I dati della discordia sulla pandemia in Italia

In questi giorni il “British Medical Journal” (BMJ) ha pubblicato un articolo a firma di Marta Paterlini dal titolo “Covid:19: Italy has wasted the sacrifices of the first wave, say experts”: abbiamo buttato via i risultati che eravamo riusciti a ottenere con sacrificio nella prima ondata. L’articolo cita fra gli altri anche Alberto Mantovani, secondo cui l’Italia “non ha lavorato sulla preparazione [alla seconda ondata, NdR] abbastanza velocemente e non ha preso nota dei dati quando avrebbe dovuto e potuto farlo.” “Non c’è rispetto per i dati”, scrive su BMJ.

Ci vorrà del tempo per capire le responsabilità, più o meno consapevoli, di questa seconda ondata, per capire se era evitabile e in che modo, ma di sicuro è stato centrale il modo in cui abbiamo guardato ai dati e abbiamo compreso la gravità del rischio.

Perché è relativamente semplice capire un numero quando riguarda l’oggi: possiamo guardare fuori dalla finestra, metaforicamente, e osservare se il numero descrive ciò che stiamo vivendo. È molto più difficile invece interpretare che cosa ci dice sul nostro futuro, che ancora non osserviamo, specie alla luce del fatto che non siamo nemmeno sicuri che il dato sia davvero descrittivo, solido, completo.

Un’estate al mare, stile balneare
Nei mesi estivi in Italia si è verificato proprio questo: la situazione pareva tranquilla, la pressione sugli ospedali si era alleggerita (anche se non si erano certo svuotati), i morti erano relativamente pochi, e così i contagi giornalieri. Gli italiani erano sereni, in vacanza, nei ristoranti, nei bar, nelle discoteche, senza chiusure da una regione a un’altra. Il 15 agosto avevamo 56 persone in terapia intensiva per COVID-19, lo stesso numero del 27 febbraio, e 787 ricoverati, lo stesso numero del 2 marzo.

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Ecco come si legge l’oscuro documento sui 21 indicatori regionali del Covid 

Lunedì 9 novembre il Ministero della Salute ha pubblicato un documento dal titolo “Monitoraggio Fase 2 Report settimanale (periodo 26 ottobre-1 novembre”), con i dati dei 21 indicatori regione per regione. Un numerino per ogni casella, talvolta una valutazione espressa in frasi. È un primo passo importante, ma certamente non semplice da comprendere. Chi scrive, che certo non è un genio ma si occupa di dati sanitari da un po’ di anni, ci ha messo una mattinata di massima concentrazione a capirci qualcosa.

Proveremo qui a capire quali sono gli indicatori che hanno inciso di più sulle decisioni del governo di attribuire le zone rosse, arancioni o gialle. Nelle tabelle i dati considerati gravi sono colorati in rosso, il che aiuta a livello visivo i non daltonici.

Come è fatto il documento in Pdf

Il documento, in .pdf, riporta una prima tabella di sintesi, che pero spiegheremo alla fine di questo articolo perché riteniamo che risulti più comprensibile solo dopo aver esaminato le altre. Passiamo quindi oltre, ai tre ulteriori paragrafi, ognuno dei quali descrive una “dimensione” del monitoraggio.

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Come funziona un reparto di terapia intensiva

“La vera cura dei pazienti COVID-19 in terapia intensiva è la ventilazione: il nostro lavoro è tenerli in vita affinché possano, quando possono, guarire da soli. Al momento l’unico farmaco che dà risultati è il cortisone, a cui si aggiunge l’eparina a basso peso molecolare per evitare embolie e trombosi.” Sono le parole di Maria Luisa Radice, responsabile di struttura di un piccolo ospedale della provincia di Genova, che in queste settimane si ritrova a dover riconvertire la propria terapia intensiva di 7-8 posti – perché questi sono i posti letto di una terapia intensiva di un ospedale di provincia – in reparto COVID, spostando i pazienti non COVID-19 in altre strutture.

È importante valutare la dimensione di un ospedale: abituati a sentir parlare dei grandi centri delle metropoli, fatichiamo a inquadrare l’impatto di questa pandemia sul resto del territorio.

A inizio novembre, contiamo oltre 2000 pazienti COVID-19 in terapia intensiva, l’equivalente di 200 reparti di un ospedale medio solo per pazienti positivi a COVID-19. Da più parti si levano le voci di chi sostiene che l’impatto del nuovo coronavirus sia irrisorio. Non è così: i flussi in terapia intensiva sono stati enormi, la mortalità complessiva in questi reparti è aumentata – almeno stando alle testimonianze dei nostri intervistati – e di fatto si tratta di polmoniti sempre gravissime.

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Quanto costano i tamponi e perché intasano il sistema sanitario pubblico

Mentre scriviamo questo articolo, abbiamo avviato la Passione Secondo Giovanni di J.S. Bach . Almeno in Lombardia, se sei asintomatico o sintomatico ma non grave, il sistema sanitario pubblico non riesce più ad assicurarti il tampone. Puoi farlo privatamente ma il costo è alto: una media di 100 euro a test, e in ogni caso di fronte a una positività rintracciata in questo modo, il sistema fatica a far partire il tracciamento contatti.
A Infodata, quando ci troviamo di fronte a dati opachi solitamente ci fermiamo. Preferiamo raccontare dati che consideriamo solidi, raccolti con una metodologia che abbiamo valutato essere indicativa. Talvolta però le domande sono talmente grandi che osiamo inoltrarci nella Selva Oscura e mostrare al cittadino perché non è possibile raccogliere certi dati, che invece giustamente il cittadino chiede.

Un altro esempio di dato opaco sono i numeri dei contagi in cinema e teatri. In questi giorni sta girando online l’immagine di alcuni numeri secondo cui in tutta Italia ci sarebbe stato solo un contagio in teatri o cinema. Purtroppo questo dato non può rispecchiare la realtà, è appunto opaco: la verità è che non vengono raccolte in modo omogeneo le informazioni sul luogo di contagio per il semplice fatto che è difficile risalire a dove è avvenuto il contagio.Tornando ai tamponi, l’impressione è che la maggior parte delle regioni sia allo stato brado, che non ci sia nessuno che tiene le redini.

L’indagine di Altroconsumo 

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