«La cruna dell’ego» di Pierangelo Sequeri

Da non credente, devo ammettere di aver trovato in questo libro appena uscito di Pierangelo Sequeri – fine teologo, di cui ricordo ancora una bella lezione a Ca’ Foscari una decina di anni fa – un punto di vista molto più dirompente e onesto (quasi rivoluzionario!) sull’antropologia e sulla psicologia dell’Homo Digitus, rispetto alle tante cose che andiamo pontificando ogni giorno qua sopra. Una lettura che consiglio. (E poi il titolo è geniale).

Dice la quarta: “La libertà dell’individuo, l’affermazione di sé e dei propri diritti e desideri, punto focale della modernità, è diventata oggi il culto ossessivo dell’identità personale. Un vero e proprio ‘monoteismo del sé’ che, consumando compulsivamente il mondo e gli altri come puri strumenti della propria realizzazione, finisce per consumare la sua stessa umanità. Il primo santo del calendario post-moderno non è più, come annunciava Marx, Prometeo, che sfidava gli dei in favore degli uomini. È Narciso, che vive dell’amore dell’altro ma non lo riconosce e non restituisce nulla.

È un destino segnato per l’umano? Questo dogmatico ‘tutto intorno a me’ che ormai mostra in molti modi il suo carattere distruttivo – dal ripiegamento narcisistico dell’amore al fanatismo religioso, dallo svuotamento della comunicazione alla soggezione della tecnica, dalla commercializzazione del dono alla burocrazia del diritto – non conosce alternativa?

Pierangelo Sequeri dice di no, noi non siamo questo, l’umano non funziona affatto come lo racconta il pensiero unico. E una via d’uscita c’è. Occorre avere il coraggio di disarmare questa pulsione ossessiva che conduce al nulla, andando al meccanismo che la innesca: si tratta, nelle parole di Sequeri, di «rovesciare il tavolo del soggetto moderno». Invece di accanirsi sulla domanda ‘chi sono io’, alla quale l’individuo non è in grado di dare risposta, guadagnandone solo frustrazione e maggiore aggressività, bisogna imparare a chiedersi ‘per chi sono io’, un interrogativo capace di aprire il varco verso un’avventura personale e di relazione che ha il sapore della libertà.”

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«Ritratti italiani» di Alberto Arbasino

Che dire su Arbasino se non che è una voce che merita di essere ascoltata.
Qualcuno dei lettori di Goodreads è riuscito a dare una definizione perfetta del libro in un’unica parola, che faccio mia: “Arbasinaccio”.
Ci sono tutti (o quasi) i “Grandi” del 900, e vederli alla luce della ferocia manieristica di Arbasino è un autentico spasso, e aiuta a dissacrare non tanto loro, quanto noi stessi come costruttori di miti.
E poi, per quanto vale la mia critica letteraria, Arbasino è un ottimo scrittore.

“La prima impressione torinese è la tentazione d’una tenue elegia invernale intorno a una piccola Leningrado”.

“Un monumento al mito o feticcio Adorno, cotto, mangiato, attraversato su e giù, poi magari vomitato. In abito da sera, bevendoci su un prosechino”.

“Altro che lati deboli: la fermezza sui principi non la si ostenta, la si esercita in pratica”.

“Protagonista è la vertigine sedativa della lunghissima età in cui si continua a ripetere ‘sono così giovane’ vestendosi da giovanissimi entro le maglie totali della videocultura intorno e addosso al giovane ‘che fa le sue scelte individuali’ identiche a quelle di milioni di giovani identici”.

“Alle volte una penna di pollo, una povera penna polverosa raccolta sulla via e contemplata in un’ora di grazia, può esser stata il tocco spento per la composizione di un buon quadro, una bella natura morta, ripiena di quel segreto spirito che sa di eterno” (De Pisis)

“Quando non ha più niente da dire, il realista può ancora dirci come e perché non ha più niente da dire”. (Moravia)

“Manca una cultura di mediazione e d’integrazione, un lavoro del tipo di quello di Sartre, che ha integrato nell’esistenzialismo la fenomenologia, la psicanalisi, il marxismo”.

“Mi diceva Calvino che in un tempo in cui si scrive troppo, si parla troppo, in cui tutti vogliono essere sempre alla ribalta, il silenzio acquista per lo scrittore un valore particolare. ‘Il gran segreto è celarsi, eludere, confondere le tracce’. (E gli si poteva forse obiettare che né il tacere né il gridare hanno ormai – a torto o no – un significato solo, non equivoco: possono nascere ugualmente da buona o cattiva fede, da buona o cattiva volontà”.

“Quando una donna Navajo sta per finire uno di questi tessuti, essa lascia nella trama e nel disegno una piccola frattura, una menda: ‘affinché l’anima non le resti prigioniera dentro il lavoro’. Questa mi sembra una profonda lezione d’arte: vietarsi, deliberatamente, una perfezione troppo aritmetica e bloccata. Perché le linee dell’opera, saldandosi invisibilmente sopra se stesse, costituirebbero un labirinto senza via d’uscita; una cifra, un enigma di cui s’è persa la chiave”.

“Il risentimento si esprime costantemente secondo uno schema consolidato: si afferma, si stima, si esalta una cosa, non solo per le sue qualità intrinseche, ma con lo scopo sempre inconfessato di negarne o deprezzarne un’altra”. (Max Scheler)

“Terzo tempo. L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci”.

“E l’industria ha finito per pianificare anche la vita artistica. La borghesia che aveva tempo e soldi e comprava i quadri e andava a teatro, ora lavora fino a tardi e va presto a dormire. Tutt’al più qualche concerto alla Rai”.

“Ciascuno di noi non è più in grado di affrontare un argomento totale, pur partendo, come si deve, da un fatto particolare. A questo modo mi pare che si riscriva il mondo, invece di interpretarlo, dandone tutte le lacerazioni e i nonsensi”. (Testori)

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«Saper toccare» di Marc Augé

«In questo nostro tempo inteso come “fine della preistoria della società umana come società planetaria”, segnato da un individualismo sempre più spiccato, non solo, come abbiamo visto, si tende a misconoscere la parte di umanità generica che c’è in ciascuno di noi, riducendo sartrianamente l’altro a in sé cosificato sotto il nostro sguardo pietrificante, ma si giunge persino – ed è qui il paradosso – a manifestare la necessità di affidare l’onere della priva della propria esistenza gli altri».

«[…] l’habitus della surmodernità impone vite di corsa, esistenze iperconnesse ma sempre più sole, con il conseguente stagliarsi, da un orizzonte sempre più cupo in cui la realtà viene superata dall’immaginazione, di tre nuove classi dominanti: i possidenti, i consumatori e gli esclusi».

I giorni scorsi è uscito questo nuovo scritto diMarc Augé, come al solito da leggere. Le citazioni sopra sono di Francesca Nodari, che ha curato una bellissima introduzione.

http://mimesisedizioni.it/libri/saper-toccare.html

auge

Terapia genica per le malattie neurodegenerative

Reblogged from Oggiscienza

RICERCA – Usare la terapia genica sul cervello per curare alcune malattie neurodegenerative è una possibilità che sta diventando realtà. Un gruppo di ricerca dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) e del Boston Children’s Hospital/Dana Farber Cancer Institute di Harvard è riuscito infatti a mostrare su un modello animale l’efficacia di una tecnica di terapia genica che si basa sul trapianto di cellule staminali del sangue direttamente nei ventricoli cerebrali.  Lo studio è stato pubblicato su Science Advanced.

“L’obiettivo della ricerca è quello di trapiantare nel cervello cellule geneticamente corrette in grado di produrre l’enzima mancante in alcune malattie neurodegenerative per battere le malattie sul tempo”, spiega a OggiScienza Alessandra Biffi, coordinatrice dello studio. “Il nostro gruppo studia le malattie da accumulo lisosomiale (LSDs), un insieme eterogeneo di malattie metaboliche ereditarie in cui, a causa di una mutazione genetica, le cellule non producono alcuni enzimi necessari al loro metabolismo. Si tratta di risultati estremamente innovativi. In passato anche altri gruppi hanno utilizzato questa modalità di trapianto per altri tipi di cellule o hanno impiegato la terapia genica con cellule staminali del sangue somministrandole per via endovenosa, però nessuno si era mai spinto a combinare questi due elementi e a trapiantare cellule staminali del sangue geneticamente modificate nel cervello”.

Le terapie attualmente disponibili per i pazienti affetti da LSD prevedono la somministrazione dell’enzima mancante direttamente nel sangue dei pazienti. Il problema è che questo tipo di approccio si rivela inefficace nel caso in cui la malattia si manifesti nel sistema nervoso centrale: a causa della barriera emato-encefalica, l’enzima non riesce a raggiungere il cervello, e la neurodegenerazione prosegue indisturbata. Il trapianto di cellule staminali del sangue geneticamente corrette o da donatore sano è un’alternativa per questi pazienti, ma è efficace esclusivamente in fase molto precoce, in genere prima della comparsa dei sintomi. Infatti, per questi approcci l’elemento temporale è fondamentale, dal momento che le cellule, normalmente infuse per via endovenosa, necessitano di tempo per raggiungere il cervello, attecchire ed esercitare un effetto terapeutico.

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