Nuove prospettive sui processi di sviluppo del suolo

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Si è sempre pensato che le piante giocassero un ruolo principe nel mantenimento della fertilità del suolo condizionando l’azione dei suoi microrganismi. Un nuovo studio italiano condotto da un team internazionale guidato da ricercatori dell’Università di Milano e pubblicato su Isme Journal, una rivista del gruppo Nature, mette invece in luce che c’è un terzo attore che gioca un ruolo cruciale: lo stadio di sviluppo del terreno. Non è solo la pianta a influenzare la composizione della comunità microbica del suolo, che è uno dei fattori che contribuiscono alla sua fertilità, ma anche lo stadio dello sviluppo del suolo e dell’ecosistema suolo-pianta. È questa la combinazione alla base di una maggiore o minore fertilità del suolo.
Per ottenere questo risultato gli scienziati hanno scelto di studiare la morena del ghiacciaio artico Midtre Lovénbreen alle isole Svalbard, in Norvegia. La morena non è altro che l’accumulo di detriti rocciosi trasportati da un ghiacciaio in fase di deglaciazione. È stata esaminata in particolare la pianta pioniera Saxifraga oppositifolia, analizzando la composizione del microbiota associato al suo apparato radicale in suoli con diverso stato di sviluppo. “La scelta di questa zona è semplice: la morena di un ghiacciaio è l’ambiente perfetto per osservare una cronosequenza, cioè una sequenza di siti rilasciati dai ghiacci in tempi successivi e che possiamo datare.

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IA: Come cambia lo sviluppo di farmaci

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Il drug discovery con il machine learning: una strada percorribile o una scatola nera?

L’idea alla base dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale in farmacologia è di semplificare la complessità e far emergere potenziali linee di ricerca che altrimenti “a occhio nudo” i ricercatori difficilmente sarebbero in grado di individuare. Come se l’universo di proteine nascondesse messaggi scritti con inchiostro simpatico, invisibili ai più, e che richiedono degli occhiali nuovi per essere interpretati.

Il primo bias nello sviluppo di un farmaco È proprio l’avvio della ricerca, l’idea di provare a lavorare su una certa proteina e non su un’altra. L’intuizione, seppure evidence based. Una volta selezionata la proteina da cui partire, si innesca quel noto processo a imbuto che, sfortunatamente solo in pochi casi, può tradursi in un medicinale vero e proprio. Un processo però lungo, anche fino a dieci anni, e che lascia dietro di sé numerose “vittime”, molecole cioè candidate a diventare un farmaco ma che per diverse ragioni si rivelano non adatte e quindi vengono scartate. Per citare una statistica nota, in media solo il 14 per cento delle molecole che supera la prima fase di test è adatta a diventare un farmaco.

Anche ai non addetti ai lavori risulta evidente che l’intero processo è condizionato dal limite umano nel gestire e setacciare grandi moli di dati. Nella fattispecie, capire fra miliardi di proteine esistenti qual è la candidata più adatta per bersagliare la malattia che vorremmo colpire. Il risultato è che siamo obbligati a utilizzare un processo top-down, quando invece a rigor di logica dovremmo procedere bottom-up.

Nel 2017 Jean Louis Reymond dell’Università di Berna ha pubblicato una “mappa” delle molecole note: un database di 166 miliardi di composti organici chimicamente realizzabili fino a 17 atomi che ha chiamato Gdb-17. È lapalissiano che la mente umana non riesca a confrontare nei tempi dettati dalla ricerca scientifica una mole così imponente di composti per individuare i migliori candidati sui quali puntare e investire a partire dalle caratteristiche del bersaglio terapeutico.

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Quanto dista la città più vicina? Su Nature la prima mappa globale

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“Quanto tempo impieghi per raggiungere la città più vicina? Che cosa succede se vivi lontano anche dalla prima strada? La risposta a queste domande determinerà la facilità con cui puoi accedere ai servizi di una grande città, compresi quelli sanitari. Ora gira la domanda: se hai intenzione di costruire una nuova struttura medica in una nazione in via di sviluppo, dove dovresti costruirla per raggiungere meglio le popolazioni sottoservite?” A parlare – o meglio a scrivere è Matt Hancher, Co-fondatore e Manager di Google Earth Engine in un suo articolo pubblicato su Medium dell’11 gennaio scorso, che racconta i risultati di uno studio condotto dall’Università di Oxford, con il contributo di esperti del JRC, della Commissione europea e delll’Università di Twente, che ha creato una mappa dell’accessibilità alle città di tutto il mondo, pubblicata nientemeno che su Nature.
Il risultato è che otre l’80% delle persone nel mondo – cioè 5,8 miliardi di individui – risiede a un’ora o meno di distanza da una città. Si tratta però di una media poco significativa, dal momento che mentre nei paesi ad alto reddito a vivere a un’ora di distanza da una città è il 90%, in particolare in Europa e Nord America, nei paesi a basso reddito concentrati nell’Africa sub-sahariana, la percentuale è del 50,9%. Se per noi europei si parla in ogni caso di pochissime ore, ci sono intere aree del Pianeta – per esempio grossa parte del continente Asiatico al di fuori delle megalopoli dell’estremo Oriente – dove le persone ci impiegano molte ore se non giornate intere a raggiungere la città più vicina.

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