#nonsolosci. L’insostenibile leggerezza dello sci

Questo lavoro ha rappresentato la mia tesi di Master in DataJournalism del Master in Giornalismo Scientifico Digitale conseguito presso la Scuola Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste nell’Anno Accademico 2012-13. Era stato pubblicato su datajournalism.it, ma non essendo il sito più attivo, ripubblico qui, data l’attualità dell’analisi. Molti link non sono più attivi, ma ho tutti i documenti. Trattandosi del mio primo lavoro di datajournalism, è tutto un po’ grezzo, visualizzazioni comprese. Ma non le ho editate perché ricordo questo lavoro con affetto.

Come è noto, le perle non sono gemme molto durevoli. Ciò non significa che siano fragili, ma sicuramente non sono in grado di resistere agli abusi che possono sopportare gemme più dure come il diamante e lo zaffiro.
Oggi, la Val Gardena, nonostante la crisi globale, continua a dimostrarsi un sistema fiorente dal punto di vista turistico ed economico. Tuttavia, alla luce dei cambiamenti climatici in atto e ai conseguenti costi ambientali ed economici necessari per il mantenimento di questo potente sistema turistico, sembra lecito chiedersi se ha senso continuare a mettere in atto la medesima strategia degli ultimi trent’anni o se invece sia necessario cominciare a invertire la rotta. In altre parole, se un sistema turistico alpino basato principalmente sullo sci sia ancora una prospettiva vincente oppure no.

Un sistema turistico potentissimo

Nel 2012 secondo i dati pubblicati dall’Ufficio Provinciale di Statistica della Provincia di Bolzano, le incantevoli perle alpine della Val Gardena hanno visto 422.628 arrivi turistici provenienti da tutto il mondo, classificandosi al primo posto tra le valli di tutto l’Alto Adige per più alto numero di villeggianti. Di questi, 132.810, cioè circa un terzo, hanno scelto il lusso degli hotel a 4-5 stelle, un numero cinque volte superiore rispetto al 1990, dove i turisti di lusso erano “solo” poco più di 23mila.
Secondo il bilancio fornitoci dal’Ufficio Trasporti Funiviari della Provincia di Bolzano, inoltre, nel 2011 gli impianti a fune della Val Gardena hanno prodotto circa 7 milioni di euro di utile, un saldo finale di tutto rispetto in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo.

L’economia della Val Gardena insomma continua a essere ricca e fiorente, anche in tempo di crisi. Ma a cosa è dovuta questa controtendenza, questa crescita costante? La risposta è evidente: al turismo, e in particolare a quello sciistico. I dati in questo senso parlano chiaro, mostrando come l’intera valle sia un organismo turistico economicamente perfetto, che l’uomo è riuscito a modellare e a sfruttare in maniera eccellente per offrire al cliente la massima efficienza su tutti i fronti. Davanti a un sistema così efficiente e produttivo però, viene spontaneo interrogarsi circa la sostenibilità di tutto questo, sia dal punto di vista dello sfruttamento ambientale, che di prospettiva economica della valle, una sostenibilità minacciata da un nemico che non lascia scampo: il surriscaldamento globale.

Grafico: impianti di risalita in Val Gardena 1972-2011

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Meno neve per tutti

Se una volta era sufficiente trovarsi a 1000 metri per godersi una meritata vacanza tra le vette innevate delle Dolomiti, negli ultimi 25 anni la soglia minima necessaria per carezzare il soffice manto è salita di circa 150 metri. Paesini turistici sotto i 1500 metri come quelli della Val Gardena (il più in alto, Selva Gardena, si trova a 1563 metri s.l.m.) secondo gli esperti sono a oggi privi di futuro dal punto di vista del turismo sciistico e quelli tra i 1800 e i 2000 metri, sempre secondo gli studiosi, subiranno delle diminuzioni di precipitazioni nevose fino al 30% nei prossimi 100 anni. Nel 2100 infatti, secondo le previsioni dei metereologi la temperatura media globale aumenterà di circa 2 gradi centigradi, che corrisponderanno a 4-5 gradi sulle Alpi.
Di conseguenza l’altezza minima necessaria per praticare gli sport invernali salirà di circa 500 metri, provocando una lenta e progressiva riduzione del turismo sciistico. È evidente che alla luce di uno scenario siffatto venga spontaneo chiedersi come stanno rispondendo le principali località sciistiche, in particolar modo quelle più economicamente fiorenti come la Val Gardena.

numeri dell’innevamento artificiale

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Grafico: Cannoni da neve in Val Gardena e Alto Adige

Anche la Val Gardena non è esente dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e come avviene in tutto l’arco alpino, italiano e non, la risposta sembra essere l’innevamento artificiale, cioè l’utilizzo di cannoni sparaneve, che imbiancano le piste da sci per il periodo necessario a far fronte alla crescente richiesta turistica. Come si evince dal grafico qui sotto, i dati forniti dall’Ufficio Trasporti della Provincia di Bolzano evidenziano che in Val Gardena si è passati dagli 81 cannoni nel 1995-96 ai 546 nella stagione 2011-12: un aumento di circa il 550%, per innevare 15 km2 di superficie, più o meno l’equivalente di 2000 campi da calcio, tra cui 175 km di piste da discesa e 115 km di piste da fondo.

In realtà i dati riguardanti le piste da sci innevate sono contrastanti: in un documento prodotto dall’ASTAT di Bolzano in cui viene riportato il piano di settore degli impianti funiviari per il 2010, si parla di 762,6 ettari di piste da sci, mentre il bilancio relativo alla Val Gardena pubblicato dalla provincia di Bolzano ci dice che gli ettari di superficie innevabile artificialmente sul territorio sono ben 1519. Come specifica puntualmente Johann Zelger dell’Ufficio Provinciale per i trasporti funiviari e coautore del testo citato, i dati riportati nel bilancio non vengono prodotti dagli uffici provinciali, ma provengono dalla comunicazione statistica fatta dai concessionari, e la provincia si limita a pubblicarli.

La neve artificiale pesa di più, anche sull’ambiente

Come ci spiega Michele Freppaz, docente presso il Dipartimento di Scienze agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, la neve artificiale però ha delle caratteristiche fisiche molto diverse rispetto alla neve naturale, dovute al processo tramite cui viene prodotta. Essa è infatti circa tre volte più pesante di quella naturale: ad esempio, un metro cubo di neve naturale – si legge su un dossier redatto dal WWF nel 2006 – ha un peso che oscilla tra i 70 e i 100 kg, contro i 350 kg dello stesso volume di neve artificiale. Pesando di più, la neve artificiale produce un impatto sul suolo, riducendo l’isolamento termico di quest’ultimo e causandone il congelamento, che a sua volta potrebbe ostacolare l’assorbimento delle acque piovane, conseguenza molto rischiosa in caso di precipitazioni intense che potrebbero causare inondazioni. Inoltre, l’utilizzo della neve artificiale può far slittare l’inizio della ripresa dell’attività vegetativa anche di un mese rispetto alla media, con ovvie conseguenze per la fauna selvatica.

Investimenti sempre più ad alta quota

L’utilizzo massivo di cannoni sparaneve è però solo una delle voci presenti nei bilanci degli impianti sciistici della valle. A fronte dei 7 milioni di euro di utile solo nel 2011, la Val Gardena – si legge sempre nel bilancio fornito dalla Provincia – ha investito nel settore funiviario quasi il doppio, circa 12 milioni di euro, 8 milioni dei quali per nuove costruzioni. Oltre a una spesa di ulteriori 2,5 milioni di euro per l’energia elettrica – per circa 16 milioni di kWh, l’equivalente del consumo annuo medio di circa 6000 famiglie – e 870 mila euro per carburanti. Quello che emerge però a un’analisi dei singoli impianti, incrociando i dati riguardanti l’anno di costruzione e la loro altitudine, è che dal 1972 ad oggi anno dopo anno le stazioni a monte sono andate crescendo come altitudine, quelle a valle leggermente diminuendo. Se nel periodo 1970-80 si è investito mediamente in impianti da 1800 metri a valle a 1980 a monte, negli ultimi 10 anni si è investito in impianti più “lunghi”, da 1730 metri di altitudine media per la stazione a valle, ai 2050 metri per quella a monte. Ebbene, questi dati, rappresentati nel grafico a fianco – sembrano suggerire la necessità di impianti sempre più in quota, avvalorando la legittimità della domanda circa la sostenibilità di questi investimenti alla luce delle conseguenze del surriscaldamento globale.

Grafico: Costi economici per i carburanti

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Questione ambientale o economica?

“Qui le questioni in gioco sono due: l’impatto ambientale degli impianti di risalita, di cui vanno discusse separatamente la fase di costruzione e quella di
esercizio degli impianti stessi, e la redditività economica a lungo termine dell’intero sistema turistico” afferma Marianna Elmi,ricercatrice e project manager dell’EURAC (Institute for Regional Development and Location Management ) di Bolzano. Come emerge dai dati raccolti e fin qui esposti, l’economia della Val Gardena si regge quasi unicamente proprio sul turismo sciistico (basti pensare che solo 17 degli 83 impianti sono aperti anche in estate) sebbene negli ultimi anni si assista a vari felici tentativi, specie nella stagione estiva, nella direzione di un turismo gastronomico e culturale.

Anche se tutto pare funzionare al meglio dal punto di vista turistico quindi, i dati ci mostrano che il nemico è dietro l’angolo. Il futuro a cui attraverso il riscaldamento globale ci stiamo condannando non pare risparmiare nemmeno le perle alpine, costrette a ingenti e continui investimenti per continuare a mantenere lo status quo, con conseguenti costi economici e ambientali affatto secondari. Come racconteranno i numeri del turismo nella prossima puntata, la necessità di rispondere a questo problema attraverso un turismo non solamente sciistico sembra oggi come non mai urgente.

 

Frutta, verdura e pesce di stagione: ecco perché e come sceglierli

No, non è un modo di dire: scegliere frutta verdura e pesce di stagione fa bene non solo all’ambiente ma anche alla nostra salute. Gli alimenti raccolti nel momento giusto hanno molti più nutrienti importanti per il nostro organismo, costano meno a noi consumatori e soprattutto richiedono meno energia per produrli, stoccarli e trasportarli.
Ne abbiamo parlato con Lelio Morricone, Responsabile del Servizio di Diabetologia e Malattie Metaboliche all’Istituto Clinico Sant’Ambrogio di Milano e Professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Scienza dell’Alimentazione all’Università degli Studi di Milano.

Partiamo dall’inizio: quanta frutta e verdura dovremmo mangiare?
“Le linee guida, per esempio quelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandano di consumare almeno 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura, che consistono in 400 grammi totali al giorno. Per “porzione” si intende frutto intero (per esempio una mela) o 2-3 piccoli (come le albicocche), oppure un piatto di insalata di almeno 50 grammi, un bicchiere di spremuta o un centrifugato. Insomma, fra colazione, pasti e spuntini si può fare. “I motivi sono numerosi, a partire dal fatto che avremmo bisogno di assumere 30 grammi circa di fibre al giorno, contenute in grandi quantità nei vegetali, e poi perché frutta e verdura possono rifornire il nostro corpo di oligoelementi, vitamine, sali minerali e antiossidanti di cui necessita.”

Perché sono da preferire la frutta e la verdura di stagione?
“È molto semplice: perché contengono maggiori quantità di queste sostanze importanti, dal momento che gli alimenti di stagione vengono colti nel momento giusto, ovvero di massima maturazione, quando hanno avuto il tempo di raccogliere tutte le sostanze utili. Inoltre per coltivarli sono necessari meno fertilizzanti e trattamenti, e un minor dispendio di energia per esempio per riscaldare le serre”.

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Ecco perché gli spazi verdi fanno bene alla salute

Lo dichiara una lunga revisione sistematica della letteratura pubblicata su The Lancet Planetary Health: la presenza di aree verdi è un determinante sociale della salute. Intuitivo, a pensarci bene, ma per affermare che il benessere fisico è davvero aumentato è necessario avere in mano delle prove, molte prove, sia epidemiologiche che da studi longitudinali, ovvero ricerche che effettuano ripetute osservazioni dello stesso fenomeno in un lungo periodo di tempo, per capire se sussiste una correlazione statisticamente rilevante fra la prossimità di spazi verdi e la mortalità per tutte le cause. È la prima e la sintesi più completa ad oggi sugli spazi verdi e sulla mortalità per tutte le cause, ed è l’unica fino a oggi a concentrarsi sugli studi di coorte.

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Cosa ho letto, e amato, nel 2019

Ogni fine anno Goodreads propone “Il tuo anno in libri“, giocando di buona grafica, facendoti immaginare sprofondata in una poltrona morbida e logora, con cuscini e coperte fatte a mano, coloratissime e incoerenti l’una con l’altra, davanti al camino. Dentro, un te fumante che si mantiene in una teiera rotonda, stoviglie smaltate bianche e blu, fiori secchi ben sistemati, raccolti durante le ultime passeggiate autunnali nel bosco vicino a casa. Fuori, profumo di legna umida che riposa, l’orto che fa altrettanto, tramonti meravigliosi da godere alla finestra.

Bon, basta. Ci siamo capiti: i copy di Goodreads sanno il fatto loro. Poi cadono nell’entusiasmo algoritmico, dicendoti quante pagine hai letto, quale è il libro più popolare che hai scelto (in termini di letture, like, ecc), la media dei tuoi “voti” ai libri. Tutte cose che non hanno alcun significato, perché non è proprio vero che ogni cosa che possiamo misurare la dobbiamo misurare davvero.

Tuttavia, rimane per me un appuntamento interessante per abbracciare in uno sguardo il cammino fatto quest’anno. Sì, lo so che Amazon dialoga con Goodreads e processa i miei gusti per propormi libri che potrebbero interessarmi, ma ogni volta che sento questa obiezione mi sembra un tradimento dei lettori (le persone molto attive su Goodreads sono necessariamente lettori forti, non dico solo come numero di libri letti, ma come attitudine allo studio). Il lettore non legge per intrattenersi, non solo almeno. Legge perché sta seguendo un suo cammino di scoperta delle proprie categorie, e pertanto le proposte di Amazon vengono anch’esse processate dal nostro cervello.

Tornando al mio 2019, ho letto delle poesie meravigliose, approfondendo per esempio Giovanni Raboni Passa il tempo, ci sentiamo/ più grandiosi ogni giorno: però/ siamo sempre la gente che tira su il sopracciglio/ o si gratta la punta del naso, continuiamo
a pensare che tipi così (quello/ che striscia e non ha palbebre quello che fa/ l’amore con le forchette e con la corda) siano/ rispetto a noi, qualcuno – a non capire/ che c’è abbastanza posto per ciascuno di loro/ in ciascuno di noi. Ho letto il nuovo libro di Patrizia Valduga (di cui Raboni era compagno) , dedicato alla mia Belluno e soprattutto ho parlato con Patrizia, che mi ha detto avevo lo sguardo di una donna greca, cosa che mi giocherò per tutta la vita. E poi finalmente ho letto tutta la poesia di Wislawa Szymborska, una e trina, immensa, immensa enciclopedia dell’animo umano. Ma non in ordine alfabetico, perché la ricerca di sé non è lineare. Mal preparata all’onore di vivere/ reggo a fatica il ritmo imposto dell’azione/ Improvviso, benché detesti improvvisare/ Inciampo a ogni passo nella mia ignoranza/ Il mio modo di fare sa di provinciale/ I miei istinti hanno del dilettante/ L’agitazione, che mi scusa, tanto più mi umilia/ Sento come crudeli le attenuanti. Poi c’è tutta la poesia che ho letto online, e che mannaggiammè non posso ritrovare, perché sono pigra a prendere appunti.

Per motivi “accademici”, il mio 2019 è stato zuppo di storia, antropologia, filosofia, sociologia delle religioni: ebraismo e islam su tutti. Se si è intellettualmente onesti e non meri tech-enthusiasts dell’ultima ora, non si può non considerare la religione (come categoria) una chiave di lettura della nostra storia. Ho letto dei Midrashim, in particolare ho approfondito la storia di Giona, per la prima volta. Uno sguardo un po’ diverso sulla Bibbia, e ho capito perché dovremmo studiare un po’ tutti antropologia prima di immetterci come adulti nel mondo, anche se forse ciò che conta è aver fatto un po’ di percorso prima, aver incontrato Lo Straniero, altrimenti come in Durkheim, rimane tutto un esercizio di stile. Ci sono volute più di 1000 pagine Einaudi ma ho intravisto il nodo che nell’altissimo Medioevo connetteva ebrei, musulmani, ellenisti e cristiani.

Poi ci sono i miei amati gialli. Nel 2019 ho letto il miglior enigma della mia vita (tranne quello sull’amare e essere riamati per sempre, che rimane #1): Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle, e ho proseguito nel mio obiettivo di leggere tutto Leo Malet. Mi manca poco adesso, anche se poi Nestor Burma  e la sua Parigi mi mancheranno tantissimo, mentre continuo a non avere nostalgia di Simenon, ma siccome mi sento fuori dal coro, ogni tanto ci provo ad amarlo. Ho anche letto una grossa fetta di Deer Biggers, perché Charlie Chan è uno spasso. Mi sono sforzata di scoprire nuovi giallisti contemporanei, ma continuano a non darmi gioia come Agatha, Conan, van Dine, di cui purtroppo ho già letto tutto. L’unico incontro davvero simpatico è stato quello con la super Zia Poldi in una Sicilia alcolica e gialla.

Non so se vi capita, ma ci sono autori di cui avete bisogno, ogni tanto. Necessari, ma con un ritmo tanguero, dove non senti il bisogno di divorare ogni loro parola subito, come invece mi capita con Malet o Wislawa. Per me lui è Mario Vargas Llosa, genio assoluto, erotico stomp. Quest’anno ho letto I quaderni di Don Rigoberto, e non ho null’altro da dire, se non che conosco meglio il mio profumo. Ho letto anche Crocevia, il suo ultimo libro, come un’anticamera.

Il viaggio. Io non amo viaggiare, o meglio, mi piace camminare, ma non stare in mezzo alla folla, o con persone a cui devi spiegare i perché. Mi piacciono i luoghi solitari e vicino a casa, penso perché si concilia con la mia mania del voler sempre e comunque dormire a casa mia, a costo di lunghi viaggi di rientro. Leggo periodicamente Paolo Rumiz, che sa viaggiare in questo modo, e che mi permette di non farlo io. Il Filo Infinito racconta il suo peregrinar per monasteri benedettini cercando Europa, e senza dubbio mi ha aiutata a definire il mio lavoro giornalistico di quest’anno, dove ho scritto molto molto molto di giustizia sociale. Chissà se si è visto. Rumiz ci aiuta a capire che possiamo cogliere  un insegnamento da ogni simbolo, anche religioso, se lo interpretiamo come una metafora del nostro agire verso gli altri e per capire cosa conta sul serio. Ci si sente, il che è cento volte meglio che capirsi. Forse non c’è niente di peggio che una lingua comune per creare malintesi/ Mostrare uno zelo buono, per non incartarsi nel lavoro/ Ma quanta fatica stare nel mondo lavorando sulle parole contrarie in perenne stato di allerta.

Questo discorso è uno dei miei leitmotif degli ultimi anni, e anche Teologia per tempi incerti di Brunetto Salvarani, mi ha dato una mano a inquadrare alcuni aspetti, per esempio ho realizzato con questo testo che nel 2020 i miei lavori useranno più la parola “umiliati” e meno “oppressi”. In questi giorni ho letto Una segreta complicità, le lettere che si sono scambiati Mircea Eliade ed Emil Cioran in quarant’anni di vita: Ogni cosa che non sia poesia, musica o mistica, è tradimento. Consiglio: regalatevele, e fate in modo di avere almeno un amico che sia un compagno di viaggio di questo tipo.

Ho iniziato, ma sono lungi dall’aver finito, Vita e Destino di Vassily Grossman, mentre ho letto tutto d’un fiato, spinta da ragioni sentimentali alla fine inutili, lo ammetto, La Variante di Luneburg, di Paolo Maurensig. Ma era ora, quindi bene così. La cosa curiosa è che quando incontro il Sentimento c’è sempre di mezzo Maurensig in qualche modo, direttamente o no. L’ultima volta era Canone Inverso, ed è ancora. Ho anche scoperto – finalmente, grazie alla dritta di un amico – chi era Anne Marie Schwarzenbach, grazie alla penna fine di Melania Mazzucco. E oggi, con i nostri mezzi, possiamo essere con più agio un po’ più tutte Anne Marie, e saremmo tutte più tolleranti le une con le altre.

Ho letto Fofi e un po’ di sano anarchismo culturale, che ci riporta in carreggiata, e il dolce acuto racconto di Antonio Bortoluzzi Come si fanno le cose. Dico dolce perché racconta la mia terra e i miei ricordi, e intanto ha aggiunto dei tasselli circa il percorso verso l’essenziale di cui sopra. Ho letto delle storie di relazioni, come lo spiazzante Il mio anno fra Riposo e Oblio di Ottessa Moshfegh, e Il Cuore non si vede di Chiara Valerio, che non so se ho capito.

Non si offendano i tanti autori letti che non ho citato, è comunque tutto ben catalogato su Goodreads qui, e questo post è già molto lungo.

È stato un bel viaggio il mio quest’anno, anche perché tutti questi Holzwege, questi sentieri interrotti, non sono per aria, ma solcano il mio relazionarmi quotidianamente con gli altri, con la vita vera, nei bar, sul lavoro, alla sagra, agli incontri letterari, nell’intimità dei rapporti.

Per quanto mi riguarda è questo il mio vero lavoro. Mentre il lavoro che si vede, gli articoli giornalistici e bla bla, alla fin fine viene da sé, senza alcun merito creativo da parte mia.

lk

Immagine: Presepe di Castellavazzo (Belluno), dove  rivivono le persone del paese che non ci sono più ma che hanno lasciato una traccia indelebile nella comunità. Questa è la casa dei miei bisnonni, riprodotta fedelmente in scala, così come i miei bisnonni stessi. Maestria di Vittorio Talamini e amici.