Sindacati, le buste paga dei segretari generali restano un segreto

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Hanno il compito di discutere gli stipendi dei lavoratori, ma a quanto ammontano i loro stipendi, in molti casi non è dato sapere, e in alcuni pare non sia lecito nemmeno chiedere. I Sindacati italiani, fustigati dal premier Renzi a più riprese e recentemente sfidati anche dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, si chiudono a riccio quando gli si chiede trasparenza.

Un mese fa Wired ha chiesto ai sindacati italiani, in particolare dei quattro principali, CGIL, CISL, UIL e UGL, i dati sulle retribuzioni dei segretari generali nazionali delle federazioni nazionali, federazione per federazione. Una settantina in totale, fra grandi, medie e piccole. Risultati però al momento ne abbiamo ottenuti pochi: solo una federazione su cinque ci ha già inviato senza problemi i suoi dati, mentre qualcun’altro ci ha risposto che se ne sta occupando. Per altri invece non sono affari nostri, sebbene non più tardi di qualche mese fa lo stipendio record da 336 mila euro lordi di Raffaele Bonanni, riempiva le cronache.

Quello che è emerso in questa prima fase è infatti che a seconda del singolo interlocutore (intendendo singolo interlocutore di singolo ufficio stampa) le risposte sono molto diverse fra di loro, anche all’interno della stessa confederazione.

Inoltre, fra coloro che ci hanno al momento risposto fra email e telefonate, solo tre federazioni hanno dichiarato di aver pubblicato online gli stipendi dei loro segretari generali, e sono la FISAC-CGIL, la FP-CGIL, oltre alla FIOM-CGIL di Maurizio Landini.
Certo, non vi è nessun obbligo di legge, ci mancherebbe, così come non c’è l’obbligo per i sindacati di presentare un bilancio consolidato, ma le risposte negative ci sorprendono, dal momento che, ad oggi, nessuna cifra fra quelle che ci sono state comunicate colpisce negativamente.

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Imprese, l’artigianato italiano parla sempre più straniero

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Sono 76 mila le imprese artigiane in Italia che esistevano nel 2011 ma che nel 2014 non ci sono più, una tendenza opposta rispetto a quello che sta succedendo all’estero dove l’artigianato, anche se di poco, è cresciuto durante la crisi. A ben vedere però un trend positivo anche nel nostro paese c’è, ed è rappresentato proprio dalle aziende straniere, le uniche il cui numero è cresciuto dal 2011 ad oggi, tanto che nel settembre 2014 le 177.126 imprese artigiane con un titolare straniero erano il 12,8% del totale.

È straniera un’azienda artigiana su 3 che confeziona articoli di abbigliamento, una su 4 nel settore delle pelli, una su cinque nel campo delle costruzioni specializzate e dei servizi ambientali e una su 6 nel settore della ristorazione. Insomma, un contributo importante all’interno di un’economia, quella artigiana, che vacilla.
Questo quello che racconta l’analisi effettuata da Unioncamere e InfoCamere sulla base dei dati del registro delle imprese delle Camere di commercio.

 

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Chi è passato all’indeterminato? Meglio sul 2014, ma non sul 2013

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“La macchina è ripartita” ha scritto il Premier Renzi sul suo profilo Facebook nei giorni scorsi. La macchina in questione sarebbe quella occupazionale, e in particolare i primi presunti frutti del Jobs Act, che sembrano confermati dai recentissimi datipubblicati da INPS. Questi ultimi parlano infatti di un +24% di nuovi contratti a tempo indeterminato da gennaio a questa parte, complici gli sgravi fiscali per chi assume, previsti dalla manovra renziana.
La fotografia fornita da INPS pare cozzare però con i dati Istat, secondo cui a marzo 2015 gli occupati sarebbero stati 70mila in meno dell’anno precedente. Da un lato dunque pare che il mercato del lavoro si stia aprendo, dall’altro che la disoccupazione stia aumentando.

Contraddizione dunque? No, perché Istat e INPS raccontano due realtà differenti fra di loro: INPS raccoglie i dati che riguardano il lavoro subordinato, mentre Istat dipinge il quadro del mercato del lavoro nella sua complessità, partite iva comprese, che non hanno visto certo migliorare le loro condizioni. L’Osservatorio delle partite iva del Ministero dell’Economia e delle Finanze infatti, dopo il boom di fine anno, dettato dalla paura di rientrare nel regime dei nuovi minimi previsto dalla Legge di stabilità 2015, ha registrato un calo del 2% delle nuove partite iva sul corrispondente periodo del 2014. E la flessione non riguarda solo le persone fisiche, cioè quelli che probabilmente non hanno aperto una posizione perché sono riusciti a trovare un lavoro da dipendente, ma anche altre forme giuridiche.

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Pensioni, la bomba sociale pronta a esplodere

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Oggi le pensionirappresentano per le forze politiche una questione delicatissima. Il sistema previdenziale, infatti, è strutturato in modo che in pochi abbiano molto e in tanti abbiano poco. E un’ampia platea di persone, compresa fra i 55 e i 65 anni, per effetto della crisi si è ritrovata senza lavoro proprio a ridosso della pensione, con il rischio di maturare diritti largamente inferiori a quellie che erano 
le aspettative maturate fino 
a qualche anno fa

L’Inps nel 2015 conta oltre 18 milioni di pensioni erogate, fra prestazioni previdenziali 
e assistenziali, ma il 65 per cento del totale non supera i 750 euro mensili. Se si considerano poi le pensioni di reversibilità, quelle ai coniugi di contribuenti che nel frattempo sono mancati, la media scende a 597 euro. Questo in un momento in cui le famiglie si devono sobbarcare l’onere di supportare figli e nipoti, alle prese con un mercato del lavoro che continua a dare pochissime prospettive.

Osservando i dati si apprendono però due aspetti che vanno tenuti in considerazione. Anzitutto 
il fatto che negli ultimi dieci anni l’importo medio delle pensioni è andato aumentando di pari passo con il costo della vita, passando da 618 euro a 825 euro in media per persona. Secondo, che la spesa per le pensioni sta ingessando sempre più l’economia italiana: se nel 2000 rappresentava il 12,7 per cento del Prodotto interno lordo (Pil), nel 2013 si è toccato il 15 per cento .

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