«Il Paradiso è altrove» di Mario Vargas Llosa

gStrano.

Uno di quei libri che vuoi leggere fortemente ma fai molta molta fatica all’inizio. Una scrittura che non travolge, ma fidelizza. E dopo le prime 200 pagine ti rendi conto di esserci irrimediabilmente dentro, e le altre 200 le bevi, e non vorresti doverne uscire.

Divoro da sempre libri o storie che riguardano Gauguin, uno dei miei artisti prediletti, ma non sono mai soddisfatta. C’è sempre un qualche cosa che trovo artificioso, postumo.
Ho sempre pensato che la sua storia non potesse essere così bohemienne, così fascinosa e calda come viene solitamente narrata. Tutta ispirazione.

Ecco, ne “Il Paradiso è altrove” questo libro ho finalmente trovato quell'”espirazione” che cercavo nella narrazione dell’utopia della vita e dell’opera di Koke.

Un’utopia che non è all’altezza di quella di sua nonna Flora Tristan, narrata anch’essa in questo libro e che sa farci sentite ancora oggi piccoli piccoli.

Che poi io di carattere non sono attratta dalle utopie. Ma almeno ora ho sentito quello che ero certa ci fosse dietro la sua storia e la sua incredibile arte.

 

«Babilonia» di Yasmina Reza

Questo libro l’ho proprio cullato.

Ne ero venuta a conoscenza grazie a un gruppo di lettura che seguo (quello di Personal Book Shopper), che lo ha scelto come libro di marzo, l’ho atteso perché era già in prestito in biblioteca, l’ho richiesto da un’altra biblioteca… insomma, l’ho desiderato, e come non spesso accade, il desiderio è stato soddisfatto alla stessa altezza.

È una storia sospesa, mi verrebbe da dire. Non che non ci sia una trama, in realtà c’è di mezzo un omicidio, ma quello che accade passa decisamente in secondo, terzo, quarto piano. Quinto forse, come il piano dell’appartamento dei Manoscrivi.

Quello che conta sono le osservazioni lancinanti dell’autrice, espresse per bocca della protagonista della storia, di cui il libro è un diario dell’accaduto.

C’è stato poi un aspetto curioso: in questa storia, scritta da un’autrice francese, figlia di un iraniano e di un’ungherese, ambientato nella periferia di Parigi, si parla di Dolomiti. “La signora delle Dolomiti” dalle dita grosse e callose.

“Il cuore di Jean-Lino si è allargato a dismisura. Ha creduto alla vittoria segreta dell’amore, come tutti gli innamorati respinti che il minimo gesto inaspettato basta a infiammare. Gli stessi gesti, compiuti da una persona che dai per acquisita, non valgono una cicca. Potrei scriverci un romanzo. Il tizio che non ti fila nemmeno di striscio, e una mattina, per distrazione o crudeltà, ti lancia un segnale imprevisto, so bene che cosa scatena.”

“Neoliberismo e globalizzazione, queste due calamità, impediscono di creare legame. Mi sono detta, stasera tu, nel tuo appartamento di Deouil l’Alouette, crei legame. Accendi le candele, sistemi i tuoi cuscini per gli invitati, hai messo al fresco delle tortillas alle cipolle e adesso ti spalmi la crema con dei movimenti circolari verso l’alto, come prescritto. Dai una botta di giovinezza all’esistenza. La donna deve essere allegra, A differenza dell’uomo, a cui sono concessi lo spleen e la malinconia. A partire da una certa età la donna è condannata al buonumore. Se tieni il broncio a vent’anni è sexy, a sessanta è una rottura di palle. Quando ero giovane non si diceva “creare legame”, non so a quando risalga questo singolare. Né cosa voglia dire; il legame ridotto alla sua astrazione non ha alcun valore in sé. È l’ennesima espressione vacua.”

“Alla fine della conversazione mi dico: sei veramente una persona attenta, ti preoccupi per gli altri. Passano due secondi e penso, che squallore questo autocompiacimento per un’azione così elementare. E subito dopo, brava, ti tieni d’occhio, complimenti. C’è sempre un grande adulatore che ha l’ultima parola”.

“Non si può pensare il mondo in generale, nemmeno gli esseri umani. Ci si può fare un’idea solo di quello che si è toccato. Tutti i grandi eventi alimentano il pensiero e lo spirito, come il teatro. Ma a farci vivere non sono né i grandi eventi né le grandi idee, sono cose più ordinarie.”

“Beati quelli che pensano che la vita sia parte di un insieme ordinato”.

“Crocchi che si fanno, che si disfano. Si può vederla così la vita degli uomini.

“Non si può capire chi sono le persone fuori dal paesaggio. Il paesaggio è fondamentale. La vera filiazione sta nel paesaggio. La stanza e la pietra non meno che il taglio del cielo. È questo che Denner mi aveva insegnato a vedere nelle foto cosiddette di strada: come il paesaggio illumina l’uomo. E come fa parte di lui. E posso dire che è questo che ho sempre amato in Jean-Lino, il modo in cui portava con sé il paesaggio, senza difendersi da niente.”

“Buzzati vedeva nell’immobilità delle montagne il loro supremo attributo. Sì, l’uomo tende inconsciamente a conquistare la quiete – scrive.”

LIBRI – Cosa dice il malato, cosa sente il medico

CULTURA – Ci si chiede spesso come sia possibile al giorno d’oggi – quando molte persone possiedono enormi conoscenze mediche rispetto a qualche decennio fa – che ci si rivolga a guaritori e ciarlatani una volta di fronte alla realtà della malattia. Una delle risposte plausibili è che, per quanto ciarlatani, questi individui sono di solito estremamente competenti in un aspetto: quello della comunicazione.

Eppure entrare in risonanza con i propri pazienti è un aspetto che non viene incluso nei percorsi universitari abilitanti alla professione medica, forse perché si tratta di competenze che chiunque può utilizzare.

A questo si unisce il problema del tempo, percepito dai medici come molto frustrante. I medici di base sono costretti a ritmi serrati, fordisti. Bisogna andare subito al problema e focalizzarsi su di esso, come un meccanico che si trova davanti un’auto in avaria e deve capire in un attimo qual è la parte da sostituire per far ripartire l’intero veicolo.

Il chirurgo e io in definitiva le abbiamo detto la stessa cosa, solo in un ordine diverso. Io le ho detto che la ferita si sarebbe probabilmente cicatrizzata in quel momento, ma che avrebbe potuto avere bisogno di un intervento in futuro. Lei semplicemente non ha sentito la seconda parte. Il chirurgo le ha detto che la ferita aveva bisogno di un intervento, e poi in seguito, incalzato da lei, le ha detto che la ferita sarebbe probabilmente guarita, anche se non in un bel modo

Gli studi mostrano che, nella maggior parte dei casi, la discrepanza fra “Cosa dice il malato e cosa sente il medico” – per parafrasare il titolo di questo bellissimo libro di Danielle Ofri (Il Pensiero Scientifico Editore 2018, 296 pagine, 24 €) – è una voragine. Focalizzarsi, soprattutto per il medico di base che spesso si trova davanti un estraneo per la prima volta, è controproducente. Finisce per non soddisfare il paziente nella relazione con il medico, il medico stesso nella comprensione della complessità del paziente e, di nuovo, il paziente che non riceve l’aiuto che cerca.

In uno studio condotto alla Mayo Clinic americana nel 2005, meno della metà dei pazienti dimessi sapeva dire il nome della malattia che aveva avuto. In un altro studio, nel 2010, analizzando coppie di medici e pazienti i ricercatori hanno registrato che il 77% dei medici era convinto che il paziente avesse capito qual era stato il suo problema. Rivolgendo la stessa domanda ai pazienti, a saper rispondere era solo il 50%.

Parlammo ancora un po’, poi decidemmo di concentrarci su tre aspetti diversi: le preoccupazioni economiche, lo stress, e per ultimo la pressione sanguigna

Il vero valore aggiunto di questo libro non sono i numeri, ma le storie. Non il what, il che cosa, ma l’how, il come. Spiegare ai medici che il colloquio con il paziente è lo strumento diagnostico principale, e che una miglior comunicazione porta risultati terapeutici migliori, non basta. Nelle relazioni interpersonali – quale è il rapporto tra medico e paziente – siamo di fronte all’esercizio di un’arte, come suonare il violoncello, racconta la Ofri. Nessuna delle due mani è più importante dell’altra, è l’orecchio che fa la differenza. Si tratta di una complessa danza fra due persone: una che deve risolvere un problema e non ha tempo, l’altra che “intuisce di avere una sola fugace occasione per presentare il suo caso in modo convincente, sia in termini di effettivi minuti a disposizione, sia di legittimità della malattia”. Statisticamente, il medico interrompe la narrazione del paziente ogni 12 secondi.

Mi  girai verso la signora Garza e dissi: “È tutto?”. Lei annuì e io le mostrai l’elenco di tutte le sue preoccupazioni. Visto sulla pagina, l’elenco non sembrava così travolgente. Era lungo ma circoscritto. Sembrava affrontabile, per entrambe.

Eppure – racconta l’autrice – alla prova dei fatti, cioè secondo una serie di esperimenti dove i pazienti sono stati incoraggiati a esporre la propria situazione senza interruzioni, non si superavano in media i 90 secondi. “Una premessa incoraggiante se non altro per riflettere su questa pratica”, dice Ofri.

Continua su Oggiscienza

«Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America» di Giulio D’Antona

Mentre leggevo questo libro – che è un dipinto amaro ma divertito dell’editoria contemporanea (non ho ancora capito se più amaro o più divertito..) mi sembrava di essere insieme allo scrittore fittizio Marcus Goldman (il protagonista de “La verità sul caso Harry Quebert”, romanzo eccezionale) mentre beve il suo caffè mattutino nel patio della sua casa di fronte all’Oceano, nel New Hampshire, e pensa alle complesse dinamiche dell’editoria americana.

Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America” di Giulio D’Antona (Minimum Fax) è un testo che si legge molto volentieri, specialmente per le note, che sono delle vere chicche.

Il mondo dell’editoria oggi è una bestia ammaliante e feroce, ma lucidissima, e questo libro te lo fa capire molto chiaramente, facendo i nomi e i cognomi, raccontando le storie degli scrittori (di libri, di racconti, di sceneggiature, di tv..) di ieri ma soprattutto di oggi. Non ci si annoia per nulla, non c’è retorica e neanche quella sorta di coaching che dà pure fastidio.. sono solo storie (vere) e intanto il quadro prende colore.

È bene avere coscienza di come funziona quest’industria.