulla risonanza magnetica, i ricercatori hanno rilevato che quando mentiamo si attivano la regione frontale e prefrontale dell’emisfero sinistro del nostro cervello e la cosiddetta corteccia cingolata anteriore, parte della corteccia cerebrale deputata a riconoscere possibili rischi e pericoli per l’individuo.

In particolare, i ricercatori hanno sottoposto 25 studenti universitari volontari a una serie di 296 domande riguardanti ambiti diversi, con l’obbligo di rispondere talvolta dicendo la verità, talvolta mentendo.

La prima sorprendente scoperta è stata osservare che quando l’intervistato è teso – sia che menta, sia che dica la verità – la sua attività cerebrale si assomiglia, con l’effetto di trarre in inganno l’intervistatore. Ma soprattutto, anche prescindendo dall’aspetto emozionale provocato dalle domande, le mappe topografiche del cervello hanno evidenziato la presenza di un marcatore neurale, una risposta elettrofisiologica che misura le elaborazioni del nostro cervello, osservando che queste risposte sono più marcate quando il soggetto sta mentendo piuttosto che quando dice la verità.

Il che significa che d’ora in poi, grazie a questo marcatore, potrebbe essere finalmente possibile smascherare i bugiardi, almeno dal punto di vista neuroscientifico. Il paradosso del mentitore invece sembra rimanere ancora saldamente dove stava.

Se vi interessa lo studio originale, potete consultarlo qui.

 

Credits: Wikipedia Commons, by PJParkinson

Consiglio di lettura: “Biberon al piombo”

Gas_mask,_2009.07.17Un libro davvero interessante che ho letto di recente nell’ambito del mio corso di studi al Master in Giornalismo Scientifico Digitale in Sissa è Biberon al piombo, di Maria Cristina Saccuman (Sironi Editore, 2012). Qui una piccola recensione, nella speranza di accendere il vostro interesse.

“Nei libri di scienze delle scuole elementari la catena alimentare è rappresentata come una successione completa e rassicurante […] Se gli umani sono coinvolti, la catena si trasforma in piramide, con un maschio muscoloso in cima, i decompositori pudicamente rimossi. Nessun ritorno alla terra in previsione. Ma il problema dello schema è un altro: non dovrebbe esserci un uomo in cima alla piramide, ma un bambino allattato.” Così Maria Cristina Saccuman racconta la necessità di riconsiderare la centralità dell’impatto dell’inquinamento sulla salute dei bambini.

Un aspetto che si fa notare in questo libro è che ritornano spesso le stesse storie, storie di donne e di bambini che si ritrovano ad affrontare problemi legati allo sviluppo, malattie gravi come leucemie o malattie respiratorie. Rimbalzano molte volte le stesse parole:  autismo, disturbi dell’apprendimento, QI, test, allattamento. In particolare quest’ultima: allattamento. Perché, come sottolinea più volte l’autrice – già neuroscienziata presso l’Università San Raffaele di Milano – l’impatto degli inquinanti sui bambini, e le conseguenze sul loro sviluppo nervoso, passano prima di tutto attraverso l’allattamento al seno da una madre contaminata. Inoltre, la fragilità e l’immaturità degli organi e del metabolismo di un bambino, fanno sì che essi vadano considerati la categoria più a rischio per mano degli agenti inquinanti.

Le vicende che la Saccuman rievoca sono molte, e toccano tutto il Novecento; dalle storie note alle cronache come la cosiddetta “sindrome cinese” ,che ha visto il suicidio nel 2007 di un imprenditore della Mattel a causa dello scandalo provocato da alcuni giocattoli pesantemente contaminati di piombo, alla “misteriosa malattia” che a partire dagli anni Trenta provocò la morte di moltissimi bambini per avvelenamento da metilmercurio, a Minamata, in Giappone. E ancora la fittissima nebbia che ricoprì Londra nel dicembre 1952, che provocò in soli due giorni un raddoppio della mortalità infantile, dovuta all’insorgere di gravi malattie respiratorie. Oppure il caso dei sette capodogli spiaggiati nel 2009 in Puglia, provocato dall’ abbassamento delle difese immunitarie indotto dagli agenti inquinanti presenti nel Mediterraneo, che ci racconta che cosa sono i POP, i PCB e le diossine, agenti che possono influenzare in modo viscerale lo sviluppo dei bambini.

In ogni capitolo, l’autrice introduce un particolare inquinante, attraverso una storia che racconta gli effetti di questo materiale sulla salute degli esseri umani, in particolare in età infantile. Cosa significa un avvelenamento da piombo, o da mercurio; che effetti avranno sui nostri figli, anche quelli non ancora nati, i pesticidi e gli insetticidi come il DDT o il chlorpyrifos, che hanno accompagnato i nostri pasti per oltre quarant’anni? Come vedremo le conseguenze di un uso massivo e non accorto di queste sostanze sui bambini? A domande come queste, questo libro offre una risposta precisa e supportata da dati scientificamente fondati .

Un’altra parola che ricorre spesso scorrendo le pagine è industria. Un’industria che fugge dalle proprie responsabilità civili, come nel caso della Chisso, che condannò l’intero villaggio di Minamata; o come la “casa delle farfalle” che produceva Tetraetile, un potente antidetonante per i carburanti, e che deve il suo nome proprio al fatto che i suoi operai diventavano in poco tempo soggetti ad allucinazioni che li conducevano alla follia e successivamente alla morte. Un’industria che spesso vince la propria battaglia, condannando le persone che vivono nei pressi delle zone industriali ad una vita spesso inconsapevolmente ad elevato rischio per sé e per i propri figli. Un’industria che è onnipresente nella nostra vita quotidiana e da cui non possiamo difenderci se non a livello globale – afferma l’autrice – con una legislazione preventiva, come il regolamento REACH (Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) che entrerà in vigore nel 2018, con cui per la prima volta l’Unione Europea passa all’industria il compito di dimostrare la sicurezza dei propri prodotti.

L’importanza di agire infine – conclude la Saccuman –  verso una salute globale, perché non è possibile separare la salute dei nostri figli da quella dell’ambiente. I “fili invisibili che legano i cittadini del mondo” tessono una tela indistricabile, e la salute di ogni bambino è legata alle scelte di ogni uomo e di ogni società.

Credits: Wikipedia Commons, by Lielais Rolands

La scrittura: qualche considerazione

599px-Herkulaneischer_Meister_002L’atto della scrittura è secondo me una partita a scacchi, in cui sin dalla prima mossa si è in gioco tutti interi, e dove le mosse non si possono costruire a scatola chiusa, indipendentemente da chi c’è di fronte.

Il processo di scrittura non è semplice da delimitare. Non è facile da definire all’interno della nostra mente, né tantomeno da spiegare agli altri. Forse nemmeno ha senso spiegarlo agli altri, perché l’atto di scrivere, dopotutto, è un fenomeno personale. Dopotutto…dopo cosa? Scrivi “dopotutto” e nemmeno lo sai perché. Forse lo sa la tua mano mentre impugna la penna, o batte i tasti pesati sulla tastiera, o forse lo sa la Scrittura.. ma così si cade nell’ipostasi, meglio di no. Quale ipostasi, solo noi, noi medesimi che ci rifocilliamo pensando che stiamo facendo qualcosa più grande di noi, e invece stiamo solo mettendo a nudo noi stessi, un po’ come Don Quijote, che combatte i suoi mulini. Si diceva che scrivere è un fenomeno personale, difficile da comunicare, però nasce come comunicazione, o per lo meno è così che viene recepito il più delle volte. Certo, ci sono i diari.. lustri di malinconiche profondità che stuzzicano il nostro edonismo, ma lo Scrittore, anche se non esplicitamente, io credo abbia sempre in mente un Lettore davanti a sé. Anche se il suo libro è uno specchio, e il Lettore è quello che sa già a priori la parola che succederà. Uso le lettere maiuscole per indicare Lettore e Scrittore, come vezzo, copiando Italo Calvino, di cui vorrei essere quel Lettore che conosce “già a priori la parola che succederà”.

Ma per chi scrivo? La mia idea è che scriviamo sempre per noi stessi, e l’istanza comunicativa, quando c’è, è secondaria. Chi scrive, lo fa perché cerca qualcosa, e pensa che mettere nero su bianco i propri pensieri possa aiutarlo capire quale porta deve aprire e quale tenere chiusa. La scrittura come un trampolino che permette il salto dalla conoscenza analitica, alla conoscenza sintetica; quella strana legge della nostra mente che fa sì che l’intero sia sempre maggiore della somma delle singole parti prese isolatamente. E le mette a posto queste idee? Non sempre, ma questa è solo la mia esperienza; piuttosto le srotola al sole e ci permette di vederle insieme.. certo, se abbiamo gli occhiali giusti, ma quella è un’altra storia.

Scriviamo per gli altri… un po’ si, perché vogliamo che sentano la forza di un pensiero, di un’idea come la sentiamo noi, che godano di una sensazione allo stesso modo in cui ne godiamo noi, una nota, un profumo. Ma ogni tanto penso che sia solo un bisogno di guardarsi dentro attraverso uno specchio che non possiamo toccare, la necessità di uno sguardo imparziale, che noi stessi abbiamo però forgiato.

La scrittura migliore è quella che trasforma lo scrittore così come il lettore – mi dico – e con questa frase, così definitoria ed esplicativa, mi trovo sempre d’accordo. Come in un arrocco.

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Post Scriptum: Queste osservazioni nascono da alcuni spunti di riflessione nell’ambito di un intervento di Luca De Fiore, all’interno del corso della giornalista Gianna Milano, per MGSD2013, Sissa, Trieste.

Credits: Wikipedia Commons, by The Yorck Project: 10.000 Meisterwerke der Malerei. DVD-ROM, 2002. Distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH.