Brexit: le controindicazioni per la sanità d’oltremanica.

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Tentare previsioni sulle future conseguenze della Brexit in ambito sanitario, dopo che il referendum del 24 giugno scorso ha dato il via al processo per portare
il Regno Unito fuori dall’Unione Europea (UE), non è semplice, dato
che al momento si vive una fase transitoria, dove è ancora tutto da
discutere tra Unione Europea e Regno Unito. Quello che pare certo è tuttavia che la Brexit si abbatte su un paese tutt’altro che solido dal punto di vista dell’autosufficienza
nel settore medico e odontoiatrico.
Il sistema sanitario britannico sta infatti vivendo un momento di forte crisi per quanto riguarda la forza lavoro, iniziato diversi anni fa: ci sono pochi medici e ancora meno
odontoiatri, e molti di quelli che ci sono, circa il 10-15%, provengono da altri paesi, comunitari e non.
L’Italia attualmente si trova al quinto posto come forza lavoro, con oltre 4.500 medici residenti nel Regno Unito. Questo perché nel Regno Unito il percorso per diventare medico è molto lungo e scoraggiante per un giovane diplomato” spiega Sara Tenconi,
chirurgo toracico presso l’Ospedale di Leicester, che lavora oltremanica da tre anni.

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Cosa succede se la ricerca british esce dall’Europa?

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Forse le parole più azzeccate su Brexit e ricerca scientifica sono quelle di unarticolo publicato dal biologo Stephen Curry sulle pagine del Guardian lo scorso aprile che titolava “The scientific impact of Brexit: it’s complicated”, secondo cui attualmente è prematuro elaborare scenari sulla ricerca per il dopo Brexit. All’indomani del risultato tanto temuto e che sta sconvolgendo l’Europa, le reazioni della comunità scientifica sono infatti differenziate e contraddittorie.

UN PO’ FUORI UN PO’ DENTRO…

Secondo quanto sottolinea Curry, l’uscita dall’Europa non significherà automaticamente un problema nell’accesso ai canali di finanziamento alla ricerca dell’Unione Europea. Il Regno Unito potrebbe accedervi ugualmente come vi accedono paesi come la Norvegia, la Svizzera e Israele, che pure non fanno parte dell’UE. Si tratta di paesi che hanno performance eccellenti nella ricerca scientifica, sia per quanto riguarda il successo nelle application per ottenere i grant: in media in questi paesi il tasso di finanziamenti europei per la ricerca per abitante è più alto che nel Regno Unito. Certo – precisa sempre Curry – le ragioni di questo successo non sono dovute soltanto alla non appartenenza all’Unione ed è per questo che la valutazione unidimensionale della questione Brexit è condannata a essere parziale. Il successo di paesi come Svizzera e Israele è dovuta probabilmente anche al fatto che questi paesi investono percentuali del loro PIL in ricerca scientifica molto più alte rispetto alle media europea e soprattutto rispetto a quanto attualmente investe il Regno Unito (rispettivamente 2,8 e 4,4% contro 1,9 e 1,7%).

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