Crisi e salute: quello che sappiamo non basta
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Il rapporto fra condizioni economiche e occupazionali e salute è ben documentato in letteratura. Sono numerosi i casi di studio presi in esami dai ricercatori, in particolare in riferimento alla recente crisi economica, ma a quanto pare fare una sintesi che tracci delle linee comuni a partire dai singoli casi di studio non è così semplice. Lo mette in luce una recentissima review pubblicata sul British Medical Journal – che annovera fra gli autori anche John Ioannidis, direttore dello Stanford Prevention Research Center – che evidenzia che i 41 studi pubblicati dal 2008 al 2015 che hanno esaminato l’impatto della crisi economica sulla salute della popolazione europea, mostrano in realtà risultati antitetici fra di loro.
Dei 41 studi analizzati infatti, ben 30 (cioè il 73%) sono considerati ad alto rischio di bias, 9 (il 22%) a rischio moderato, e solo due (il 5% del totale) sono a basso rischio di bias. Insomma, ancora non abbiamo gli strumenti – chiosano i ricercatori – per delineare con precisione gli effetti della crisi sulla salute fisica e mentale degli europei in generale. Non possiamo dire per esempio con certezza se la mortalità è aumentata oppure no in Europa in relazione alla crisi economica: sono necessari ulteriori studi empirici più approfonditi.
Inquinamento e radiazione solare: ecco i dati italiani degli ultimi 55 anni
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Da anni sappiamo che l’impatto dell’uomo sull’ambiente ha modificato profondamente gli avvenimenti climatici. Sappiamo che gli inquinanti hanno prodotto e continuano a produrre un pericoloso aumento delle temperature a livello globale, e anche nazionale, ma fino a oggi non avevamo dei dati precisi sul peso di questa impronta antropica sul nostro paese.
Oggi invece un team composto da ricercatori dell’Università Statale di Milano, dell’EHT di Zurigo, dell’ISAC-CNR, dell’Areonautica Militare e dell’IPE-CSIC di Saragozza, ha completato l’analisi dei dati sulla radiazione solare in Italia riguardanti gli ultimi 55 anni, riuscendo a ricostruire l’andamento della radiazione nel nostro Paese. Lo studio è stato pubblicato su Atmospheric Chemistry and Physics.
Quello che i ricercatori hanno osservato è che anche nel nostro Paese si è assistito – così come è accaduto in altre aree del mondo – a una diminuzione della radiazione nel periodo 1960-80 e a un rapido e progressivo aumento a partire dalla metà degli anni Ottanta fino a oggi. Un trend che riflette quello delle emissioni inquinanti. Un processo in due fasi: un primo momento di global dimming, che ha visto una scarsa radiazione solare, in ragione della forte presenza di agenti inquinanti nell’aria, in particolare di particolato, e una seconda fase detta di Global grightening, dove la diminuzione della presenza di particolati – dovuta a una crescente sensibilità ai temi ambientali a livello mondiale che a prodotto norme precise per il controllo delle emissioni – ha prodotto un aumento della potenza della radiazione solare che ha raggiunto il nostro territorio.
Privatizzare i dati sanitari ci renderà più disuguali?
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I dati sanitari stanno muovendo interessi enormi all’interno del mercato dell’industria dell’innovazione. Avere accesso e possedere l’informazione sanitaria significa intercettare le esigenze dei consumatori, progettare servizi e beni più in linea con le loro richieste, studiare trend e anticipare tendenze. Insomma: predire. Un lavoro che sembrerebbe a prima vista differente rispetto all’attività di ricerca in ambito sanitario, che ha come scopo primario il benessere della popolazione, ma il mercato stesso ci sta mostrando una sempre maggiore convergenza fra i due mondi, e la parola chiave di questo fenomeno è algoritmo. Produrre algoritmi di raccolta, ricerca e analisi sempre più accurati e targettizzati.