Perché al Sud ci sono più scuole ma poche cattedre

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Il Premier Renzi ha dichiarato di essere molto soddisfatto dei numeri de La Buona Scuola, che secondo i conteggi starebbe assumendo oltre 55 mila docenti. Non tutti però la pensano così, come dimostrano gli scioperi dei mesi scorsi.

Non appena erano state rese pubbliche le prime nomine, un paio di mesi fa, avevamo pubblicato un articolo che raccontava i numeri delle assunzioni proposte da #labuonascuola, facendo notare come al Sud le cattedre offerte siano molte di meno rispetto al Nord. Un nostro lettore tramite twitter ci aveva pungolato con una domanda: quali sono le ragioni che obbligano chi vive al Sud a spostarsi verso il settentrione? Sebbene quello che segue non costituisca certo una risposta, abbiamo cercato di fotografare la scena, e lo abbiamo fatto come piace a noi: con i dati. Questi dati, riferiti all’anno scolastico 2013-14, sono liberamente accessibili sul sito del Miur.

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Il lavoro è ancora una questione di “genere”

Reblogged from Rivista Micron

Se sei donna sei un “capitale umano” che, a parità di costo, renderà di meno a lungo termine. Viviamo in una società in cui una donna laureata produce nel corso della propria vita lavorativa 1,2 volte quanto è costato istruirla, mentre un uomo 2,5 volte tanto. In termini di denaro, si intende, ma sono numeri, questi, che colpiscono se vogliamo parlare di gender gap professionale. Specie alla luce del fatto che le donne nei Paesi ricchi oggi studiano almeno quanto gli uomini. Sono gli ultimi dati OCSE, contenuti all’interno dell’edizione 2015 di Education at a Glance, che si riferiscono alla media dell’area OCSE.
E in Italia? Nel nostro Paese una donna laureata renderà allo Stato di meno di quello che ritorna da aver istruito un uomo. Almeno – magra consolazione – una laureata produce più guadagno per un Paese in termini ancora una volta meramente economici, rispetto a una donna diplomata: 65 mila dollari in media, contro i 48 mila di una donna diplomata. Un uomo laureato – per contro – rende allo stato 127 mila dollari, un diplomato 70 mila. Questo perché un laureato in media guadagnerà più di un diplomato, e quindi pagherà più tasse rispetto a una persona dal reddito inferiore.

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La laurea in Italia non serve a niente? Qualche numero sulle dichiarazioni del ministro Poletti

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I giovani italiani hanno in media un titolo di studio più elevato rispetto alla media dei paesi OCSE, ma i laureati italiani, che pur sono pochi, mostrano tassi di occupazione minori. Siamo infatti l’unico paese insieme alla Repubblica Ceca dove la disoccupazione oggi colpisce più i laureati rispetto a chi ha un titolo di studio più basso.
A dirlo è l’OCSE, all’interno dell’ultimo rapporto annuale “Education at a Glance 2015”. Nel marasma della querelle “il Ministro Poletti ha ragione”- “il Ministro Poletti ha torto” dei giorni scorsi, uno sguardo dall’esterno arriva come una pioggia necessaria, e ghiacciata.

Nel 2012 in Italia, fra i neolaureati (OCSE intende con questo termine chi non ha proseguito oltre con gli studi), i laureati di primo livello sono in proporzione pochi. Nel 2014 il 9% dei giovani dai 25 ai 34 anni è in possesso di una laurea di primo livello, contro una media europea del 21%. Al contrario i laureati di secondo livello sono leggermente di più rispetto alla media OCSE: il 15% dei 25-34 enni contro una media OCSE del 14%. Questo nonostante solo il 24% dei giovani italiani dai 25 ai 34 anni sia laureato, contro una media europea del 41%. Un dato che ci viene ripetuto dall’OCSE oramai da diversi anni e che non fa certo notizia. Grafico

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