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Reblogged from Scienza in Rete

Forse le parole più azzeccate su Brexit e ricerca scientifica sono quelle di unarticolo publicato dal biologo Stephen Curry sulle pagine del Guardian lo scorso aprile che titolava “The scientific impact of Brexit: it’s complicated”, secondo cui attualmente è prematuro elaborare scenari sulla ricerca per il dopo Brexit. All’indomani del risultato tanto temuto e che sta sconvolgendo l’Europa, le reazioni della comunità scientifica sono infatti differenziate e contraddittorie.

UN PO’ FUORI UN PO’ DENTRO…

Secondo quanto sottolinea Curry, l’uscita dall’Europa non significherà automaticamente un problema nell’accesso ai canali di finanziamento alla ricerca dell’Unione Europea. Il Regno Unito potrebbe accedervi ugualmente come vi accedono paesi come la Norvegia, la Svizzera e Israele, che pure non fanno parte dell’UE. Si tratta di paesi che hanno performance eccellenti nella ricerca scientifica, sia per quanto riguarda il successo nelle application per ottenere i grant: in media in questi paesi il tasso di finanziamenti europei per la ricerca per abitante è più alto che nel Regno Unito. Certo – precisa sempre Curry – le ragioni di questo successo non sono dovute soltanto alla non appartenenza all’Unione ed è per questo che la valutazione unidimensionale della questione Brexit è condannata a essere parziale. Il successo di paesi come Svizzera e Israele è dovuta probabilmente anche al fatto che questi paesi investono percentuali del loro PIL in ricerca scientifica molto più alte rispetto alle media europea e soprattutto rispetto a quanto attualmente investe il Regno Unito (rispettivamente 2,8 e 4,4% contro 1,9 e 1,7%).

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