Il coinvolgimento dei pazienti nella ricerca. Stiamo ancora inventando la ruota?

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L’idea di coinvolgere il paziente nei processi decisionali che riguardano l’assistenza sanitaria e all’interno della ricerca clinica è diventato una sorta di mantra negli ultimi anni. La prospettiva è quella di una salute pubblica inclusiva, che fonda le sue radici sul dialogo fra i diversi stakeholder, per modulare linee di ricerca le cui priorità siano frutto di un processo anche bottom-up. Quasi tutti gli studi che sono stati pubblicati negli ultimi anni fanno riferimento alle potenzialità di questo approccio, sia per il paziente stesso che si sentirebbe parte attiva del processo – “empowered”, come si ama dire in letteratura – sia per i ricercatori, che sarebbero così coadiuvati nella costruzione di linee di ricerca che siano il più possibile aderenti alla pratica clinica e alle esigenze del malato.

Coinvolgere i pazienti nella pianificazione e nell’esecuzione della ricerca significa migliorarne la traduzione in pratica clinica. Dal punto di vista dei ricercatori si parla, per esempio, di coinvolgere i pazienti nella determinazione dei criteri di raccolta dei dati, nell’identificazione delle priorità all’interno di una certa linea di ricerca, della migliore valutazione dell’applicabilità di un servizio all’interno della vita quotidiana dei malati. E ancora, nel fornire agli stessi malati risorse appropriate attraverso la semplificazione dei messaggi e la caratterizzazione dell’audience, e valutando l’incisività delle linee guida.

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Gestire disastri naturali con lo smartphone: ecco I-REACT

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In caso di calamità come incendi, allagamenti e ondate di calore l’aspetto più importante, e anche il più difficile per la sicurezza di persone e cose, è rendersi conto per tempo del loro imminente arrivo. L’idea messa a punto dal consorzio I-REACT, coordinato dall’Istituto Superiore Mario Boella (ISMB) di Torino e a cui partecipa fra gli oltre 20 membri anche la Fondazione Bruno Kessler di Trento, è quella di realizzare una piattaforma che riesca da un lato a raccogliere in tempo reale tutte le informazioni che possono significare l’arrivo di alluvioni, incendi e colpi di calore, e dall’altro a informare per tempo e a coinvolgere nell’intervento la popolazione su queste situazioni di rischio. Un progetto che conta su un finanziamento europeo di 6.6 milioni di euro da qui al 2019.

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Quanto ripaga investire in cultura

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Investire in attività culturali paga, sia in termini di valore aggiunto economico, che occupazionale. In Italia nonostante la crisi il Sistema Produttivo Culturale e Creativo (SPCC) ha visto una crescita della ricchezza in termini di valore aggiunto nominale dello 0,6%, mentre gli occupati nel settore sono aumentati dello 0,2%. Ad oggi il Sistema Produttivo Culturale da solo, senza considerare cioè i posti di lavoro attivati negli altri settori, dà lavoro a 1,5 milioni di persone.

DALLA CULTURA VIENE UN TERZO DELLA SPESA TURISTICA

Per ogni euro prodotto dal SPCC inoltre se ne attivano 1,8 in altri settori. Un giro d’affari di 89,7 miliardi di euro di valore aggiunto che ne produce altri 160,1, per un totale di 249,8 miliardi, che rappresentano il 17% del valore aggiunto nazionale. Un terzo della spesa turistica nazionale deriva insomma dalla cultura. Sebbene non siano cifre altissime, rimangono comunque significative del fatto che investire in “cultura” è un ottimo antidoto per far fronte alla crisi economica. Secondo quanto sostengono gli autori del Rapporto Symbola 2016 di Unioncamere, i paesi che stanno reagendo meglio alla crisi sono appunto quelli che hanno puntato su cultura e creatività.

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Chi investe nelle rinnovabili oggi?

Reblogged from Rivista Micron

Il 2015 si è rivelato il primo anno in cui i Paesi cosiddetti in via di sviluppo hanno superato quelli ricchi quanto a investimenti nel settore delle rinnovabili: uno stacco di circa 20 miliardi di dollari. Un incremento vertiginoso del peso di questi Paesi nella spinta globale verso le energie green, se pensiamo che dieci anni fa, nel 2005, i Paesi in via di sviluppo investivano in rinnovabili 20 miliardi di dollari, contro gli oltre 150 miliardi di oggi. Una forbice che sta ricominciando ad aprirsi, ma per la prima volta dal verso opposto.
Se i Paesi poveri investono nelle risorse rinnovabili, quelli ricchi lo hanno fatto infatti sempre meno negli ultimi cinque anni. Nel 2011 gli investimenti ammontavano a poco meno di 200 miliardi di dollari, oggi a 130 miliardi. Ciononostante, le rinnovabili pesano ancora pochissimo nel complesso della produzione di energia a livello mondiale: appena più del 20%.
A raccontare questi dati è un recente rapporto pubblicato da REN21 intitolato Renewables 2016 Global Status Report.

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