Nascere e crescere chiusi dietro le sbarre In carcere ci sono anche bambini e ragazzi

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Un lungo corridoio, stanze con tre letti e tre culle, una piccola cucina, un giardinetto e qualche disegno colorato alle pareti. Ma nessuna candelina, nessun regalo. Ci sonobambini oggi in Italia, per i quali compiere gli anni non è una festa, così come non lo è per le loro madri, che sanno che cosa capiterà al loro nucleo famigliare allo scoccare del terzo anno di vita del proprio bambino. Sono le donne detenute nei carceri femminili italiani, a cui la legge permette di vivere con i propri figli all’interno della struttura fino al compimento dei tre anni. E non è un modo di dire, poiché il giorno stesso del compleanno il bambino viene prelevato dalla struttura dove vive con la madre e affidato ad altre cure, nella migliore delle ipotesi alla famiglia d’origine.

Secondo i dati ministeriali , nel 2014 le detenute madri in Italia erano 27, e 28 i bambini con meno di tre anni che vivevano all’interno delle carceri per adulti. Non moltissimi, se si pensa che si è arrivati anche a 78 bambini nel 2000 e a 73 nel 2009.

Una vita, quella dei piccoli, modulata sulle dinamiche della detenzione adulta, con le stesse sbarre e gli stessi colori. Eppure una legge che dispone diversamente esiste, ed è la legge 62 dell’aprile 2011 , che introduce due alternative alla detenzione per questi bambini.

La prima di queste opzioni sono gli Icam (Istituti a custodia attenuata per detenute madri con prole fino a tre/sei anni) che sebbene siano carceri, a livello edilizio sono comunque più simili a una casa normale, anche se la donna vive la propria quotidianità da detenuta.

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Nuovi LEA, ecco le novità

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Il 28 febbraio prossimo si terrà in tutto il mondo la Giornata Nazionale per le Malattie Rare, e quest’anno l’Italia ha qualcosa in più da festeggiare rispetto agli anni precedenti: da un lato l’approvazione lo scorso novembre del Piano nazionale (che avevamo raccontato qui) e da oggi l’impegno del Governo ad avviare l’iter per la sua sostenibilità.
Il 4 febbraio scorso infatti il Ministro Beatrice Lorenzin ha presentato un aggiornamento dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) che prevede alcune novità anche nel campo delle malattie rare, nell’ottica di ampliare l’assistenza sanitaria di base anche nel caso di queste patologie e per forme più gravi di malattie croniche finora escluse.
In quest’ultimo gruppo troviamo l’endometriosi delle donne, la Bcpo (brancopneumopatia cronica ostruttiva), il rene policistico, l’osteomielite cronica, le malattie renali croniche, e la sindrome da talidomide, il medicinale che negli anni Sessanta, prima che venisse ritirato dal commercio, ha prodotto la nascita di bambini con gravi malformazioni congenite da madri che avevano assunto il farmaco in gravidanza.
“Il primo aspetto positivo da quanto emerge dalle prime udienze del Ministro Lorenzin di questi nuovi LEA – racconta Renza Barbon Galluppi, presidente UNIAMO – è che alcune malattie non sono più elencate singolarmente ma rientrano in gruppi di patologie rare con una possibile flessibilità di inserimento.
Un elemento molto importante perché significa considerare una malattia non singolarmente ma all’interno di un gruppo più ampio di patologie che richiedono azioni sanitarie simili.”

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Quanti sono i bambini soldato nel mondo

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Il fenomeno dei bambini soldato pesa sempre di più, ma non si può contare. Le stime riportate da Amnesty International parlano di 300 mila bambini coinvolti in conflitti armati nel mondo, il 40% dei quali sarebbero bambine. L’Onu ne stima 250 mila. Se si cerca di definire con maggior dettaglio i contorni del fenomeno, il profilo diventa infatti subito sfumato. UNICEF, Human Right Watch, Child Soldier International, Amnesty International, le Nazioni Unite e molte altre realtà che si occupano di salvaguardare le condizioni dei minori nelle aree colpite dalla guerra, riportano la presenza ancora oggi come cinquant’anni fa, di bambini soldato, maschi e femmine, in molti paesi del mondo, dall’Africa al Sud America, al Medio Oriente. Secondo le stime UNICEF per esempio sarebbero 9000 i bambini soldato coinvolti in Sud Sudan, 2500 in India e addirittura 10000 quelli che avrebbero abbracciato le armi nella Repubblica Centrafricana.

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La crisi italiana non risparmia il servizio civile

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Come molti altri settori dell’Italia, anche il servizio civile sta vivendo un momento difficile. Sempre meno enti finanziati, pochi progetti messi a bando e di conseguenza meno giovani che hanno la possibilità di sfruttare quest’occasione.

Dal 2007 a oggi – riporta ARCI Servizio Civile sulla base dei dati ufficiali prodotti dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale – si è passati da 3.833 progetti messi a bando ai 1.785 dell’anno scorso. Meno della metà. Anche per quanto riguarda i posti effettivamente messi a bando, la situazione negli ultimi anni è precipitata: negli albi regionali, a cui appartengono le organizzazioni pubbliche o no profit che operano in meno di 4 regioni italiane, i posti disponibili sono passati dai 22.678 del 2007 ai soli 7.320 del 2013, includendo anche i finanziamenti aggiuntivi. Nell’albo nazionale, in cui invece troviamo gli enti che lavorano in più di 4 regioni, dai 32.094 posti messi a bando nel 2007 si è arrivati nel 2013 a malapena a 7.644 posti. Un totale insomma di circa 15 mila giovani coinvolti in progetti di servizio civile in Italia e all’estero, pochissimi se consideriamo che nel 2007 erano oltre 55 mila.

Un problema questo che il Governo Renzi ha inserito all’interno delle manovre contenute nella Legge di Stabilità approvata a fine dicembre, che per il servizio civile prevede una serie di investimenti di risorse 2013-2015 per un totale di 220 milioni di euro, che dovrebbero tradursi in oltre 40 mila nuovi posti solo nel 2015.

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