Allarme micotossine in aumento a causa dei cambiamenti climatici

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I cambiamenti climatici, in particolare il riscaldamento globale hanno iniziato e continueranno a portare con sé potenziali rischi per la salute alimentare. Uno di questi rischi è rappresentato dal proliferare delle micotossine, composti chimici, alcuni dei quali estremamente velenosi, prodotti da diversi tipi di funghi, che in certe condizioni ambientali particolarmente favorevoli, come i cambiamenti di temperatura, umidità, precipitazioni e produzione di anidride carbonica dovute al climate change, proliferano producendo massicce dosi di queste micotossine.
Una volta prodotte le micotossine possono entrare nella filiera alimentare attraverso colture contaminate destinate alla produzione di alimenti e mangimi, principalmente di cereali.
Per prevenire questo potenziale problema il mese scorso una delegazione dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha incontrato il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin in occasione di una conferenza internazionale da titolo “L’onere delle micotossine sulla salute umana e animale” organizzata congiuntamente dal Ministero della Salute e dall’Istituto nazionale di sanità (ISS). Obiettivo: contribuire a ridurre l’esposizione di uomo e animali ai rischi che queste tossine rappresentano.

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L’insostenibile leggerezza della giustizia artificiale

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Ogni giorno, i giudici sono chiamati a deliberare il futuro di un uomo e di una donna che ha commesso un reato sulla base del rischio che se rilasciato ne compia un altro. Questioni come “quanti anni dovremmo dare a una donna bipolare condannata per omicidio?”, “Dovremmo mandare in galera un giovane stupratore in attesa di processo e quindi innocente fino a sentenza, o rilasciarlo su cauzione con la possibilità che stupri altre donne se colpevole?”.

Forse non tutti sanno che le corti americane a partire dagli anni Ottanta, per assicurarsi che i giudici trattassero equamente tutti gli imputati, hanno iniziato a richiedere al personale delle prigioni di raccogliere dati sulle finanze degli imputati, sulle loro famiglie, sugli amici, su eventuali storie di droga e sui precedenti crimini, per provare a quantificare il rischio possibile di recidiva. Negli anni però da carta e penna si è passati ai computer. Da anni i tribunali americani fanno uso di sistemi algoritmici di Intelligenza Artificiale – per lo più tool privati – per profilare il livello di rischio di recidiva, valutando una serie di indicatori socio-economici. Uno studiopubblicato in questi giorni su Science suggerisce che questo ampio utilizzo di questi strumenti per valutare la possibilità di recidiva, non è migliore – per citare alla lettera – “di un gruppo di persone che possiedono solo alcune informazioni chiave”.

Già nel 2016 un’inchiesta di ProPublica, noto giornale investigativo americano, aveva evidenziato che il sistema denominato COMPAS (Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanctions) esprimeva fortissimi bias etnici: di fatto le persone afroamericane erano bollate come ad alto rischio di recidive molto di più rispetto ai bianchi. Proprio questa inchiesta ha dato il via allo studio ora pubblicato su Science condotto da Julia Dressel del Dipartimento di Computer Science del Dartmouth College, che si è posta la domanda più basilare: gli algoritmi riescono davvero a prevedere meglio della mente umana come andranno le cose, cioè in questo caso se la persona lasciata libera compirà un altro crimine una volta rilasciata oppure no?

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