È nata HealthDataJ. Curioso?

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Cari amici,
vi segnalo che da oggi è attiva la comunità di HealthDataJ, un gruppo Facebook che nasce dall’esigenza (mia, anzitutto) di avere un luogo dove condividere i dati (database, rapporti, dossier,…) riguardanti l’ambito sanitario.

L’obiettivo di questo gruppo è costituire un archivio di risorse utili per chi si occupa o si interessa di salute e lo vuole fare “dati alla mano”. Ma penso possa essere anche un luogo per confrontarsi (educatamente) su questi dati.

HealthDataJ è anche una AudioNewsletter (un podcast insomma) che pubblicherò una volta al mese, dove segnalo i dati sanitari più interessanti pubblicati nel mese precedente, in Italia e fuori.

Ieri è uscita la prima newsletter, relativa a Gennaio 2018, dove si parla di morbillo, sorveglianza PASSI, celiachia, sopravvivenza per cancro, pensioni, antibiotico resistenza e molto altro. Poi per ogni puntata trovate sul mio sito l’elenco dei link che vengono segnalati, per andare direttamente ai dati.

[Disclaimer: Lo stile della newsletter non è pop, come va tanto di moda, semplicemente perché io non sono una persona pop, mi interessa che sia anzitutto utile. Perché non video? Banalmente perché mi piacciono di più i podcast, e io non sono tipo da video].

Spero vogliate partecipare numerosi al gruppo. In ogni caso vige la regola del Rasoio di Occam: «Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem», ovvero: postare poco e utile. Non inonderò ogni giorno la vostra bacheca, e vi chiedo di fare altrettanto.

Per tutte le info, visitate la pagina dedicata a HealthDataJ su questo sito!

Grazie!

Cristina

 

[§) La ballata del freelance

**Disclaimer** Siccome alcune persone hanno interpretato questa ballata come un grido d’aiuto (cosa che non è), ci tenevo a rassicurare il lettore che non è successo nulla, sto bene, il lavoro per fortuna non manca e neppure il mio reddito. Questo è un racconto che include molti aspetti che definirei ridicoli e paradossali della fiscalità italiana per chi comincia ala libera professione, alcuni li ho sperimentati io, altri no. E penso che anche se nessuno solitamente lo vuole ammettere per orgoglio, siamo un po’ tutti Marietta.
Prendetela dunque come una “ballata sulla fiscalità italiana della libera professione”, forse così si capisce meglio.. 🙂

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Dopo l’ultimo bicchier di vino
e posata la corona di alloro,
fra strette di mano e il CV nel taschino
Marietta si appresta a entrar nel mondo del lavoro.

“Freelance” – si dice – non suona mica male,
e poi dirlo in inglese è tutta un’altra storia..
Il mondo è grande, connesso e globale
e poi “il successo è cosa meritoria”.

Già si immagina Marietta, che non è benestante,
dopo qualche anno di duro lavoro,
dire ai suoi genitori tutta pimpante,
di potersi mantenere se non altro con un certo decoro.

Povera giovine, ancora non sa di sicuro
ciò che Piketty e colleghi vanno dicendo da anni:
nessuno mette via soldi solo col lavoro duro,
senza un patrimonio di famiglia che ripara i danni.

Così Marietta lavora ed è ben contenta
perché per fortuna sua e grazie allo Stato
con il regime dei minimi si accontenta
di non pagare un conto così salato.

Arriva infin il giorno di pagare
e Marietta, che tanto questo primo anno aveva lavorato,
fra tasse, Inps e acconti da saldare
su 10 mila, la metà li deve dare allo Stato.

La nostra eroina però non si dà per vinta
“È il primo anno, si sa che si paga per due
l’anno prossimo lavorerò con più grinta”,
Anche se le mani sono sempre “due”.

Dopo un paio d’anni di versamenti all’erario
(perché è partita da zero la nostra eroina)
Marietta può recarsi dal concessionario
per acquistare la sua prima macchinina.

Ma anche se è parca come le hanno insegnato,
e sceglie un’auto di poche pretese,
la giovane che solo due anni ha lavorato,
di certo non può far fronte a tutte le spese.

Anche perché si avvicina l’estate
e Marietta sa che deve risparmiare
perché di nuovo fra Inps, Irpef e acconti a palate,
deve fare attenzione a non sforare!

Così bisogna firmare un bel finanziamento,
(“e con la firma della mamma, che son più sereno”)
che fra tan e taeg è comunque un aumento
ma almeno il conto in banca rimane più pieno.

Ma più di tutto Marietta deve stare attenta
a non lavorare troppo, a non forzare la catena,
perché se supera quei fatidici TRENTA
si apre sotto di lei la terribile Geenna.

Sì perché se sei giovane e bravo nel tuo lavoro
e potresti ambire a fatturare un po’ di più,
per lo Stato diventi automaticamente pieno d’oro
e nell’inferno del Regime Ordinario rischi di cader giù.

In Italia se arrivi anche solo 35 mila
puoi dire addio in toto alle agevolazioni giovanili,
e fra tasse, previdenza e acconti in fila
al primo netto mensile sono solo esclamazioni scurrili.

Si pone dunque per Marietta un annoso problema:
rinuncio a un buon lavoro per non superare ‘sti trenta,
o provo ad ampliare del mio lavoro il sistema
sperando di non finire a mangiare pane e polenta?

Il primo anno, invero, non se ne fa niente,
fra la rata dell’auto e il risparmio per l’affitto.
Perché senza soldi per la caparra all’agente
nessuno ti affitta un appartamento solo perché ne hai diritto.

L’anno dopo, fuori casa e con l’auto per metà pagata,
Marietta fa il salto per ampliare il suo lavoro.
Nuovi clienti, fermento e speranza di una vita più agiata
pur senza pretesa di navigare nell’oro.

Ma a conti fatti a meno che più di 40 mila euro non fatturi
convien ancora rimanere sotto i trenta
che con le aliquote da pazzi di questi anni oscuri
Altrimenti il tuo netto ancora più basso diventa.

“Ma cosa fai, ti chiudi delle porte?”
Le dice la nonna cercando di donar conforto,
Non importa, sii fiduciosa che sei brava, e sii forte,
che mal che vada si trova il modo di darti supporto.

E così nonostante i maggiori proventi
ma senza patrimoni o rendite di sorta,
Marietta che a pagar si reca sull’attenti
quasi rimane davanti all’estratto conto morta.

Quei 15 mila che ha guadagnato in più rispetto ai trenta
son tassati come fossero sessanta!
Senza capire che proprio in quell’intervallo da sessanta a trenta
Sta la distanza fra ricchezza e povertà, che è tanta.

Considerato tutto, anche gli acconti
dei soldi anche ancora non sa se guadagnerà,
Marietta guarda i suoi conti in banca pronti
in un baleno a ridursi alla metà.

Pensa dunque: “allora basta, torno al regime forfettario
guadagno meno, ma in proporzione ho meno tasse,
almeno non regalo così tanto all’erario”.
E sperava la sventurata che il suo sogno di avverasse.

Ma puntuale come un orologio arriva il NO dello Stato:
Se più di 30 mila hai fatturato l’anno precedente
non hai diritto a passare quest’anno al regime agevolato
Insomma Marietta, non se ne fa niente.

“Un anno devi stare nel regime ordinario,
ma senza sforare i 30 pur pagando tutte le tasse e gli acconti,
per poterti guadagnare l’anno dopo il diritto al forfettario
e sperare finalmente in un netto che faccia quadrare i conti.”

30 mila euro di fatturato nel regime ordinario
son meno di 1500 euro al mese (e da non sforare!)
che fra affitto, auto e il paniere vario,
di sicuro non significa un futuro in cui sperare.

Insomma, Marietta l’ha capita infine la morale:
se paghi soldi che non hai mai fatturato
e per un anno lavori meno pagando tante tasse uguale,
finalmente il diritto a esser chiamato “povero” te lo sei di nuovo guadagnato.

@CristinaDaRold

Pic credits: Bansky, Follow your dream, cancelled.

 

«Il cinema del no» di Goffredo Fofi

Non mi intendo per nulla di cinema, per cui tante osservazioni su specifici registi non le ho colte, ma mi sono comunque goduta lo sguardo acuto ma pacato di Goffredo Fofi in questo breve libro, le sue argute riflessioni intorno al concetto di pensiero anarchico e autarchico sul compito dell’arte.

Il pensiero (tutto sommato militante) di Fofi è chiaro: l’arte non può che essere anarchica, nel senso di espressione di una “disperazione creativa”. Solo questo impegno dell’artista nell’esprimere una disperazione creativa può far sì che l’arte riesca ad assolvere al proprio compito, che è alla fine fine quello di “contrastare il presente e le sue mistificazioni difendendo il vero e il giusto e il bello”. Per questo abbiamo bisogno di più arte, un’arte che non sia solo comunicazione.
Con questi occhiali Fofi esamina gli esiti del cinema del secolo scorso, continente per continente.

Alcuni passaggi interessanti:

«Mai fidarsi troppo dei dizionari e delle loro perentorie definizioni di questo e di quello. […] E di dizionario in dizionario i lemmi si consolidano, si fissano, le definizioni si fanno luogo comune, opinione corrente, giudizio inappellabile. […] per definizione i dizionari definiscono e per un bel lasso di tempo la loro sarà vox populi, veridica spiegazione, sintesi piena, scienza».

«La definizione di anarchia che mi pare più consona ai nostri tempi è quella che ci dette un pomeriggio di qualche anno fa, in un incontro con pochi giovani che sapevano chi era e ammiravano i suoi scritti, Colin Ward, il mite e saldo Colin […] Gli chiedemmo: cos’è in primo luogo e in definitiva, per te e proprio per te l’anarchia? La sua risposta ci sconcertò e mi entusiasmò, e ancora mi entusiasma: una forma di disperazione creativa».

«C’è un’arte astuta e una ingenua, una finta dominata soltanto dall’ambizione dell’artista e dalle febbri del mercato, e una vera, che si inquieta e si interroga sullo stare al mondo, sul senso da cercare e da dare al nostro passaggio».

«In un mondo in cui la scienza è ricattata dal denaro e ne è a servizio, la politica è serva e schiava dell’economia, e ancora di più lo sono l’urbanistica e l’educazione. Di arte abbiamo bisogno, più che mai, per contrastare il presente e le sue mistificazioni difendendo il vero e il giusto e il bello».

«Che cos’è l’arte di Tolstoj, con la sua idea di un’arte che non può e non deve essere che arte popolare, espressa dal basso e con lo sguardo rivolto all’alto».

«La Woolf rispose dicendo che tra cultura alta e bassa c’era stato sempre uno scambio, da Shakespeare a Dante, da Rabelais a Boccaccio, da Dickens a Tolstoj, e che il nemico di entrambe era la cultura media, la cultura piccolo borghese che non sa più considerare l’elevatezza straordinaria che può raggiungere l’arte, l’arte come ricerca di verticalità, l’arte come possibilità di cercare o dare un senso alla propria esistenza, né sa tener conto del basso, lontana dal basso per i suoi pregiudizi classisti».

«Nel mondo in cui viviamo l’oppio dei popoli non è più la religione, l’oppio dei popoli è la cultura».

La pratica della libertà. Intervista a Colin Ward (2010)

La pratica della libertà come autoregolamentazione è un punto cruciale ancora oggi nel mondo del lavoro, sempre più povero, sempre più frammentato, privato dei diritti con l’illusione che una flessibilità imposta sia immagine della libertà di azione, quando invece non è altro che uno dei modi di manifestarsi delle dinamiche di potere. Un mondo del lavoro che ci sta schiacciando a terra mentre ci osserva correre dietro al mito di guardare in avanti, al Futuro. Verso un benessere da conquistare, invece di un benessere presente e quotidiano da costruire.

Lucidissimo, sobrio, puntuale Colin Ward, in questa intervista di Paolo Cottino per Eleuthera, 2010. Ci sono molti spunti interessanti, di lettura e approfondimento.

Personalmente ho trovato questo suo libro “Anarchia come organizzazione. La pratica della libertà” molto utile e lungimirante.