Quanto ripaga investire in cultura

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Investire in attività culturali paga, sia in termini di valore aggiunto economico, che occupazionale. In Italia nonostante la crisi il Sistema Produttivo Culturale e Creativo (SPCC) ha visto una crescita della ricchezza in termini di valore aggiunto nominale dello 0,6%, mentre gli occupati nel settore sono aumentati dello 0,2%. Ad oggi il Sistema Produttivo Culturale da solo, senza considerare cioè i posti di lavoro attivati negli altri settori, dà lavoro a 1,5 milioni di persone.

DALLA CULTURA VIENE UN TERZO DELLA SPESA TURISTICA

Per ogni euro prodotto dal SPCC inoltre se ne attivano 1,8 in altri settori. Un giro d’affari di 89,7 miliardi di euro di valore aggiunto che ne produce altri 160,1, per un totale di 249,8 miliardi, che rappresentano il 17% del valore aggiunto nazionale. Un terzo della spesa turistica nazionale deriva insomma dalla cultura. Sebbene non siano cifre altissime, rimangono comunque significative del fatto che investire in “cultura” è un ottimo antidoto per far fronte alla crisi economica. Secondo quanto sostengono gli autori del Rapporto Symbola 2016 di Unioncamere, i paesi che stanno reagendo meglio alla crisi sono appunto quelli che hanno puntato su cultura e creatività.

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La laurea ultimo baluardo contro la disoccupazione giovanile

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I dati sul lavoro parlano chiaro: la crisi non è finita. Sia per i giovani che per i meno giovani i contratti a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato continuano a diminuire anno dopo anno, mentre aumentano quelli che una volta messa la corona d’alloro al collo assaporano il senso dell’horror vacui.   Le vecchie professioni “sicure” come il medico o l’avvocato non assicurano più i frutti di un tempo, ma ciò non significa che studiare serva sempre meno, anzi. I laureati sono l’unica fascia fra gli under-29 in cui il numero di assunzioni previste a tempo indeterminato, seppure in progressivo calo rispetto al 2010, supera quelli a tempo determinato. Le cose vanno male insomma, ma vanno ancora peggio per chi ha un titolo di studio basso o non ne ha nessuno.   Non si tratta del solito allarmismo basato sui racconti dei molti che a più di un anno dal temine degli studi non sano più dove sbattere la testa, ma di un trend la cui evidenza è dimostrata dalla banca dati ufficiale Excelsior costruita da Unioncamere a partire dal 2010, che fa il punto sui nuovi contratti di lavoro dichiarati dalle aziende italiane. Il dato meno incoraggiante emerge considerando i contratti non stagionali a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato, esclusi gli ”interinali”, i contratti di apprendistato e le sostituzioni.   È evidente che il mercato del lavoro è oggi assai più complesso rispetto al binomio indeterminato-determinato: ci sono parecchie tipologie contrattuali, oltre all’avanzare del fenomeno del lavoro sommerso e dei sempre più numerosi casi delle “false partite iva”. Quello che emerge dai dati Unioncamere è dunque un calo progressivo dei contratti di lavoro standard per come siamo stati abituati a intendere il lavoro negli ultimi decenni.

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