Quella risonanza neuronale tra il musicista e il suo strumento

Da un’intervista a Alice Mado Proverbio, ricercatrice presso l’Università di Milano Bicocca.

440px-Modigliani_–_Cello_PlayerChe il cervello di un musicista sia diverso da quello di un non musicista è cosa nota. Ma è scoperta recente che il rapporto tra un musicista esperto e il suono prodotto dal suo strumento faccia scaturire un riconoscimento del primo nei confronti del secondo, che fa sì che per esempio un violinista riconosca se il suono che ode è lo stesso che vede suonato da un altro violinista. In altre parole, il cervello di chi ha studiato musica per molto tempo è stato “formato” dalla stessa musica in modo tale da essere in grado di associare con un margine di errore bassissimo un gesto a un suono. Una risonanza audiovisiomotoria a tutti gli effetti con il proprio strumento, anche se suonato da altri.

A eseguire questi esperimenti il Milan Center for Neuroscience dell’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con il Conservatorio di Milano Giuseppe Verdi e l’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare (Ibfm) del Centro Nazionale delle Ricerche (Cnr), i cui risultati sono poi stati pubblicati su Scientific Reports.

“Quello che ci interessava era capire come avveniva la parte motoria dell’apprendimento musicale e la codifica uditiva del suono” spiega Alice Mado Proverbio, docente di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica presso l’ateneo milanese. “Esperimenti simili sono stati fatti nel caso del linguaggio, cioè sulla capacità di leggere il labiale e di capire se effettivamente quello che si sta ascoltando corrisponde a quello che si vede, ma mai è stato fatto con la musica.”

Che fossero coinvolti i neuroni specchio audiovisiomotori era un’ipotesi centrale per i ricercatori, ma solo ora gli esperimenti hanno confermato che questi si attivano nel cervello di musicisti professionisti, cioè con più di 10.000 ore di studio alle spalle, nel momento in cui viene percepita un’incongruenza tra l’immagine di un musicista che suona e il suono effettivamente prodotto. Una sorta di avvertimento automatico che c’è un’incongruenza in atto. In particolare, si legge nello studio, le aree interessate alla codifica multimodale senso motoria sono il giro temporale superiore destro, la corteccia premotoria, il sistema specchio fronto/parietale (frontale e parietale inferiore), la corteccia somatosensoriale, il cervelletto, l’area supplementare motoria (SMA), l’area extrastriata per il corpo, e la corteccia temporale mediale e inferiore.

L’esperimento è stato eseguito mostrando ai musicisti partecipanti, in particolare violinisti e clarinettisti, un altro musicista che eseguiva una certa nota, e contemporaneamente veniva fatto loro ascoltare quello che doveva essere il suono corrispondente, precedentemente registrato. In certi casi i ricercatori facevano ascoltare al partecipante la nota/e corrispondente a quella fisicamente eseguita e che il musicista poteva vedere in un video, in altri casi veniva sottoposto un suono/i diverso. I risultati parlano chiaro: il musicista professionista riconosce al volo se il suo strumento ha suonato davvero la nota ascoltata.

Chi suona sa che l’apprendimento musicale avviene molto lentamente e mescola una componente motoria a una uditiva, che a lungo andare plasma l’attività cerebrale del musicista, stimolando le sue connessioni in modo tutto differente rispetto a chi non ha studiato musica. “Per questa ragione è stato necessario coinvolgere in uno studio preliminare professionisti con una carriera più o meno lunga alle spalle – prosegue la Proverbio – dagli studenti del conservatorio ai maestri con oltre 50 anni di esperienza. Questo ci ha permesso di notare che la formazione di queste connessioni procede progressivamente con lo studio. Il margine di errore dei maestri d’età si è rivelato infatti bassissimo (intorno al 5%) rispetto a quello degli studenti che può anche arrivare al 30%.”

“Infine, c’è un altro aspetto che abbiamo avuto modo di appurare – prosegue la Proverbio – e cioè che il musicista è dotato di ‘neuroni anti stecca’ che gli permettono di autocorreggersi spontaneamente quando un certo movimento motorio, come la posizione della mano nel caso del violino, non corrisponde alla nota che il violinista ha in mente di suonare. Come se sapesse già prima di toccare le corde con l’archetto che il suono che produrrà sarà stonato.”

Una risonanza quella tra musicista e il suo strumento, che anticipa dunque addirittura il gesto musicale.

Credits: Wikipedia Commons

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LIBRI – Il bello, il buono, il vero

OggiScienza

SID-240-Changeux-S-800x800CULTURA – Nel 2000 il filosofo John Searle ha dichiarato che è arrivato il momento di studiare la coscienza come fosse un qualsiasi altro fenomeno biologico. Ma quali possono essere i correlati biologici della coscienza?

Negli ultimi trent’anni il dibattito intorno ai campi delle neuroscienze ha assistito a un’evoluzione mai vista prima, fino a includere autentiche neuroscienze della coscienza all’interno degli studi neurobiologici. Fino a qualche decennio fa, infatti, era impensabile accostare il termine coscienza alle ricerche in ambito scientifico senza destare il biasimo degli illustri colleghi e al contempo senza servire su un piatto d’argento ai filosofi della scienza ma non solo, la possibilità di alimentare le loro argomentazioni antiriduzioniste

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Io sto mentendo: la logica delle neuroscienze

ChancelWindowTruthIl celebre paradosso del mentitore ci ha insegnato che con il solo ragionamento non è possibile capire se una persona sta mentendo o sta dicendo il vero. Oggi invece la scienza pare convinta di aver trovato il grimaldello giusto per risolvere il problema.

Negli anni i neuro scienziati hanno tentato più volte di mettere a punto degli strumenti artificiali in grado di dare finalmente scacco matto ai mentitori, attraverso le cosiddette macchine della verità, il cui uso parte dal presupposto che variazioni improvvise di parametri fisiologici, quali ad esempio pressione sanguigna o respirazione, sono indicatori del fatto che in quel momento l’individuo sta deliberatamente mentendo. Lo stress dunque, come indicatore di menzogna.

Oggi però, macchine della verità di questo tipo non sembrano più sufficientemente elaborate per essere considerate modelli scientifici attendibili. Per questa ragione negli ultimi decenni gli scienziati hanno spostato il fuoco dell’analisi dai parametri fisiologici al monitoraggio dell’attività cerebrale. Proprio utilizzando strumenti di monitoraggio cerebrale, un gruppo di ricercatori dell’Università di Milano- Bicocca ha recentemente osservato che ci sono delle aree del cervello precise che si attivano quando si dice una bugia. In particolare, attraverso delle tecniche di imaging neuronale, basate cioè sulla risonanza magnetica, i ricercatori hanno rilevato che quando mentiamo si attivano la regione frontale e prefrontale dell’emisfero sinistro del nostro cervello e la cosiddetta corteccia cingolata anteriore, parte della corteccia cerebrale deputata a riconoscere possibili rischi e pericoli per l’individuo.

In particolare, i ricercatori hanno sottoposto 25 studenti universitari volontari a una serie di 296 domande riguardanti ambiti diversi, con l’obbligo di rispondere talvolta dicendo la verità, talvolta mentendo.

La prima sorprendente scoperta è stata osservare che quando l’intervistato è teso – sia che menta, sia che dica la verità – la sua attività cerebrale si assomiglia, con l’effetto di trarre in inganno l’intervistatore. Ma soprattutto, anche prescindendo dall’aspetto emozionale provocato dalle domande, le mappe topografiche del cervello hanno evidenziato la presenza di un marcatore neurale, una risposta elettrofisiologica che misura le elaborazioni del nostro cervello, osservando che queste risposte sono più marcate quando il soggetto sta mentendo piuttosto che quando dice la verità.

Il che significa che d’ora in poi, grazie a questo marcatore, potrebbe essere finalmente possibile smascherare i bugiardi, almeno dal punto di vista neuroscientifico. Il paradosso del mentitore invece sembra rimanere ancora saldamente dove stava.

Se vi interessa lo studio originale, potete consultarlo qui.

 

Credits: Wikipedia Commons, by PJParkinson