Ancora grandi le differenze di salute in Italia

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L’ultimo rapporto Osservasalute, redatto dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute delle Regioni italiane è un corposo documento di oltre 400 pagine, e dunque complesso da sintetizzare, ma un punto di vista sempre interessante emerge inforcando le lenti delle disuguaglianze, gli output di salute derivanti dai gradienti geo-socio-culturali e osservare come si comportano gli elementi più vulnerabili del sistema. Chi ha cioè meno risorse di partenza e dunque meno mezzi per contrastare queste disuguaglianze, che si traducono anzitutto in un maggiore impatto delle malattie croniche. Queste ultime, secondo gli ultimi rilevamenti affliggerebbero nel complesso 4 italiani su 10. Una media che probabilmente non stupisce, se si considera il numero crescente di over 65.

Proviamo dunque a restringere il campo, con l’aiuto degli ultimi dati Istat: ebbene, un italiano su 5 fra i 25 e i 44 anni soffre di almeno una malattia cronica, e il 6% di questo gruppo ne presenta almeno due. Il punto cruciale è però il gradiente: la prevalenza di cronicità che nella classe di età 25-44 anni fra i laureati è del 3,4%, mentre fra la popolazione con il livello di istruzione più basso e pari al 5,7%. Uno stacco di oltre due punti.

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La scuola superiore? E’ ancora un fatto di classe (sociale)

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Il fatto che 7 diplomati su 10 abbiano intenzione di iscriversi all’università non è sufficiente per poter dire di essere sempre più vicini a rendere davvero equo l’accesso all’università. Il gradiente sociale che emerge se si considera la classe socio-economica di appartenenza dei giovani diplomati a seconda del tipo di diploma è infatti drammaticamente evidente. Anche se frequentare un liceo pubblico costa allo stesso modo di un istituto tecnico o di uno professionale, un terzo di chi si diploma al liceo proviene da famiglie di classe sociale considerata “elevata”, mentre solo il 17 per cento da famiglie che lavorano nell’esecutivo.

Lo mostrano i dati raccolti da AlmaDiploma , la “sorella” di Almalaurea che ogni anno cerca di fare il punto sulle condizioni dei ragazzi prima che essi arrivino all’università. Per capire meglio di cosa stiamo parlando vale la pensa sciogliere un po’ questa nomenclatura. Secondo le categorie di AlmaDiploma la classe sociale considerata “elevata” è rappresentata da liberi professionisti (medici, avvocati), dirigenti, docenti universitari e imprenditori con almeno 15 dipendenti.

La classe “media impiegatizia” comprende impiegati con mansioni di coordinamento, direttivi o quadri intermedi e insegnanti, mentre la “classe media autonoma” coadiuvanti familiari, soci di cooperative e imprenditori con meno di 15 dipendenti. Infine, la classe del lavoro esecutivo è composta da operai, da qualsiasi forma di lavoratore subalterno e assimilato e da tutti coloro che sono considerati “impiegati esecutivi”, con contratti di varie forme e colore.

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In ufficio l’inquinamento atmosferico riduce la produttività

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Le evidenze scientifiche lo dicono da anni: la salute della popolazione passa anche dal lavoro, inteso sia come reddito, che determina i comportamenti e lo stile di vita più o meno sano, che come salute sul luogo di lavoro, che comprende per esempio l’esposizione a sostanze inquinanti, a stress, a carichi di lavoro logoranti e via dicendo.
All’interno di questa ragnatela il fattore produttività gioca un ruolo primario, dal momento che in moltissimi casi a esso sono legati i volumi di reddito dei lavoratori: se produci quanto prefissato allora puoi continuare a farlo, se non ci riesci il tuo posto può essere facilmente ceduto a qualcun’altro. È il caso questo per esempio dei lavoratori di call center – ma non è certo questo l’unico settore che esaspera questo sistema – dove la produttività si basa sulla vulnerabilità dei lavoratori, finendo per accrescerla.
Quello che evidenzia un recente working paper pubblicato dal National Bureau of Economic Research statunitense è che l’inquinamento agisce anche sulla produttività delle persone, aumentandone appunto la vulnerabilità. La ricerca in questione ha coinvolto due call center in Cina, uno a Shanghai e l’altro a Nantong, incrociando i dati sulle concentrazioni di inquinanti e quelli sulla produttività dei lavoratori, evidenziando come livelli più elevati di inquinamento atmosferico sembrino associati a una diminuzione della produttività in termini di riduzione del numero di chiamate che i lavoratori completano ogni giorno, in relazione all’aumento del numero di pause effettuate.

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La povertà? Fa perdere due anni di vita

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Lo ha messo in luce proprio in questi giorni un sondaggio condotto da Eurispes: quasi la metà delle famiglie italiane non arriva a fine mese e per una famiglia su 4 un problema medico è un problema enorme per il portafoglio. Un primo risultato “intermedio” di questo fenomeno lo ha mostrato il Censis non più di sei mesi fa: 11 milioni di italiani nel 2016 hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno per ragioni economiche, 2 milioni in più rispetto al 2012. Il risultato finale di tutto questo è facilmente intuibile: a parità di malattia, chi guadagna meno muore prima. Nei paesi “ricchi”, fra cui anche l’Italia, sarebbero infatti 2,1 gli anni di vita persi fra i 40 e gli 85 anni, a causa delle scarse condizioni socioeconomiche. Un rischio paragonabile a quello dei più noti fattori di rischio: fumo, diabete, obesità, cattiva alimentazione e scarsa attività fisica. Nell’era del lavoro full-time pagato a suon di voucher a 7,50 l’ora senza alcuna forma di tutela, stage a 400 euro al mese, co.co.co e contratti a chiamata, è uno scenario che non possiamo permetterci di ignorare.

È quello che emerge da uno studio pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista The Lancet  che presenta i primi risultati di Lifepath, un progetto dell’Unione Europea, nato con lo scopo di fornire dati aggiornati, significativi e innovativi sulla relazione fra disuguaglianze sociali e diseguaglianze di salute.

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