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599px-Herkulaneischer_Meister_002L’atto della scrittura è secondo me una partita a scacchi, in cui sin dalla prima mossa si è in gioco tutti interi, e dove le mosse non si possono costruire a scatola chiusa, indipendentemente da chi c’è di fronte.

Il processo di scrittura non è semplice da delimitare. Non è facile da definire all’interno della nostra mente, né tantomeno da spiegare agli altri. Forse nemmeno ha senso spiegarlo agli altri, perché l’atto di scrivere, dopotutto, è un fenomeno personale. Dopotutto…dopo cosa? Scrivi “dopotutto” e nemmeno lo sai perché. Forse lo sa la tua mano mentre impugna la penna, o batte i tasti pesati sulla tastiera, o forse lo sa la Scrittura.. ma così si cade nell’ipostasi, meglio di no. Quale ipostasi, solo noi, noi medesimi che ci rifocilliamo pensando che stiamo facendo qualcosa più grande di noi, e invece stiamo solo mettendo a nudo noi stessi, un po’ come Don Quijote, che combatte i suoi mulini. Si diceva che scrivere è un fenomeno personale, difficile da comunicare, però nasce come comunicazione, o per lo meno è così che viene recepito il più delle volte. Certo, ci sono i diari.. lustri di malinconiche profondità che stuzzicano il nostro edonismo, ma lo Scrittore, anche se non esplicitamente, io credo abbia sempre in mente un Lettore davanti a sé. Anche se il suo libro è uno specchio, e il Lettore è quello che sa già a priori la parola che succederà. Uso le lettere maiuscole per indicare Lettore e Scrittore, come vezzo, copiando Italo Calvino, di cui vorrei essere quel Lettore che conosce “già a priori la parola che succederà”.

Ma per chi scrivo? La mia idea è che scriviamo sempre per noi stessi, e l’istanza comunicativa, quando c’è, è secondaria. Chi scrive, lo fa perché cerca qualcosa, e pensa che mettere nero su bianco i propri pensieri possa aiutarlo capire quale porta deve aprire e quale tenere chiusa. La scrittura come un trampolino che permette il salto dalla conoscenza analitica, alla conoscenza sintetica; quella strana legge della nostra mente che fa sì che l’intero sia sempre maggiore della somma delle singole parti prese isolatamente. E le mette a posto queste idee? Non sempre, ma questa è solo la mia esperienza; piuttosto le srotola al sole e ci permette di vederle insieme.. certo, se abbiamo gli occhiali giusti, ma quella è un’altra storia.

Scriviamo per gli altri… un po’ si, perché vogliamo che sentano la forza di un pensiero, di un’idea come la sentiamo noi, che godano di una sensazione allo stesso modo in cui ne godiamo noi, una nota, un profumo. Ma ogni tanto penso che sia solo un bisogno di guardarsi dentro attraverso uno specchio che non possiamo toccare, la necessità di uno sguardo imparziale, che noi stessi abbiamo però forgiato.

La scrittura migliore è quella che trasforma lo scrittore così come il lettore – mi dico – e con questa frase, così definitoria ed esplicativa, mi trovo sempre d’accordo. Come in un arrocco.

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Post Scriptum: Queste osservazioni nascono da alcuni spunti di riflessione nell’ambito di un intervento di Luca De Fiore, all’interno del corso della giornalista Gianna Milano, per MGSD2013, Sissa, Trieste.

Credits: Wikipedia Commons, by The Yorck Project: 10.000 Meisterwerke der Malerei. DVD-ROM, 2002. Distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH.

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