Sanità, si tagliano i servizi e non gli sprechi

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Tagliare la sanità non si può. Ma Sergio Chiamparino, presidente della Conferenza delle Regioni, ha parlato chiaro: i quattro miliardi in meno previsti dalla manovra del governo si tradurranno necessariamente in sforbiciate alla sanità, che si porta via più del 70 per cento del loro budget. E se la spending review imporrebbe razionalizzazioni e costi standard (la celebre siringa che in Veneto costa 4 centesimi e in Sicilia 60) contro gli sprechi, sembra aver ragione il presidente del Veneto Luca Zaia quando dice che Renzi non ha la forza di imporli. Perché, infatti, dopo averne a lungo parlato lascia nelle mani dei governatori la patata bollente, limitandosi a un taglio lineare che saranno loro a dover declinare.

Il rischio è allora che, come è accaduto finora, si finisca con l’erodere i servizi invece che mettere ordine nella spesa, in particolare nelle regioni dove i costi sono già fuori controllo. Insomma, se è vero che i prezzi pagati per le forniture (dalle protesi da impiantare alle lavanderie) sono diversissimi da Asl a Asl, è anche vero che molti direttori generali non sono riusciti, o non hanno voluto razionalizzarli nonostante anni di reprimende pubbliche e tagli. Fare una spending review seria imponeva di usare il bisturi dove si spreca, invece la manovra dà un colpo d’accetta ai fondi statali col rischio di obbligare anche le regioni virtuose a limare servizi essenziali.

Perché, al netto di questa revisione capillare dei costi delle forniture, negli ospedali italiani “grasso che cola” non ce n’è proprio più. Il sistema sanitario al momento tiene. Ma già scricchiola. E i dati indicano che erodere ancora i budget potrebbe avere conseguenze serie sulla salute degli italiani. Così gli epidemiologi guidati da Giuseppe Costa dell’università di Torino sono al lavoro per escogitare nuove strategie anti-crisi nel Libro Bianco sulle disuguaglianze di salute in Italia (che sarà reso noto nei primi giorni di dicembre). Strategie, non altri tagli perché le mille manovre dei governi Berlusconi, Monti e Letta già mostrano i loro effetti e l’Istat, confrontando malattie e percezioni soggettive dello stato di salute degli italiani nel 2005 e nel 2013, cioè prima e durante la crisi, ha scoperto che il nostro paese comincia a stare assai peggio che in passato.

È vero però che altre nazioni (Grecia in testa) se la passano peggio, come mostra un ultimo studio della rivista “The Lancet”. Noi abbiamo certamente goduto dello scudo del Ssn che copre gratuitamente l’intera popolazione. Ma fino a quando potrà farlo? Se già oggi vediamo che non ci sono soldi per la prevenzione; che anche il ceto medio non riesce a pagare il ticket e rinuncia alle cure; che le madri disertano i pediatri e si taglia la salute delle generazioni future.

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Troppi farmaci pediatrici, per gli esperti ne basta la metà

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Sono 38 le tipologie di farmaci prescritte comunemente ai bambini in Lombardia, ma secondo gli esperti ne bastano 20 per curare le patologie più frequenti

38 tipi di farmaci prescritti ai bambini sono troppi. Per le patologie più diffuse ne basta la metà. Se seguissimo questa strada risparmieremmo tutti, sia le famiglie che il Servizio sanitario nazionale, la cui spesa farmaceutica pediatricacomplessiva si ridurrebbe almeno del 10%. Secondo uno studio condotto da un team dell’Istituto Mario Negri e pubblicato su Acta Paediatrica, nella sola regione Lombardia sarebbero 381 i medicinali  prescritti a pazienti pediatrici in soli due mesi di indagine, da aprile a giugno 2012, e 38 quelli maggiormente prescritti, dove parlando di farmaco si intende non il singolo medicinale ma la molecola, la sostanze attiva. Fra questi il 43% sono antibiotici, seguiti da antiasmatici (12%) e antistaminici (11%).

Il punto è che per ognuna di queste tipologie di farmaci, la scelta è molto ampia. Troppo. Secondo i ricercatori, infatti, questa varietà è superflua, perché basata non tanto sull’effettiva necessità d’uso, quanto piuttosto da ragioni di mercato – ci spiega Antonio Clavenna, farmacologo al laboratorio della salute materno-infantile dell’Istituto e coautore dello studio – o su questioni di second’ordine, come per esempio il fatto che un bambino preferisca il sapore di fragola o di menta.

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Legge 40: dieci anni di procreazione assistita

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Con la recente notizia delle prime tre gravidanze ottenute in Italia grazie alla fecondazione eterologa, si riapre il dibattito intorno alla legge 40, che impedisce il ricorso all’eterologa, divieto però recentemente bloccato da una sentenza della Consulta.
Proprio negli stessi giorni il Ministero della Salute pubblicava un dossier relativo allo stato in Italia della legge 40, che lo scorso febbraio ha celebrato il suo primo decennio di attività, documento che racconta i numeri della procreazione assistita in Italia e le rotte del cosiddetto “turismo sanitario”.
355 strutture operanti in 19 delle 20 regioni italiane hanno accolto nel 2012 oltre 72mila coppie e visto più di 15mila gravidanze, che si sono tradotte in quasi 12mila nuovi nati. E di queste 355 strutture, 137 cioè il 38,6%, sono pubbliche o private convenzionate e offrono servizi a carico del servizio sanitario nazionale, mentre i restanti 218 centri, che costituiscono oltre il 60% del totale, sono privati.
Questi i dati generali, ma andando più a fondo si scopre che il grosso dei trattamenti sono quelli più invasivi, detti di “secondo livello” eseguiti solo dal 56% delle strutture, e che ancora oggi chi necessita di un trattamento specifico spesso è costretto a emigrare in un’altra regione.

DUE CICLI…

Non possiamo dire che in generale il fenomeno sia in netta crescita, dato che i trattamenti più semplici cioè la fecondazione intrauterina che sono leggermente in calo, tuttavia nel 2012 abbiamo assistito comunque a un lento e progressivo aumento del numero di coppie che ricorrono alla procreazione assistita.
Ad alzare la media generale sono infatti gli interventi di II livello, quelli più invasivi, in continua crescita dal 2005.
Come è noto “procreazione medicalmente assistita” (PMA) è un termine vago, che include numerose tecniche che si possono riassumere in tecniche di primo livello, meno invasive e per questo chiamate anche “semplici”, e tecniche di II e III livello, decisamente più invasive per la donna.
Le tecniche di primo livello consistono in un’inseminazione intrauterina tramite siringa, cioè in una fecondazione direttamente all’interno dell’utero della donna. Le tecniche di II e III livello invece – FIVET(Fertilization In Vitro Embryo Transfer), GIFT (Gamete Intra-Fallopian Transfer) e ICSI (IntraCytoplasmatic Sperm Injection) – prevedono la manipolazione dei gameti fuori dal corpo della donna, tanto che si utilizza spesso e genericamente l’espressione “fecondazione in vitro”.

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Health in Europe. Improvement through cooperation

Reblogged from Science on the Net

Talking about the European Region does not mean speaking of a homogeneous situation, also from the point of view of health. To realize how complex and articulated the European scenario is, just think that in Ukraine, Romania, Moldova and Turkey twice as many children die before the age of five if the figures are compared with so-called industrialized countries. Not to mention the infectious diseases, the use of alcohol and tobacco, which reflect a Europe still deeply layered and with several countries still extremely dependent on their history.

The issue is not trivial because if it is true that Europe wants to brand itself as a unique community and pursue common objectives, it is necessary to take the issue of health policies very seriously. Health is in fact a major resource and asset for societies, because good health benefits all sectors, including economic growth.

This is the viewpoint of the World Health Organization that in September 2012 has launched Health 2020, the new European policy framework for health and well-being, involving the 53 Members States of the WHO European Region. The philosophy of Health 2020 is very clear: its aim is not to make national and local health systems even but to make them evenly better. This is at once a challenge and a turning point. A challenge that basically translates into two points: first, the need to improve health for all and reduce the health divide and, moreover, the need to strengthen leadership and participatory governance for health. 

Specifically, Health 2020 is based on four priority areas: investing in health through a life-course approach and empowering people; tackling the most important challenges of noncommunicable and communicable diseases; strengthening people-centred health systems and, finally, creating resilient communities and environments.

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