Valutare l’impatto dei rischi climatici sul sistema finanziario

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L’urgenza di stimare l’impatto dei rischi climatici sul sistema finanziario è sempre più riconosciuta tra gli studiosi e professionisti. Se da ogni parte – o quasi – si invocano con urgenza politiche orientate alla sostenibilità e resilienza, in grado di arrestare il riscaldamento globale e mitigare le conseguenze che già hanno iniziato a colpire il nostro pianeta, dall’altro lato non possiamo chiudere gli occhi davanti al fatto che la finanza globale ruota anche intorno a ciò che ha creato il problema climatico, come ad esempio i combustibili fossili, dove consapevolmente o meno investitori grandi e piccoli hanno investito il proprio denaro.
In questa direzione ha lavorato un gruppo di ricercatori dell’Università di Zurigo, che su
Nature Climate Change ha pubblicato la propria metodologia per testare come l’introduzione rapida di nuove politiche climatiche stresserebbe il mercato azionario globale. «Nel nostro studio abbiamo osservato che una grossa parte dei portafogli azionari degli investitori, in particolare per i fondi di investimento e per quelli pensionistici, riguarda settori che verrebbero toccati da cambiamenti nelle politiche climatiche» commenta Stefano Battiston, uno dei ricercatori che ha lavorato al progetto.
L’analisi si è basata sui dati delle partecipazioni di tutte le società quotate in Europa e negli USA, sui dati di bilancio delle prime 50 banche europee quotate e sulle esposizioni finanziarie nei diversi settori.
Il test ha permesso ai ricercatori di avanzare due previsioni: primo, che l’introduzione di politiche ambientali nuove dovrebbe avere piccole conseguenze sulle principali banche europee, ma un effetto più marcato sui fondi pensione. Inoltre, che politiche climatiche rapide e stabili non implicherebbero un rischio sistemico, cosa che invece accadrebbe con più facilità se le nuove misure venissero introdotte in modo incerto.

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Pesticidi: per EFSA il rischio per i consumatori europei rimane basso

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Melanzane, banane, broccoli, olio d’oliva, succo di arancia, piselli, peperoni, uva da tavola, grano, burro e uova: nel 2015, nel 97,2% dei casi i livelli di pesticidi riscontrati i questi alimenti che consumiamo in Europa rientra nei limiti imposti dall’Unione Europea.
Nel complesso il 53% dei campioni analizzati è risultato privo di residui di pesticidi, mentre il 43,9% ne conteneva piccole quantità, comunque al di sotto dei valori soglia. I tassi di superamento più elevati si sono registrati per i broccoli (3,4% dei campioni) e uva da tavola (1,7%). Rari invece sono risultati i superamenti dei valori nell’olio d’oliva, nel succo d’arancia e nelle uova di gallina.  Nessun superamento è stato registrato nei campioni di burro analizzati. Per quanto riguarda in particolare gli alimenti di origine animale, su 7.822 campioni  analizzati, in oltre 6000 (84%) non sono stati rinvenute tracce di residui quantificabili, e solo per 33 campioni (lo 0,4%), si è identificato un superamento dei valori consentiti. Poca differenza invece fra le percentuali complessive e quelle del biologico, dove il 99,3% dei campioni è risultato completamente privo di residui o con quantità nei limiti di legge.
Sono i dati resi noti l’11 aprile scorso da EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, in un rapporto che ha coinvolto 84.341 campioni, analizzati in 30 Paesi europei, per un totale di 774 pesticidi, una media di circa 220 ricercati per campione. Per l’Italia si conta un totale di 381 pesticidi esaminati, con una media di 116 pesticidi ricercati per alimento. Si tratta di alimenti per i quali vige il Regolamento (EC) 396/2005 che regola i limiti che si applicano a diversi prodotti alimentari e stabilisce il limite massimo applicabile per difetto.
Nel complesso – precisa EFSA – i dati sono rassicuranti: sulla maggior parte di ciò che mangiamo in Europa, compresi gli alimenti che importiamo da paesi terzi (che hanno costituito il 25% degli oltre 84 mila campioni esaminati) possiamo stare tranquilli.

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I pesticidi non sono necessari, lo dice l’ONU

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Come è noto, la popolazione mondiale è destinata a raggiungere i 9 miliardi di abitanti nel 2050. Di pari passo l’industria dei pesticidi, un mercato che vale circa 50 miliardi di dollari l’anno, è considerata vitale per proteggere le colture e di garantire forniture alimentari sufficienti.
Non tutti però la pensano così, e le organizzazioni internazionali cominciano a porre dei dubbi. Secondo quanto emerge da un rapporto reso noto dalle Nazioni Unite, i pesticidi non sarebbero infatti un’ arma necessaria per garantire quantità di cibo sufficienti per una popolazione mondiale così in rapida crescita: i danni da essi prodotti sarebbero infatti ben peggiori dei benefici che produrrebbero, sia in termini di inquinamento del suolo, che – di conseguenza – di salute della popolazione. Insomma, la necessità di usare i pesticidi sarebbe un mito: il problema non sono le quantità di cibo che dobbiamo produrre, ma come questo cibo deve essere meglio distribuito in modo che nessuno rimanga indietro.

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