Una mappa per la salute

Nei giorni scorsi la rivista Nature ha pubblicato due articoli (Mapping child growth failure in Africa between 2000 and 2015,  Mapping local variation in educational attainment across Africa) sullo stato dell’arte della salute materno-infantile in Africa dal 2000 al 2015. In particolare, i ricercatori hanno prodotto mappe ad alta risoluzione dell’insuccesso della crescita infantile e dei risultati scolastici in tutta l’Africa, con l’obiettivo di fornire uno strumento evidence-based per valutare i progressi e guidare le decisioni politiche in materia di salute pubblica, evidenziando le aree più bisognose di supporto. «Sebbene le politiche siano spesso impostate a livello amministrativo – scrivono gli autori – l’implementazione avviene localmente, come all’interno di distretti o città, in particolare quando si prendono di mira specifiche popolazioni a rischio o si studiano risposte agli interventi nel tempo.» Servono infatti misurazioni chiare e puntuali per valutare quanto i noti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dalle Nazioni Unite siano davvero raggiungibili da qui al 2030.
Purtroppo però le cose stanno andando male. Lo studio ha evidenziato che, a meno che non ci sia un cambiamento negli attuali tassi di miglioramento, nessun Paese africano riuscirà a raggiungere tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile.
Tra il 2000 e il 2015, quasi tutti i Paesi africani hanno mostrato una riduzione dei livelli assoluti di arresto della crescita, deperimento fisico e sottopeso nei bambini sotto i cinque anni, ma i tassi di variazione osservati variano in modo marcato, con una situazione ancora drammatica nel Sahel. Gli obiettivi fissati dall’ONU – una riduzione del 40% dell’arresto dei tassi di crescita entro il 2025 – non saranno probabilmente raggiunti in molte aree dell’Africa centrale senza un tasso di declino accelerato, mentre alcune zone, come l’Africa costiera meridionale e occidentale, probabilmente ce la faranno.

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«Babilonia» di Yasmina Reza

Questo libro l’ho proprio cullato.

Ne ero venuta a conoscenza grazie a un gruppo di lettura che seguo (quello di Personal Book Shopper), che lo ha scelto come libro di marzo, l’ho atteso perché era già in prestito in biblioteca, l’ho richiesto da un’altra biblioteca… insomma, l’ho desiderato, e come non spesso accade, il desiderio è stato soddisfatto alla stessa altezza.

È una storia sospesa, mi verrebbe da dire. Non che non ci sia una trama, in realtà c’è di mezzo un omicidio, ma quello che accade passa decisamente in secondo, terzo, quarto piano. Quinto forse, come il piano dell’appartamento dei Manoscrivi.

Quello che conta sono le osservazioni lancinanti dell’autrice, espresse per bocca della protagonista della storia, di cui il libro è un diario dell’accaduto.

C’è stato poi un aspetto curioso: in questa storia, scritta da un’autrice francese, figlia di un iraniano e di un’ungherese, ambientato nella periferia di Parigi, si parla di Dolomiti. “La signora delle Dolomiti” dalle dita grosse e callose.

“Il cuore di Jean-Lino si è allargato a dismisura. Ha creduto alla vittoria segreta dell’amore, come tutti gli innamorati respinti che il minimo gesto inaspettato basta a infiammare. Gli stessi gesti, compiuti da una persona che dai per acquisita, non valgono una cicca. Potrei scriverci un romanzo. Il tizio che non ti fila nemmeno di striscio, e una mattina, per distrazione o crudeltà, ti lancia un segnale imprevisto, so bene che cosa scatena.”

“Neoliberismo e globalizzazione, queste due calamità, impediscono di creare legame. Mi sono detta, stasera tu, nel tuo appartamento di Deouil l’Alouette, crei legame. Accendi le candele, sistemi i tuoi cuscini per gli invitati, hai messo al fresco delle tortillas alle cipolle e adesso ti spalmi la crema con dei movimenti circolari verso l’alto, come prescritto. Dai una botta di giovinezza all’esistenza. La donna deve essere allegra, A differenza dell’uomo, a cui sono concessi lo spleen e la malinconia. A partire da una certa età la donna è condannata al buonumore. Se tieni il broncio a vent’anni è sexy, a sessanta è una rottura di palle. Quando ero giovane non si diceva “creare legame”, non so a quando risalga questo singolare. Né cosa voglia dire; il legame ridotto alla sua astrazione non ha alcun valore in sé. È l’ennesima espressione vacua.”

“Alla fine della conversazione mi dico: sei veramente una persona attenta, ti preoccupi per gli altri. Passano due secondi e penso, che squallore questo autocompiacimento per un’azione così elementare. E subito dopo, brava, ti tieni d’occhio, complimenti. C’è sempre un grande adulatore che ha l’ultima parola”.

“Non si può pensare il mondo in generale, nemmeno gli esseri umani. Ci si può fare un’idea solo di quello che si è toccato. Tutti i grandi eventi alimentano il pensiero e lo spirito, come il teatro. Ma a farci vivere non sono né i grandi eventi né le grandi idee, sono cose più ordinarie.”

“Beati quelli che pensano che la vita sia parte di un insieme ordinato”.

“Crocchi che si fanno, che si disfano. Si può vederla così la vita degli uomini.

“Non si può capire chi sono le persone fuori dal paesaggio. Il paesaggio è fondamentale. La vera filiazione sta nel paesaggio. La stanza e la pietra non meno che il taglio del cielo. È questo che Denner mi aveva insegnato a vedere nelle foto cosiddette di strada: come il paesaggio illumina l’uomo. E come fa parte di lui. E posso dire che è questo che ho sempre amato in Jean-Lino, il modo in cui portava con sé il paesaggio, senza difendersi da niente.”

“Buzzati vedeva nell’immobilità delle montagne il loro supremo attributo. Sì, l’uomo tende inconsciamente a conquistare la quiete – scrive.”

Adolescenti stranieri a scuola: in Italia sono pochi e poco integrati

Le migrazioni stanno cambiando profondamente la composizione delle classi: oggi un 15 enne su 4 in Europa è straniero o è figlio di genitori non nativi. Tuttavia, molto c’è ancora da fare per appianare il gap fra nativi e immigrati, sia in termini di risultati ottenuti a scuola che di motivazione, ansia di non farcela e soddisfazione complessiva rispetto alla propria vita.

In Italia, nonostante abbiamo i tassi di adolescenti stranieri più bassi rispetto alla maggior parte dei paesi europei, siamo agli ultimi posti per quanto riguarda la loro resilienza, cioè il sentirsi integrati e con le stesse possibilità di riuscire nel proprio percorso rispetto ai nativi.

Lo evidenzia un rapporto di OCSE pubblicato il 19 marzo, che fa il punto su come stanno nel 2015 i 15 enni immigrati, di prima e seconda generazione, e i figli di almeno una persona non nativa, dal punto di vista dell’integrazione scolastica. I dati provengono dalle note rilevazioni PISA (Programme for International Student Assessment), che periodicamente esaminano i 15 enni in ogni paese dell’area OCSE per alfabetizzazione letteraria (capacità di comprendere quanto letto), matematica e scientifica.

Risultato? Nel complesso il gap con i nativi si sente, specie come è comprensibile fra gli studenti immigrati di prima generazione. In media, nei paesi dell’OCSE, ben il 51% degli studenti immigrati di prima generazione non è riuscito a raggiungere le conoscenza scolastiche di base previste dai programmi per lettura, matematica e scienze, contro il 28% dei nativi. Differenze simili si osservano anche per la maggior parte degli altri indicatori: il 41% degli studenti immigrati di prima generazione ha riferito di un debole senso di appartenenza, rispetto al 33% dei nativi.

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Provaci ancora, scienzato

Soltanto quando certi eventi ricorrono in accordo con regole, o regolarità, come nel caso degli esperimenti ripetibili, le nostre osservazioni possono esser controllate – in linea di principio – da chiunque. Non prendiamo neppure sul serio le nostre proprie osservazioni, né le accettiamo come osservazioni scientifiche, finché non le abbiamo ripetute e controllate. Soltanto in seguito a tali ripetizioni possiamo convincerci che non stiamo trattando con una semplice “coincidenza” isolata, ma con eventi che, grazie alla loro regolarità e riproducibilità, possono, in linea di principio, essere sottoposti a controlli intersoggettivi. […] In realtà l’effetto fisico scientificamente significante può essere definito come quell’effetto che può essere riprodotto regolarmente da chiunque conduca a termine nel modo descritto l’esperimento appropriato».

La faceva facile il filosofo della scienza Karl Popper quando identificava nella regolarità e nella riproducibilità i due pilastri della ricerca scientifica. In realtà, per le scienza biomediche ma non solo, la riproducibilità è una bella gatta da pelare. Secondo alcuni un miraggio.

Chi lo dice? Secondo uno studio di Nature, in media solo fra l’11 e il 25% degli studi in fase preclinica viene replicato per lo sviluppo di un farmaco. In un altro storico studio, i ricercatori della società Amgen non sono stati in grado di riprodurre 47 dei 53 studi di base importanti sul cancro prodotti nelle università.

Secondo l’énfant terrible della metodologia della scienza John Ioannidis “la maggioranza degli studi pubblicati sono falsi” (vedi articolo). Per esempio, a un’analisi retrospettiva di un set di articoli su studi clinici “highly cited”, le conclusioni del 16% di questi articoli venivano confutate da successivi articoli, mentre un altro 16% veniva considerevolmente ridimensionato da studi successivi.

Con buona pace di chi crede che le fake news siano un fenomeno essenzialmente giornalistico, emendabili sempre e comunque dalla Scienza.

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