Come si misurano gli effetti del Covid-19 sulla salute di mamme e bambini

In molti (non scienziati, ma giornalisti o “pensatori”) cominciano a snobbare la parola “resilienza”, come sempre accade quando un concetto arriva talmente sulla bocca di tutti da essere quasi di moda. Ma ciò non toglie che il concetto di resilienza sia fondamentale in politica e in sanità pubblica. È un modo di considerare i problemi, di settare gli obiettivi di nuove politiche di modo che i sistemi siano sufficientemente elastici perché nessuno rimanga troppo indietro. È uno sguardo e, più se ne parla, più rientra piano piano nelle visioni del mondo di tutti, meglio è. Per esempio, quando ragioniamo di salute materno-infantile e di Covid-19.

La rivista scientifica The Lancet ha pubblicato in questi giorni un lungo articolo che chiede un’analisi delle conseguenze a breve, medio e lungo termine di questa pandemia sulla salute di mamme e bambini, esaminando cosa è accaduto dopo i precedenti shock socioeconomici.

Cosa è accaduto dopo la crisi del 2008

La crisi finanziaria globale del 2008 per esempio, si è fatta sentire parecchio sulla qualità della salute materno-infantile sia nei paesi più ricchi che in quelli a basso reddito (la classificazione 2020-21 dei paesi in base al reddito nazionale si trova sul sito web della World Bank ). In alcuni paesi a basso e medio reddito una riduzione del 

Continua su Il Sole 24 Ore

Terapie intensive, i nuovi dati sugli ingressi sono una buona notizia ma non basta

Il 3 dicembre 2020 a per la prima volta sono cambiati i dati sul numero di entrate in terapia intensiva per COVID-19.
“Ma non li avevamo già?” No, avevamo il totale dei ricoverati ogni giorno, cioè il risultato fra le entrate giornaliere, le uscite giornaliere (nel bene e nel male) e chi era in terapia intensiva anche ieri, e c’è anche oggi. Come abbiamo detto in più occasioni però, avere la somma senza gli addendi è un risultato parziale, perché non ci dice come davvero stanno i sistemi sanitari regionali, e in particolare se il carico è tale da permettere alle strutture di seguire al meglio i malati, come medici e infermieri desidererebbero.
Un esempio di fraintendimento che ne deriva: i salti di gioia mediatici di chi legge un -20 terapie intensive senza chiedersi se le persone siano uscite vive o morte, e quante ne siano entrate.
Un -20 può significare molte cose:

– che non è entrato nessuno di nuovo e che 20 persone sono uscite vive perché stavano meglio;
– che non è entrato nessuno di nuovo e che 20 persone sono decedute;
– tutte le combinazioni possibili dei numeri fra entrati e usciti dalle TI. Per esempio che 1 persona è entrata e 21 sono uscite, o che 10 pazienti sono entrati e 30 usciti, o che 100 persone sono entrate e 120 sono uscite (vive o morte).

Le combinazioni sono un numero non infinito, avendo il dato dei contagi e dei decessi, ma comunque tante, ovviamente alcune più probabili di altre.
Abbiamo fatto tutta questa noiosa premessa per dire che al momento non avendo avuto i dati sui flussi di entrate e uscite, non avevamo gli strumenti precisi per capire quanto bene o quanto male stavano andando le cose nelle varie regioni, anche se l’aumento quotidiano dei decessi qualche orientamento che lo dava.

La novità  – avere cioè i dati di chi è entrato in terapia intensiva in un dato giorno (e quindi avere il dato di chi è uscito, dato che basta fare la sottrazione fra le due colonne della tabella) – è un bel passo in avanti, e pure noi menagrami di Infodata, mai contenti, siamo lieti di questa conquista.

Ma non basta. Speriamo di avere presto i dati su dove sono morti i pazienti: se in terapia intensiva, o nei reparti cosiddetti “non critici”, dove comunque la mortalità c’è eccome e basta leggere i bollettini giornalieri di alcune ASL che autonomamente condividono questo dato insieme all’età dei deceduti (come fa per esempio la ULSS 1 Dolomiti ) , o addirittura a casa.
Sono scenari diversi, che ci dicono cose diverse.

Continua su Il Sole 24 Ore

Vaccini, la corsa nei Paesi ricchi e in quelli poveri. Dove rischiano di non arrivare?

La Gran Bretagna il 2 dicembre ha approvato l’uso del vaccino anti-coronavirus della Pfizer-BioNTech che sarà disponibile nel Paese a partire dalla prossima settimana. Il Regno Unito diventa così il primo Paese al mondo ad approvare il vaccino della Pfizer-BioNTech per un uso diffuso. Per quanto riguarda Europa e Stati Uniti non ci sono ancora notizie o meglio per ora non c’è alcun annuncio da parte di enti regolatori dell’Unione europea e degli Usa. Sappiamo che ci sono paesi che hanno dichiarato di stare lavorando per prenotare (non ancora acquistare) delle dosi. Ma non si sa di preciso che cosa stanno facendo quei paesi che finora non hanno fatto annunci urbi et orbi, in particolare i paesi meno ricchi del mondo.

Che cosa dobbiamo ragionevolmente aspettarci? 

Abbiamo provato a cercare dati in merito, come è il nostro approccio, ma ci siamo trovati di fronte un ginepraio di supposizioni, stime, previsioni. La verità è che ogni giorno i giornali riportano numeri diversi, per esempio sul costo di una dose, usando quasi sempre i condizionali. Giustamente: non esiste ancora nessun vaccino pronto per la vendita. Abbiamo quindi deciso di parlarne con Gavino Maciocco, che da decenni si occupa di salute globale come docente di Igiene e sanità pubblica presso l’Università di Firenze, e come promotore e coordinatore del sito web Saluteinternazionale.info.

Continua sul Sole 24 Ore

Perché in alcuni Paesi si muore di Covid-19 più spesso che in altri?

Il 3 novembre la rivista Nature ha pubblicato in Open Accessun lavoro a firma di due ricercatori dell’Istituto di Bioscience dell’Université de Bourgogne e di uno dell’Université Montpellier, che esamina le ragioni delle variazioni dei tassi di letalità per Covid-19 nei diversi Paesi nella prima fase della pandemia. Non si tratta di fare la classifica dei Paesi, ma di capire se tale eterogeneità derivi da fattori prevedibili, su cui possiamo agire.

Il risultato di questa complessa analisi di dati è molto interessante, e stupefacente per certi tratti, sebbene la risposta di fondo dell’articolo sia una non-risposta, nel senso che vengono individuate delle correlazioni ma non ancora delle certezze.

Continua su Il Sole 24 Ore