«Ritratti italiani» di Alberto Arbasino

Che dire su Arbasino se non che è una voce che merita di essere ascoltata.
Qualcuno dei lettori di Goodreads è riuscito a dare una definizione perfetta del libro in un’unica parola, che faccio mia: “Arbasinaccio”.
Ci sono tutti (o quasi) i “Grandi” del 900, e vederli alla luce della ferocia manieristica di Arbasino è un autentico spasso, e aiuta a dissacrare non tanto loro, quanto noi stessi come costruttori di miti.
E poi, per quanto vale la mia critica letteraria, Arbasino è un ottimo scrittore.

“La prima impressione torinese è la tentazione d’una tenue elegia invernale intorno a una piccola Leningrado”.

“Un monumento al mito o feticcio Adorno, cotto, mangiato, attraversato su e giù, poi magari vomitato. In abito da sera, bevendoci su un prosechino”.

“Altro che lati deboli: la fermezza sui principi non la si ostenta, la si esercita in pratica”.

“Protagonista è la vertigine sedativa della lunghissima età in cui si continua a ripetere ‘sono così giovane’ vestendosi da giovanissimi entro le maglie totali della videocultura intorno e addosso al giovane ‘che fa le sue scelte individuali’ identiche a quelle di milioni di giovani identici”.

“Alle volte una penna di pollo, una povera penna polverosa raccolta sulla via e contemplata in un’ora di grazia, può esser stata il tocco spento per la composizione di un buon quadro, una bella natura morta, ripiena di quel segreto spirito che sa di eterno” (De Pisis)

“Quando non ha più niente da dire, il realista può ancora dirci come e perché non ha più niente da dire”. (Moravia)

“Manca una cultura di mediazione e d’integrazione, un lavoro del tipo di quello di Sartre, che ha integrato nell’esistenzialismo la fenomenologia, la psicanalisi, il marxismo”.

“Mi diceva Calvino che in un tempo in cui si scrive troppo, si parla troppo, in cui tutti vogliono essere sempre alla ribalta, il silenzio acquista per lo scrittore un valore particolare. ‘Il gran segreto è celarsi, eludere, confondere le tracce’. (E gli si poteva forse obiettare che né il tacere né il gridare hanno ormai – a torto o no – un significato solo, non equivoco: possono nascere ugualmente da buona o cattiva fede, da buona o cattiva volontà”.

“Quando una donna Navajo sta per finire uno di questi tessuti, essa lascia nella trama e nel disegno una piccola frattura, una menda: ‘affinché l’anima non le resti prigioniera dentro il lavoro’. Questa mi sembra una profonda lezione d’arte: vietarsi, deliberatamente, una perfezione troppo aritmetica e bloccata. Perché le linee dell’opera, saldandosi invisibilmente sopra se stesse, costituirebbero un labirinto senza via d’uscita; una cifra, un enigma di cui s’è persa la chiave”.

“Il risentimento si esprime costantemente secondo uno schema consolidato: si afferma, si stima, si esalta una cosa, non solo per le sue qualità intrinseche, ma con lo scopo sempre inconfessato di negarne o deprezzarne un’altra”. (Max Scheler)

“Terzo tempo. L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci”.

“E l’industria ha finito per pianificare anche la vita artistica. La borghesia che aveva tempo e soldi e comprava i quadri e andava a teatro, ora lavora fino a tardi e va presto a dormire. Tutt’al più qualche concerto alla Rai”.

“Ciascuno di noi non è più in grado di affrontare un argomento totale, pur partendo, come si deve, da un fatto particolare. A questo modo mi pare che si riscriva il mondo, invece di interpretarlo, dandone tutte le lacerazioni e i nonsensi”. (Testori)

ar

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