ILVA: risanamento un anno dopo

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È passato un anno dal decreto che affidava per tre anni al commissario Enrico Bondi, amministratore delegato della società, e al sub-commissario Edo Ronchi, già Ministro dell’Ambiente, le sorti del risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto. Sebbene non siano ancora stati completati gli interventi più costosi, quello che è emerso il 19 giugno scorso a Roma alla presentazione il dossier Il risanamento ambientale dell’ILVA dopo un anno di commissariamento, organizzata dalla fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, sembra chiaro: “L’Ilva è in via di risanamento ambientale – si legge nel comunicato stampa – ma per continuare servono risorse certe e sufficienti e poteri reali di commissariamento ambientale”.
Che cosa dunque è stato fatto in questo primo anno? E soprattutto, quali sono queste risorse di cui c’è bisogno per completare i lavori e dove si può attingere? “La situazione dell’Ilva oggi è incredibilmente migliorata – spiega Ronchi – ma due sono ancora i punti su cui dobbiamo lavorare: primo, necessitiamo di una disponibilità finanziaria complessiva di 550 milioni di euro entro il 2014 e di ulteriori 250 milioni entro la fine del 2015; secondo, servono poteri reali di decisione e di intervento di un Commissario per l’attuazione del DPCM”. Partiamo dalle buone notizie.
Come è emerso dalla Relazione sulla qualità dell’aria a Taranto nel 2013, resa nota dall’Arpa Puglia, tutte le stazioni della città hanno registrato un calo significativo delle medie annuali di Bap (Benzoapirene), una sostanza considerata cancerogena, portandole di molto al di sotto del valore desiderato, soprattutto nella stazione di via Machiavelli, dove si registravano i valori più alti di Bap nell’aria dell’intera area. Il valore si è ridotto infatti di 10 volte, arrivando a 0,18 nanogrammi/m3, dove l’obiettivo di qualità di legge è 1 nanogrammi/m3. Stessa tendenza si rileva anche per quanto riguarda gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici), che compongono il particolato atmosferico.

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Salmonelle e norovirus nei frutti di bosco: colpa di acqua e attrezzature contaminate

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L’acqua infetta, le attrezzature contaminate e le precipitazioni sono i fattori che determinano la presenza di virus molto aggressivi nei frutti di bosco. Sono queste le conclusioni di un report pubblicato dall’EFSA sulla contaminazione dei frutti di bosco freschi o congelati da parte di Salmonella e Norovirus. I Norovirus (NoVs) sono particolarmente aggressivi e sono ritenuti in tutto il mondo una delle principali cause di gastroenteriti nell’uomo e negli animali. Questi virus si diffondono attraverso le feci e tramite contatto da persona a persona, oppure assumendo cibo e acqua contaminati. Nel caso dei frutti di bosco la situazione è più complessa perché raramente vengono ingeriti da soli essendo spesso abbinati a torte e biscotti, contenenti latte e derivati.

Come riporta il dossier dell’EFSA, le epidemie associate a Norovirus in lamponi surgelati e fragole sono un rischio emergente, anche se ancora non è chiaro in quale fase della filiera questi focolai prendono origine. «Per comprendere la complessità della questione – spiega Fausto Gardini, docente di Microbiologia degli alimenti presso l’Università di Bologna – bisogna partire dalla scarsità di letteratura sull’argomento. Rispetto all’elevato rischio che queste sostanze portano con sé per la salute dei consumatori, la ricerca è ancora molto lontana dall’avere acquisito misure preventive valide ed efficaci. Questo perché le tecniche microbiologiche per rilevare questi virus sono molto complesse»

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