Coronavirus, come informarsi, a chi dare retta e i numeri per ridimensionare l’ansia da social

Nella serata di ieri sono accadute due cose, che riguardano l’epidemia di Coronavirus in corso in Cina. La prima è che il presidente Conte nella conferenza stampa di ieri (il video è qui) ha confermato due casi di 2019-nCov in Italia, precisamente a Roma. Attualmente sono ricoverati all’’Istituto Sperimentale Italiano Lazzaro Spallanzani, eccellenza in ambito internazionale per le malattie infettive. Accanto a Giuseppe Conte sedeva Giuseppe Ippolito, Direttore dell’Istituto, che ha chiarito che non ci sono ragioni per essere preoccupati, perché la coppia è stata prontamente isolata al comparire dei primi sintomi, ed è tutto sotto controllo, perché è stata attivata la sorveglianza sanitaria con le persone entrate in contatto (che deve essere stretto e ravvicinato) con loro a Roma. Da quanto si apprende le autorità stanno provvedendo a fare lo stesso nelle altre città italiane dove la coppia ha soggiornato dal 23 gennaio a oggi. “Abbiamo motivi di pensare che non ci siano altre persone esposte. Siamo abbastanza tranquilli” afferma Ippolito

Sicuramente il primo documento da leggere è l’informativa urgente del Ministro della Salute Roberto Speranza sulle iniziative per prevenire e contrastare la diffusione del nuovo coronavirus, diffusa dal Ministero, che si trova qui.

Ma cosa vuol dire per noi?

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La disinformazione sul Coronavirus e cosa sappiamo finora

Come spesso accade quando c’è di mezzo l’epidemiologia, questo nuovo Coronavirus con epicentro nella città di Wuhan, in Cina, sta generando panico, basato per lo più su notizie non correttamente interpretate. L’idea che “non ce la stiano raccontando tutta” e altre bufale più o meno fantasiose, come quella secondo cui il virus sarebbe stato prodotto in laboratorio, stanno circolando in rete e sui media mainstream, rimbalzati da una parte all’altra del mondo. Al tempo stesso la buona notizia è che le istituzioni dei governi nazionali (ministeri, istituti di sanità, università, ospedali, medici) stanno facendo finora un buon lavoro, rispetto a epidemie precedenti, per diffondere il più possibile tramite i social network il reale fact-check della situazione. Vediamo come stanno le cose, dati alla mano.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel rapporto giornaliero diffuso la sera del 26 gennaio ha confermato che “la valutazione sul rischio non è cambiata da quella condotta il 22 gennaio: il rischio è molto alto in Cina, alto a livello regionale e alto a livello globale. La buona notizia è che nonostante il rischio potenziale sia elevato, con adeguate misure di sicurezza legate anzitutto agli aeroporti possiamo arginare eventuali ulteriori casi fuori dalla Cina”.

«La prima cosa da dire è che è la prima volta che è stato messo in atto un sistema di controllo coordinato a livello globale, anche grazie a quanto abbiamo imparato dalle epidemie passate», racconta a Valigia Blu Fabrizio Pregliasco, virologo presso l’Università Statale di Milano e Direttore Sanitario dell’IRCCS Galeazzi del Gruppo San Donato. «Non possiamo escludere a priori la possibilità di un caso in Italia, ma anche fosse sappiamo come contenerlo. Questo nuovo Coronavirus è sicuramente un’allerta, ma al di là dei numeri ballerini, o dei primi casi che potrebbero essere sfuggiti, la dimensione attuale dal momento è un focolaio, che grazie alla quarantena in Cina e ai controlli aerei nel resto del mondo, stiamo controllando».

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Un quinto delle morti nel mondo è per sepsi. E pensare che basterebbe lavarsi le mani

A gennaio 2020 la rivista Lancet ha pubblicato per la prima volta i dati provenienti dall’enorme database Global Burden of Disease, relativi all’incidenza e alla mortalità per sepsi nel mondo negli ultimi trent’anni, dal 1990 al 2017. Il risultato è allarmante: nel 2017, sono stati registrati in tutto il mondo 48,9 milioni di casi di sepsi e 11 milioni di decessi correlati: il 19,7% di tutti i decessi globali. In altre parole una morte su cinque nel mondo è dovuta a sepsi, con tassi maggiori nei paesi più poveri. L’onere più alto si registra in Africa sub-sahariana, in Oceania e nel continente asiatico. Per fare un paragone, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima circa 15 milioni di morti l’anno per infarto o ictus, mentre 18 milioni sarebbero i morti per tumore nel mondo nel 2016.

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Ostetricia sociale per tenere viva una comunità

Per cinquant’anni il governo canadese ha forzato le donne Inuit, minoranza etnica che da secoli vive in una remota area a nord ovest del paese, a recarsi a sud, lontano dunque dalla loro terra di origine, più povera e con meno infrastrutture, per partorire i propri figli. La ragione dichiarata per la pratica, iniziata nei primi anni ’70, era di migliorare i tassi di sopravvivenza alla nascita e ridurre le complicanze nelle comunità remote senza ospedali e con cure prenatali limitate. Per molte donne indigene però, questa politica ha trasformato la gravidanza in una malattia, privando le donne inuit delle cure con i metodi tradizionali di cui si fidavano, che conoscevano. Avendo lasciato le loro comunità molto prima delle loro scadenze, esse hanno trascorso settimane lontano dalle loro famiglie per partorire in un ambiente sconosciuto, curate da medici e infermieri che non parlavano la loro lingua madre.

Negli ultimi anni si è iniziato a cambiare rotta: sono state potenziate le infrastrutture locali e tre donne inuit su quattro oggi partoriscono i propri figli in una clinica nella città natale, guidata da ostetriche anch’esse Inuit. Il New York Times ha pubblicato questa lunga storia che offre importanti spunti di riflessione sulle politiche sanitarie legate alla maternità, come veicolo per tenere viva una comunità, a partire dal benessere delle sue donne. Il risultato è che, investendo in politiche locali, formando la gente del posto, gli output sanitari sono migliorati incredibilmente, mostrando oggi tassi di mortalità non peggiori rispetto al resto del paese.

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