Infarto: come capire chi colpirà

SALUTE – Il problema principale per un cardiologo è capire quando una persona che non presenta sintomi è verosimilmente a rischio di essere colpita da infarto miocardico. Sebbene vi siano dei fattori di rischio ben noti, come il diabete, l’ipertensione o avere il colesterolo alto, non è al momento possibile capire se un individuo sano svilupperà o meno un evento cardiaco importante.

Anche sottoponendo tutta la popolazione sana a coronarografia o tac coronarica (cosa evidentemente impossibile e inopportuna dato il rapporto costo-efficacia, oltre che per l’elevata invasività della coronarografia non saremmo comunque in grado di affermare in maniera deterministica se una persona asintomatica svilupperà una patologia cardiaca grave oppure no.
Sappiamo che statisticamente all’interno di una certa popolazione una percentuale avrà un infarto, ma non siamo in grado di dire chi sarà colpito.

Come possiamo prevedere dunque se una persona che oggi ha una lesione coronarica iniziale e silente, domani svilupperà una qualche malattia cardiaca? Se finora non era possibile dare risposta a questa domanda, oggi una strada per riuscire a prevedere con precisione il rischio soggettivo di una persone ci potrebbe essere e passa per la genetica.

È quello a cui sta lavorando un team di ricercatori del Centro Cardiologico Monzino di Milano, dove una squadra di cardiologi, radiologi, emodinamisti e ricercatori, individuerà le caratteristiche radiologiche, molecolari o genomiche che identificano precocemente i soggetti a maggior rischio di sviluppare un infarto a medio-lungo termine. L’idea di fondo è quella di studiare il trascrittoma, cioè le caratteristiche dell’RNA circolante in persone senza alcuna manifestazione di malattia cardiaca, ma con TAC coronarica indicativa di parziale ostruzione delle coronarie, per poi seguire la persona per un certo periodo sottoponendola a tac coronarica periodica, e osservare se ci sono correlazioni fra i pattern di RNA e l’insorgenza di eventi cardiaci nel futuro.

Lo studio in questione si chiama EPIFANIA ed è già stato avviato, coinvolgendo 400 persone, con l’obiettivo di raggiungerne 1000, e seguirà i pazienti per un periodo di 5 anni.

Continua su Oggiscienza 

Quanto investono le aziende europee in ricerca e innovazione? La risposta in tre grafici

Gli investimenti in ricerca e l’innovazione delle imprese europee sono paragonabili a quelli del resto del mondo? La risposta sembra essere no. Recentemente la Comunità Europea ha pubblicato un rapporto dal titolo Science, Research and Innovation Performance of the EU 2018, che fa il punto su alcuni aspetti del panorama degli investimenti in Ricerca e Innovazione da parte delle aziende europee.

Il rapporto non discute dunque su ricerca pubblica vs ricerca privata, ma sulla tendenza da parte delle imprese, e degli investitori, di scegliere di credere nella ricerca sulle tecnologie innovative, paragonando ciò che accade in Europa con quello che sta succedendo negli Stati Uniti e in Cina.

Dal rapporto emergono due aspetti della stessa medaglia: se da una parte siamo senza dubbio leader mondiali quanto a eccellenza scientifica, come dimostrava poco tempo fa anche il Science, Technology and Industry Scoreboard 2017 di OCSE, dall’altra riusciamo a tradurre questa eccellenza scientifica in tecnologie e innovazione di valore meno di quanto potremmo.

In Europa chi ha il capitale investe poco in Ricerca a Innovazione, mentre – ed è questa a tesi di fondo del rapporto – solo stimolando gli investimenti in innovazione possiamo concretamente cambiare le cose dal punto di vista dei divari salariali. Garantire un’ampia partecipazione all’innovazione è fondamentale per evitare l’aumento delle disuguaglianze. “Non c’è distruzione generale di posti di lavoro in Europa – si legge nel rapporto- ma i mercati del lavoro si stanno polarizzando, facendo pressione sui salari e sull’ineguaglianza”.

Continua su Il Sole 24 Ore

I ragazzi del 1995, fra studio e lavoro

Giovani e lavoro: ma come stanno le cose davvero? AlmaLaurea ha recentemente pubblicato i risultati di un sondaggio che ha coinvolto un’ampio campione di ragazzi diplomati nel 2014 – cioè nati nel 1995 o negli anni appena precedenti – per capire oggi, a 22 anni, com’è la loro vita, fra chi studia e chi (anche) lavora.

Anzitutto un dato: a tre anni dal diploma lavora circa un giovane su 3 (il 27%). Un altro 18% studia e lavora e il 44% di loro studia solamente. Complessivamente il 68% delle ragazze si è iscritto all’università, contro il 57% dei maschi. Nel dettaglio nel 2017 lavora il 60% dei diplomati in un istituto professionale, il 42% di chi ha frequentato un istituto tecnico e il 7,6% dei liceali.

Coniuga invece università e lavoro (tendenzialmente piccoli lavoretti) un liceale su 4 (il 24%), un diplomato tecnico su 6 (il 13%) e un diplomato professionale su 10 (il 9,2%).

Nel complesso dei diplomati nel 2014, la fetta più grossa dei contratti – 1 su 3 – è “non standard”, ovvero contratti a chiamata e qualsiasi contratto a tempo determinato, in ugual misura fra maschi e femmine. Il 15% di loro ha contratti “formativi”, mentre un altro 15% lavora senza nessun contratto, e qui il gap di genere si fa sentire: non ha contratto il 23% delle ragazze che lavora contro l’11% dei maschi. E va precisato che a tre anni da diploma le occupate sono di più rispetto agli occupati: 1300 femmine e 1255 maschi fra chi ha risposto al sondaggio. Complessivamente sono di più i ragazzi che lavorano soltanto (32% contro il 22% delle ragazze), ma sono di più le ragazze che studiano e lavorano rispetto ai maschietti (23% delle ragazze contro 13% dei ragazzi).

Continua su Scienza in Rete

Un mondo senza chirurgia

SALUTE – Cinque miliardi di persone, i due terzi degli abitanti del pianeta, non hanno accesso a cure chirurgiche sicure e a prezzi accessibili, a procedure di anestesia e a cure ostetriche (viene utilizzato l’acronimo SAO, Surgery, Anesthesia and Obstetric care). Tuttavia, un terzo delle malattie a livello globale richiederebbero trattamenti chirurgici sicuri ed efficaci.

Anche se è evidente che la possibilità di accedere a questi servizi è strettamente correlata con la stima dell’aspettativa di vita di una popolazione, prima del 2015 non esistevano dati in merito, ed è per questo che la rivista The Lancet ha istituito una commissione sulle procedure chirurgiche a livello mondiale, individuando sei indicatori e iniziando a raccogliere dati per ognuno di essi.

Il risultato è che sono emerse differenze enormi fra paesi ma anche all’interno del medesimo paese, fra i diversi gruppi socio-economici. Sappiamo che esiste un gap importante rispetto alla densità del numero di medici per abitante (su questo le statistiche non mancano), ma la forbice per quanto riguarda i chirurghi, gli anestesisti e le ostetriche è ancora maggiore. Attualmente nei paesi ricchi della Terra ci sono 70 volte i chirurghi per 100 mila abitanti rispetto a quanti ce ne sono nei paesi più poveri. Questi ultimi hanno in media 1 SAO per 100 mila persone, i paesi con reddito medio-basso 100 SAO per 100 mila e – appunto – 69 SAO per 100 mila abitanti nei paesi ricchi.

Continua su Oggiscienza