Disoccupazione, le dimissioni superano i licenziamenti

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Molti tra coloro che hanno fatto l’Italia negli ultimi 30 anni, oggi piangono. Se nel 2012 gli occupati con più di 55 anni erano circa 3 milioni, nel 2013 uno su 30 di loro ha perso il lavoro. Secondo dati riportati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel corso del 2013 sono stati infatti giustificati i licenziamenti di 807.343 persone, il 13% delle quali ha più di 55 anni. 105mila italiani che molto difficilmente troveranno un nuovo lavoro e che ancora non hanno raggiunto l’età della pensione.   Aumenteranno le pile di richieste di ammortizzatori sociali, che se ci limitiamo all’indennità di mobilità, sono passate dalle 156mila del 2012 alle 217mila del 2013. Nel frattempo si continua a discutere e mentre si parla di articolo 18 e Job Act gli ultra cinquantenni, che ieri avevano diritto fino a 4 anni di indennità di mobilità, da qui al 1 gennaio 2017 si ritroveranno a dover fare i conti con la realtà in soli 12 mesi.

“C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo” scriveva un poeta per raccontare la storia di un impiegato, bombarolo solitario, che si illudeva di sovvertire il sistema. Erano i primi anni Settanta, e oggi a distanza di quarant’anni ad aspettare la pioggia sono spesso quelli che impiegati non lo sono più. Se gli over 55 sono una buona fetta dei licenziati (intendendo tutte le forme contrattuali) i 45-54enni sono addirittura il doppio: a essere stati licenziati nel 2013 sono stati 200mila, due volte e mezza la portata di San Siro. Una crisi, quella del lavoro, che colpisce in particolare i lavoratori meno giovani di tutto il paese, da nord a sud, senza esclusione di colpi, anche in zone tradizionalmente locomotiva dell’industria del paese, come mostra la mappa dei licenziamenti nel 2013.

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Perché la formazione professionale non fa lavorare di più, ecco i dati

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Possedere una qualifica professionale oggi significa forse avere un mestiere, ma non certo un lavoro sicuro. Significa spesso mettersi in coda per un primo stage fuori dalla realtà ovattata della scuola in vista della “prima esperienza”. In un contesto in cui una laurea o un diploma non garantiscono più un buon posto di lavoro, sempre più famiglie incoraggiano i propri figli a intraprendere un percorso di formazione professionale, magari triennale, nella speranza che avere un mestiere in tasca ed essere giovani rappresenti una possibilità in più di entrare nel mondo del lavoro.   Come abbiamo visto però, secondo i dati Unioncamere sugli assunti non stagionali, i giovani che posseggono una qualifica professionale sono la fetta più esigua nella stima degli assunti come dipendenti nel corso del 2014. In altre parole, negli ultimi anni i giovani che hanno scelto percorsi professionali sono sempre di più – +18% degli iscritti dell’ultimo anno ed +52% rispetto al 2010-12 – ma i posti di lavoro a loro dedicati sono sempre meno.

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Spesa militare, la NATO ci chiede il 2% del Pil

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La NATO ci chiede di più. A noi, come ai tedeschi, ai francesi, ai norvegesi, ai polacchi, ai danesi e a quasi tutto il resto d’Europa. Altro che addio alle armi, alla luce dei recenti sviluppi bellici in Ucraina e soprattutto in Medio Oriente, durante l’ultimo vertice in Galles la NATO ha chiesto ai paesi europei di far sì che la spesa militare raggiunga il 2% del pil, cosa che oggi accade solo in tre paesi: nel Regno Unito, in Grecia e in Estonia. Un bello sforzo per il nostro Bel Paese, che come riportato dal recente dossier NATOpresentato il 24 febbraio 2014, investe nel settore della difesa l’1,2% del prodotto interno lordo, grosso modo come i nostri cugini tedeschi.

Sembrano pochi decimi di punto in percentuale, ma significano milioni di euro, in un momento in cui le casse italiane non traboccano certo di denaro. Ma soprattutto alla luce del fatto che come mostrano i dati SIPRI, oggi spendiamo di più in numero assoluto rispetto a 20 anni fa, ma negli ultimi 10 anni la spesa militare si è anno dopo anno via via assottigliata, a differenza di Regno Unito, Francia e Germania.

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Salute, gli ospedali italiani risparmiano sulle assicurazioni

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In Italia sempre meno strutture sanitarie scelgono di assicurarsi. Con la conseguenza che le assicurazioni sono costrette ad alzare i prezzi e le Regioni sono sempre meno intenzionate a pagare. E a farne le spese alla fine sono i medici

Il fenomeno dell’autoassicurazione in ambito sanitario sta dilagando. Se fino a qualche anno fa erano pochi gli enti locali a preferire forme di autoassicurazione, ora sono solo due le realtà che assicurano interamente le proprie strutture sanitarie per qualsiasi entità di danni, la Valle d’Aosta, che sta però entrando anch’essa in un sistema misto, e la provincia autonoma di Bolzano. Riguardo al resto d’Italia, quello che emerge è un sostanziale fai-da-te dove ogni regione sceglie come autogestirsi, e addirittura quattro regioni – Basilicata, Liguria, Puglia e Toscana – hanno scelto la via della totale autoassicurazione, che si basa sull’utilizzo di un proprio Fondo Regionale. Le rimanenti regioni invece hanno optato negli ultimi anni per un sistema “misto”, che consiste nell’avvalersi di compagnie assicurative solamente per danni che superano una certa soglia, solitamente tra i 250 mila e i 500 mila euro.

Questi sono i dati presentati a luglio 2014 da ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) in un dossier dal titoloMalpractice, il grande caos. Secondo il dossier ANIA, al momento del rilevamento, cioè al fine 2012, alcuni enti locali dichiaravano addirittura di non possedere un sistema di gestione dei sinistri o di averlo in fase di avvio. Gli incidenti però continuano ad sussistere, sostanzialmente in linea con gli anni precedenti. Oltre al fatto che la legge italiana è ferma al 1999 e la responsabilità civile (RC) dei medici che operano nelle strutture sanitarie nazionali è altissima, la più elevata d’Europa.

Quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, grosso modo in coincidenza con la crisi economica, è un braccio di ferro tra le regioni e le compagnie assicurative, ognuna con le proprie ragioni e ognuna costretta a far fronte alle proprie difficoltà.

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